Centinaia di indigeni dell’Amazzonia stanno bloccando i rifornimenti della multinazionale Usa Cargill
Da oltre dieci giorni centinaia di persone, membri di quattordici popoli indigeni del Brasile, stanno bloccando gli accessi a un […]
Da oltre dieci giorni centinaia di persone, membri di quattordici popoli indigeni del Brasile, stanno bloccando gli accessi a un terminale di esportazione della multinazionale statunitense Cargill a Santarém, nello stato del Pará, nel nord del Brasile.
Si tratta di un’infrastruttura portuale in cui decine di camion arrivano ogni giorno carichi di soia e mais e caricano le grandi navi portainfuse (così vengono chiamate le imbarcazioni progettate per trasportare carichi sfusi). I blocchi sono concentrati sulle strade di ingresso al sito, e impediscono l’ingresso dei camion all’area di imbarco, con ripercussioni sui rifornimenti e sui flussi commerciali.
La protesta è partita il 22 gennaio ed è guidata dal Conselho Indígena Tapajós e Arapiuns, un organismo che rappresenta le comunità indigene della regione. Il blocco non è un attacco alla multinazionale in sé, ma una forma di pressione sul governo brasiliano per revocare il decreto 12.600/2025, firmato dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva a fine 2025.
Si tratta di un decreto che inserisce alcuni importanti corsi d’acqua nel cosiddetto “Piano Nazionale delle Vie d’Acqua” e apre la porta a concessioni private per manutenzione, dragaggio e gestione delle vie navigabili e delle infrastrutture correlate.
Le proteste sono nate soprattutto attorno al dragaggio del fiume Tapajós, uno dei principali affluenti del bacino amazzonico molto utilizzato per il trasporto di materie prime per l’esportazione, come nel caso di Cargill. Adesso opere di dragaggio e canalizzazione (quindi la rimozione dei detriti dal fondale e la modifica del corso naturale del fiume) potrebbero avvenire senza un processo di consultazione preventiva con le popolazioni indigene locali.
Secondo i leader indigeni, questo decreto minaccia l’equilibrio ambientale dell’Amazzonia, pone a rischio i territori tradizionali e viola gli obblighi di consultazione previsti dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ratificata dal Brasile.
Le operazioni di dragaggio, sostengono, potrebbero compromettere la salute del fiume Tapajós e, con essa, le attività di pesca, la raccolta di risorse naturali e le relazioni culturali e spirituali che le comunità hanno con il loro ambiente.
Cargill ha confermato che i camion sono bloccati all’ingresso, ma ha precisato di non essere parte nella definizione o attuazione del decreto e di non avere controllo sulle decisioni governative che hanno scatenato la protesta. L’azienda ha ribadito il suo rispetto per il diritto alla manifestazione, pur evidenziando difficoltà operative derivanti dal blocco.
Le autorità brasiliane, pur affermando di voler procedere con un processo di consultazione non hanno ancora annunciato una revoca formale del decreto né una data certa per un confronto diretto che possa soddisfare le richieste dei leader indigeni. Il governo, da parte sua, afferma di aver già incontrato rappresentanti della società civile e di essere impegnato in dialogo con le comunità coinvolte.
Questa serie di blocchi si inserisce in un più ampio contesto di mobilitazioni indigene in Brasile, dove le popolazioni native denunciano l’esclusione dai processi decisionali che riguardano le loro terre e la pressione di grandi progetti di infrastruttura e agribusiness sull’Amazzonia. Nel corso del 2025, durante la COP30 sul clima a Belém, decine di manifestanti indigeni hanno bloccato ingressi e tenuto proteste per chiedere maggiore voce nei negoziati internazionali e concrete misure per la protezione delle foreste e dei territori autoctoni.
I blocchi presso Santarém sono dunque espressione di una frattura persistente fra comunità indigene, governo e settori dell’economia estrattiva e agricola, che riflette tensioni più ampie su ambiente, diritti territoriali e modelli di sviluppo in Amazzonia. Le comunità indigene hanno dichiarato che continueranno la loro presenza finché non verranno soddisfatte garanzie di consultazione preventiva e protezione dell’ecosistema.






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