Instagram censura la Gaza Cola
La bevanda gassata lanciata per raccogliere fondi per la popolazione di Gaza è stata messa in shadow ban da Instagram senza alcun motivo apparente.
Il 20 ottobre 2025 Donald Trump ha annunciato di aver concluso con successo un accordo di pace a Gaza. Accordo di pace che è rimasto sulla carta, dato che da quella data l’esercito israeliano ha ucciso circa 450 palestinesi – i numeri sono stati forniti dalla stessa IDF, che ha pubblicato per la prima volta una stima ufficiale delle vittime palestinesi dell’occupazione, quantificate in 71.667. Ma il 20 ottobre è iniziato anche lo shadow ban della Gaza Cola, la bevanda gassata che da un paio di danni si sta diffondendo sempre di più, i cui proventi sostengono la popolazione gazawi.
In un post proprio su Instagram pubblicato ieri, la Gaza Cola denuncia che il suo profilo è stato messo in shadow ban da Instagram stesso. In pratica vuol dire che non c’è stato nessun ban ufficiale – ovvero nessun provvedimento punitivo a causa di esplicite violazioni del regolamento della piattaforma –, ma l’algoritmo ha cominciato a penalizzare sistematicamente i contenuti del profilo, togliendoli sempre più spesso dalle bacheche degli utenti, anche di quelli che quel profilo lo seguono.
“Dalla primavera fino a ottobre le visualizzazioni toccavano il milione di follower, ma da novembre si sono assestate sulle 100.000”, scrive in un post Gaza Cola. Un crollo del 90% che ha avuto gravi ripercussioni anche sulle vendite del prodotto, “dal momento che la nostra distribuzione, solidale e dal basso, si fonda in buona parte sugli ordini di singole persone”. I contenuti pubblicati dal profilo non sono sensibili, ma riguardano principalmente la promozione della bibita o contenuti informativi su progetti sostenuti come SOS Gaza o Skate & Joy, che organizza lezioni di skateboard e laboratori educativi per bambini e bambine gazawi.
Lo stesso staff della Gaza Cola ipotizza in un post che il crollo delle performance del profilo potrebbe essere legato anche al generale calo dell’attenzione mediatica sul genocidio in corso, su cui la tregua annunciata da Trump ha influito in maniera quasi inconsistente. A questo va aggiunto un atteggiamento che a detta di diversi organi di informazione – da Altreconomia al Post – è sempre stato penalizzante nei confronti dei contenuti che parlano di Gaza. Uno shadow ban inoltre è difficile da dimostrare proprio perché non esistono comunicazioni ufficiali di violazione del regolamento ma solo dati sull’andamento dei post, sul numero dei follower o sulle interazioni degli utenti.
Non è la prima volta che Gaza Cola subisce attacchi mediatici. Lo scorso anno Setteottobre – associazione fondata dall’ex manager ed esponente politico del centrodestra Stefano Parisi – ha pubblicato un articolo che criticava la Coop Alleanza 3.0 e la sua decisione di vendere la Gaza Cola, che a detta dell’autore avrebbe la colpa di essere “imbottigliata in Polonia e distribuita da una società con sede a Londra”. La società è quella di Osama Qashoo, rifugiato palestinese in Gran Bretagna e fondatore dello spazio culturale Palestine House.
Uno degli obiettivi della Gaza Cola e del suo fondatore è la ricostruzione dell’ospedale Al-Karama dell’Associazione Benefica per la Cura del Paziente della Striscia di Gaza, oltre al finanziamento delle attività di progetti già citati come SOS Gaza e Skate & Joy. La stessa Gaza Cola tempo fa ha pubblicato un comunicato per chiarire alcuni aspetti su come vengono gestiti i fondi: “Solo nella prima settimana di agosto abbiamo contribuito con 7500 euro alla realizzazione di nuovi progetti di comunità nella Striscia di Gaza e supportato direttamente numerose famiglie”.






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