La Spagna fa sul serio con l’abitare sociale
Il nuovo Piano Casa 2026‑2030 inserisce la casa come quinto pilastro del welfare, accanto a sanità, istruzione, pensioni e assistenza.
La Spagna ha ufficialmente riconosciuto la casa come quinto pilastro dello Stato del Benessere, insieme a sanità, istruzione, pensioni e assistenza sociale. Lo fa attraverso il nuovo Piano Estatal de Vivienda 2026‑2030, presentato dal governo a settembre, che destina 7 miliardi di euro a politiche abitative pubbliche strutturali.
Il piano si propone di affrontare in modo sistemico alcune criticità diffuse: l’elevato costo dell’abitare, la difficoltà dei giovani a emanciparsi, la scarsità di alloggi sociali (oggi solo il 3,4% del totale, come in Italia) e il degrado di parte del patrimonio edilizio esistente.
Tre le principali linee di intervento: aumento dell’offerta di alloggi pubblici (40% delle risorse), riqualificazione urbana e rurale (30%) e misure per l’emancipazione giovanile e il contenimento dei costi abitativi (30%).
Un elemento innovativo è la volontà di creare un patrimonio pubblico permanente, evitando che gli alloggi costruiti con fondi statali vengano privatizzati nel tempo. Tra i modelli abitativi sostenuti figurano anche cohousing, coliving e forme collaborative intergenerazionali o temporanee, considerate strumenti per rispondere a bisogni abitativi diversificati.
Il piano prevede un sistema di cofinanziamento tra Stato (60%) e comunità autonome (40%) e introduce criteri di accessibilità, efficienza energetica e interventi mirati nelle aree con mercati immobiliari in tensione.
Come commenta Lucio Massardo di MeWe abitare collaborativo, «Il Piano spagnolo rappresenta un esempio illuminante di come le politiche abitative possano evolvere per rispondere alle sfide contemporanee. Il riconoscimento della casa come quinto pilastro dello Stato Sociale e l’inclusione del cohousing tra le soluzioni da promuovere indicano un cambio di paradigma che merita attenzione».
Pur restando da verificare la capacità attuativa, il piano rappresenta un cambio di approccio: l’abitare non più trattato come emergenza o intervento straordinario, ma come diritto sociale stabile. Un riferimento che potrebbe stimolare anche in Italia una riflessione su come integrare l’abitare nelle politiche di welfare.





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