Vittoria su Ombrina Mare: nessun risarcimento alla compagnia petrolifera
L’Italia vince l’arbitrato su Ombrina Mare: annullato il risarcimento da 190 milioni alla compagnia petrolifera Rockhopper. Una vittoria ambientale.
L’Abruzzo festeggia una vittoria storica: è stato annullato il risarcimento da 190 milioni di euro che l’Italia avrebbe dovuto versare alla compagnia petrolifera britannica Rockhopper per il blocco del progetto Ombrina Mare. La piattaforma avrebbe dovuto sorgere a meno di dieci chilometri dalla Costa dei Trabocchi, in uno dei tratti più suggestivi dell’Adriatico.
Il progetto fu fermato nel 2015, dopo una straordinaria mobilitazione popolare che vide la partecipazione di migliaia di cittadini, comitati, associazioni e amministrazioni locali. Quella pressione contribuì a una decisione politica netta: il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine.
La compagnia britannica reagì con un ricorso internazionale, sostenendo che il blocco violasse gli accordi sugli investimenti previsti dal Trattato sulla Carta dell’Energia. Una prima sentenza, nel 2022, aveva dato ragione all’azienda, condannando l’Italia a versare il maxi risarcimento. Ma nei giorni scorsi, dopo una lunga battaglia legale, è arrivato il ribaltamento della decisione: il risarcimento è stato definitivamente annullato.
Il caso Ombrina Mare ha attraversato oltre un decennio di tensioni, iter giuridici e proteste civiche. Il progetto, inizialmente portato avanti da Medoilgas e poi acquisito da Rockhopper, prevedeva l’estrazione di petrolio in mare a ridosso di un tratto di costa ad alto valore paesaggistico e ambientale. Dopo le prime autorizzazioni ministeriali, la protesta cittadina raggiunse il suo culmine nel maggio 2015, con una manifestazione oceanica a Lanciano che coinvolse decine di migliaia di persone. Pochi mesi dopo, il Parlamento approvò il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine, fermando il progetto.
Rockhopper attivò l’arbitrato previsto dalla Carta dell’Energia, trattato internazionale oggi fortemente criticato perché consente alle multinazionali di citare in giudizio gli Stati quando nuove leggi ambientali ostacolano i loro profitti. L’Italia nel frattempo aveva già avviato il processo di uscita dal trattato, così come diversi altri Paesi europei.
La sentenza del giugno 2025 rappresenta un precedente importante, perché riafferma il diritto degli Stati – e delle comunità locali – di orientare le proprie politiche ambientali senza subire ricatti economici. Non è solo una vittoria legale: è la conclusione di una storia in cui la partecipazione dal basso ha avuto un ruolo decisivo, e che riapre il dibattito sul controllo democratico delle risorse naturali e sul futuro della transizione energetica.






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