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10:23 8 Aprile 2026 | Tempo lettura: 3 minuti

Il Ministero nega il finanziamento al film su Giulio Regeni: “Non merita il sostegno pubblico”

Il documentario sulla tragica vicenda di Giulio Regeni non sarà finanziato con soldi pubblici. E mentre si aspettano le spiegazioni del Ministro, due membri della commissione si dimettono.

Autore: Redazione
giulio regeni

Si intitola “Giulio Regeni, tutto il male del mondo” il documentario realizzato dal regista Simone Manetti per ricostruire e raccontare il caso del ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016. La pellicola, prodotta da Fandango e Ganesh, ha vinto ha vinto il Nastro della Legalità 2026 e sta girando per le sale – dove è uscito a inizio febbraio – e le università italiane, grazie all’adesione di 76 atenei che hanno organizzato proiezioni presso le proprie sedi.

Circa una settimana fa è uscita la graduatoria delle opere avevano chiesto un finanziamento al Ministero della Cultura: su 118 candidature, il documentario su Giulio Regeni si è classificato al 36° posto, rimandando così escluso e perdendo un contributo di 131.000 euro. Il meccanismo di valutazione da parte delle commissioni e in generale di assegnazione dei fondi è descritto in maniera minuziosa in un articolo del Post, secondo cui sussistono – almeno sulla carta –motivazione tecniche che hanno determinato l’esclusione di “Giulio Regeni, tutto il male del mondo”.

Eppure diversi giornali parlano di un’esclusione politica, derivata probabilmente dalla volontà di parlare il meno possibile di una vicenda che ha mostrato tutta la debolezza diplomatica dell’Italia, che fu incapace di raggiungere un accordo soddisfacente con l’Egitto. È questa l’opinione di diversi parlamentari che hanno presentato delle interrogazioni. Emerge inoltre in maniera non troppo esplicita qualche sospetto anche dalle dichiarazioni dei due membri della commissione ministeriale che, all’indomani dell’esclusione del film su Giulio Regeni, hanno presentato le loro dimissioni.

Uno di loro, il critico Paolo Meneghetti, ha dichiarato che «nella lettera di dimissioni volevo sottolineare la mia distanza da certe scelte, un discorso di coerenza. Vorrei evitare di aumentare le polemiche, ma sottolineo che io avevo già difeso il documentario». Il suo collega Massimo Galimberti, anche lui dimissionario, sostiene «che per quanto le decisioni di cui si parla siano venute da una sottocommissione e siano legate ai soggetti che le hanno prese, ne emerge una valutazione della cultura in cui non mi ritrovo».

Le dimissioni dei due membri della commissione sono stati commentati con preoccupazione anche da un comunicato di #siamoaititolidicoda, movimento politico culturale indipendente del settore cinema e audiovisivo: “Queste defezioni non sono solo un atto di coerenza professionale, ma la pietra tombale sulla credibilità di un organismo ormai palesemente inadeguato. Davanti a questo scempio si può solo chiedere lo scioglimento immediato della Commissione: l’attuale composizione si è dimostrata priva di quella indipendenza necessaria a gestire fondi pubblici, il ministero della Cultura non può trasformarsi in un bancomat per progetti di scarsissimo valore artistico funzionali solo al consenso politico”.

In attesa del question time previsto per oggi alla Camera, durante il quale il Ministro alla Cultura Alessandro Giuli riferirà sul questo nuovo caso Regeni, #siamoaititolidicoda insiste: “Il problema che poniamo non è esclusivamente la scelta ideologica di non finanziare il documentario su Giulio Regeni. Il vero scandalo risiede nei criteri con cui vengono invece stanziati fondi pubblici per opere di scarso rilievo artistico. Se lo Stato arriva a finanziare con un milione di euro un progetto su Gigi D’Alessio mentre respinge opere di inchiesta e memoria, significa che abbiamo toccato il fondo”.

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