Un incontro per vederci più chiaro sui nuovi Ogm
Il 26 febbraio, in provincia di Lecce, un incontro sui “nuovi Ogm” e sulla riforma Ue. Che cosa sono NGT/TEA, quali benefici promettono e quali nodi restano aperti.
Attorno ai cosiddetti “nuovi Ogm” si è acceso un dibattito che tira in ballo scienza, regolamentazioni e modelli agricoli. Si tratta di tecniche più “precise” e quindi – secondo i loro promotori – potenzialmente più sicure rispetto agli Ogm tradizionali, perché tendono a non introdurre geni da specie lontane e mirano a modifiche puntuali, che potrebbero accelerare il miglioramento genetico per ottenere – ad esempio – colture più resistenti a siccità e malattie, riducendo perdite e, in alcuni casi, l’uso di input chimici.
D’altro canto c’è chi solleva dubbi sulla capacità di tracciare e controllare le nuove varietà lungo le filiere, sulla coesistenza con biologico e produzioni “Ogm free”, e sul possibile aumento della concentrazione di potere attraverso brevetti e controllo delle sementi.
Per esplorare queste ed altre domande, e ascoltare soprattutto le motivazioni di chi è scettico verso la sicurezza di queste nuove tecniche, giovedì 26 febbraio 2026 alle 18.30 al To Kalò Fai di Zollino (Lecce), in viale della Repubblica 22, è in programma un incontro pubblico dal titolo “Tutti i rischi dei nuovi ogm”. L’iniziativa è promossa dall’Associazione Rurale Italiana in collaborazione con Amrita, ProntoBio, Erboristeria Montagna, Sum e Salento Km0.
Quando si parla di “nuovi OGM” si fa generalmente riferimento alle New Genomic Techniques (NGT) o, in Italia, alle Tecniche di evoluzione assistita (TEA). Dietro a queste sigle si nascondono diversi strumenti di miglioramento genetico. Due delle tecniche più diffuse sono la mutagenesi mirata e la cisgenesi/intragenesi: nel primo caso si inducono modifiche puntuali nel DNA; nel secondo si introducono geni provenienti dalla stessa specie o da specie sessualmente compatibili.
Con una proposta di regolamento del 5 luglio 2023, successivamente approvata anche dal Parlamento Europeo, la Commissione europea ha messo sul tavolo un sistema a due categorie: alcune piante (NGT 1) verrebbero considerate “equivalenti” a quelle ottenibili con metodi convenzionali e quindi soggette a requisiti più leggeri, mentre altre resterebbero nel perimetro della normativa Ogm (NGT 2).
Uno dei punti più caldi del nuovo regolamento europeo, ancora in discussione, è il diritto di rifiuto da parte degli stati. Secondo un documento diffuso da alcune organizzazioni che criticano la linea europea sui nuovi Ogm, nella bozza di regolamentazione europea attuale gli Stati membri o le regioni non potrebbero vietare la coltivazione di piante ottenute con NGT.
Il testo infatti escluderebbe esplicitamente la possibilità di usare la clausola di “opt-out” prevista per gli OGM dalla Direttiva 2001/18 (art. 26b) per le NGT di categoria 2; e per le NGT di categoria 1, essendo “equiparate” a piante convenzionali, non sarebbe previsto un potere di veto nazionale specifico. Agli Stati resterebbero dunque solo misure “di coesistenza” per ridurre la presenza involontaria (contaminazioni), ma non un divieto di coltivazione.
L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha sostenuto che, almeno per piante cisgeniche/intrageniche (quindi un sottoinsieme delle NGT) non emergono “nuovi rischi” rispetto a quelli già considerati per gli incroci ottenuti con tecniche tradizionali o persino biologiche, pur mantenendo l’idea di valutazioni caso per caso e criteri di analisi proporzionati al tipo di modifica.
Tuttavia, la comunità scientifica mette in guardia su possibili effetti biologici della modifica e sui rischi per la tracciabilità, la gestione della coesistenza nelle filiere e la qualità delle informazioni disponibili. Anche la percezione pubblica pesa: secondo EFSA, in Europa la consapevolezza dei cittadini sulle NGT è bassa, e questo rende più delicata ogni scelta su etichettatura e trasparenza.






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