Israele vuole espellere Medici Senza Frontiere: questa e altre novità da Gaza
Mentre il Governo israeliano si accinge a cacciare Medici Senza Frontiere e altre ONG da Gaza, riapre il valico di Rafah e non si fermano i bombardamenti.
“Dopo diversi mesi di infruttuosi tentativi di dialogo con le autorità israeliane e in assenza di garanzie sull’incolumità del nostro staff e sull’autonomia nell’organizzare le nostre attività, Medici Senza Frontiere ha deciso che non condividerà una lista del personale palestinese e internazionale stanti le attuali circostanze”. Così la ONG di origine francese ha dichiarato l’altro ieri per rispondere – apparentemente in via definitiva – all’obbligo imposto dal Governo israeliano di fornire la lista del personale operante.
Il contesto è quello definito dalla riforma approvata nel 2024 che impone alle organizzazioni non governative che vogliono operare sul territorio controllato da Israele di registrarsi – e questo vale anche per quelle che sono già registrate e già operano da anni – secondo criteri ideologici stabiliti da un comitato interministeriale, che include il Ministero per gli Affari della Diaspora e la lotta all’antisemitismo. Una volta avvenuta la registrazione, il comitato decide se autorizzare o meno la ONG. All’inizio dell’anno le autorità israeliane hanno annunciato che 37 organizzazioni non si sono messe in regola e verranno pertanto espulse entro il termine del 1° marzo. Fra loro anche Medici Senza Frontiere.
Dopo aver consultato il proprio personale, la ONG aveva dichiarato il 23 gennaio che avrebbe fornito i dati richiesti, ma dietro la concessione di alcune garanzie. Questo per tutelare una categoria – quella degli operatori sanitari – che sta pagando un prezzo inaccettabile in questo genocidio: negli ultimi due anni – dichiara Medici Senza Frontiere – sono 1700 le persone uccise che si occupavano di sanità e fra di essere figurano 15 membri dello staff di MSF. “In assenza di garanzie chiare, abbiamo deciso di non condividere la lista richiesta in queste circostanze. Nel mezzo della catastrofe umanitaria di Gaza, Israele chiede alle ONG di compiere una scelta impossibile: condividere informazioni sui propri staff o smettere di fornire un aiuto medico di vitale importanza”.
Nel frattempo la situazione a Gaza rimane critica: come scrive – fra gli altri – l’agenzia Reuters, sabato scorso si è verificato uno degli attacchi aerei più intensi a partire dalla tregua – se così si può chiamare – di ottobre. Sono state uccise più di trenta persone, fra diversi bambini e tre bambine, in un bombardamento che ha preso di mira abitazioni civili, tende di rifugiati e una stazione di polizia. L’esercito israeliano ha giustificato gli omicidi commessi spiegando che erano una ritorsione per l’accesso di otto uomini armati a un tunnel nei pressi di Rafah, un’area che nel corso della tregua è sotto il controllo dell’IDF.
A proposito di Rafah, proprio questa mattina il valico è stato riaperto in entrambe le direzioni secondo alcuni ufficiali che operano in zona. La riapertura faceva parte degli accordi per il cessate il fuoco di ottobre. Il check point di Rafah – l’unico tratto di confine di Gaza non affacciato sul territorio israeliano – è rimasto chiuso negli ultimi due anni, con tonnellate di aiuti umanitari bloccati in Egitto. Le autorità israeliane hanno rilasciato alcune indicazioni sulle modalità – strettamente contingentate – di passaggio del confine da parte della popolazione, che dovrà sotto porsi a un doppio screening di sicurezza effettuato da parte dell’esercito israeliano, che controlla tutta l’area del valico.






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