Perché il caso della famiglia nel bosco è diventato uno scontro politico?
Il Tribunale minorile ha disposto l’allontanamento dei tre figli dalla madre australiana che viveva nell’entroterra abruzzese. Ma quello della famiglia nel bosco è diventato un caso politico. Ecco perché.
Continua a fare scalpore e ad attirare molta attenzione mediatica la famiglia nel bosco anglo-australiana composta dalla madre Catherine Birmingham, dal padre Nathan Trevallion, da due gemelli di 6 anni e dalla loro sorella di 8 anni. Il nucleo familiare viveva nei boschi nei pressi di Palmoli, in provincia di Chieti, in un capanno privo di acqua corrente, gas, elettricità e servizi igienici interni. A fine settembre tutti i e cinque i membri sono stati soccorsi dal 118 per un’intossicazione da funghi velenosi e proprio il loro ricovero ha portato alla luce la situazione dettata dalla loro scelta di vita.
I servizi sociali si sono attivati e hanno deciso – sollevando un caso mediatico poggiato sullo scontro fra chi sosteneva la correttezza della decisione e chi si schierava a favore dell’autodeterminazione della famiglia – di trasferire i tre figli insieme alla madre in una struttura protetta in cui potessero essere gradualmente inseriti in un contesto sociale e in un percorso scolastico. Per scelta dei genitori infatti, i gemelli e la loro sorella non frequentavano le scuole e non svolgevano un percorso di istruzione parentale.
Va infatti ricordato che la legge italiana prevede l’obbligo-diritto all’istruzione fino ai 16 anni, che però può essere ottemperato anche senza la frequentazione di un istituto statale o paritario. Gli articoli 30 e 34 della Costituzione infatti consentono ai genitori di provvedere direttamente all’istruzione dei figli, che però deve essere accompagnata dalla comunicazione dalla dirigenza scolastica del territorio e da un esame annuale per verificare l’acquisizione delle competenze e delle nozioni previste dal programma ministeriale.
Pochi giorni fa il caso della famiglia nel bosco si è evoluto ulteriormente in maniera cruciale: il Tribunale minorenne de L’Aquila infatti ha deciso di predisporre un allontanamento temporaneo dei figli dalla madre. La decisione – a cui si sono opposti gli avvocati della famiglia depositando una richiesta di sospensiva – è stata motivata dal fatto che Catherine Birmingham si è dimostrata poco collaborativa e, anzi, ha tentato di ostacolare il percorso di inserimento sociale e scolarizzazione dei figli, col rischio di provocare loro ulteriori traumi secondo il Tribunale.
Dal punto di vista giuridico – e questo è un passaggio fondamentale per capire la veste politica che ha assunto il caso – la decisione dei giudici si appoggia alla Legge n. 159/2023 – il famoso decreto Caivano fortemente voluto dal Governo Meloni –, che fra le varie novità ha dato un giro di vite sull’obbligo di frequenza scolastica elevando il livello della responsabilità genitoriale, aumentando il rigore nel monitoraggio dell’ottemperanza all’obbligo scolastico e inasprendo le pene, che ora possono arrivare fino a due anni di carcere per i genitori inadempienti.
Desta dunque stupore la posizione assunta da Meloni rispetto alla disposizione del Tribunale minorile sul caso della famiglia del bosco: la premier infatti l’ha ritenuta «una decisione che non penso faccia stare meglio i bambini, gli infligge un pesantissimo trauma. Penso che siamo oltre, dobbiamo assistere inermi a queste decisioni figlie di una lettura ideologica, ma lo Stato non ti può togliere i figli perché non condivide il tuo stile di vita», ha dichiarato alla trasmissione Fuori dal Coro.
Non solo: il Ministro del Giustizia Carlo Nordio ha ordinato un’ispezione presso il Tribunale de L’Aquila per «arrivare a una definitiva conclusione sul caso della famiglia del bosco», ha dichiarato. Immediata la reazione dei giudici, che in un comunicato hanno sottolineato che “ogni iniziativa giudiziaria è ispirata esclusivamente alla tutela dei minori“. Nel testo si auspica anche “che la collettività comprenda quanto il rispetto delle vite private dei soggetti coinvolti e di tutte le istituzioni chiamate a operare sia fondamentale per la miglior gestione di queste sofferte vicende umane”.
In un post social, l’avvocata e attivista Cathy La Torre evidenzia un collegamento della posizione del Governo con la campagna per il referendum sulla giustizia dei prossimi 22 e 23 marzo: “Le leggi funzionano come dovrebbero. I giudici le applicano. I diritti di quei bambini vanno protetti. Poi il caso diventa mediatico e politico. Il Governo si schiera contro il giudice e con la famiglia che non educava i propri figli. Il motivo è semplice: il 22 e 23 marzo si vota il referendum sulla giustizia e questo Governo sa bene che un tribunale attaccato sui giornali è un tribunale che nella percezione pubblica perde autorevolezza“.
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Ascolta il nostro speciale sul referendum sulla giustizia.






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