Oggi è il Plastic Overshoot Day 2025: ma esiste davvero una quantità “sostenibile” di plastica?
Il 5 settembre il mondo ha superato la capacità di gestire i propri rifiuti plastici. Ma esiste davvero una quantità sostenibile di plastica? E cosa significa se il riciclo non funziona?
Dal 5 settembre ogni oggetto in plastica prodotto nel mondo rischia di trasformarsi in inquinamento ambientale. È il Plastic Overshoot Day (POD), la data simbolica che ricorda che abbiamo oltrepassato la capacità globale di gestire in sicurezza la plastica che consumiamo. Con 28 chili a testa all’anno e 616 mila tonnellate prodotte ogni giorno, il pianeta è entrato in una condizione di deficit ambientale da plastica.
Il POD viene calcolato e pubblicato dall’organizzazione EA For Impact, che ogni anno stima la quantità di plastica prodotta che non riesce ad essere “gestita” dagli esseri umani e che quindi si trasforma in inquinamento ambientale. Il calcolo si basa sulla quantità totale di rifiuti plastici generati (incluse plastica da imballaggi, domestica e tessile) e sulla capacità globale di gestione di tali rifiuti. Il rapporto tra plastica mismanaged (non gestita correttamente) e plastica totale prodotta determina la data dell’overshoot.
Per porre l’attenzione sull’inquinamento da plastica, quest’anno il WWF ha inaugurato la Plastic Free Week, una settimana di sensibilizzazione e azione. L’iniziativa invita cittadini e governi a ridurre il ricorso al monouso e a promuovere pratiche circolari. Ma al di là della campagna, resta una domanda di fondo: esiste un ammontare realmente sostenibile di plastica?
La questione non è solo quantitativa. Da un lato, alcune tipologie di plastica hanno reso possibili progressi importanti in campo medico, tecnologico e alimentare. Dall’altro, la loro persistenza nell’ambiente e la dispersione delle microplastiche nel corpo umano – dal sangue al cervello – mostrano che non possiamo considerare questa materia come un materiale neutro. Come afferma Eva Alessi del WWF, la plastica non è più un problema solo ecologico: è anche una sfida sanitaria e sociale.
Eppure la strategia più diffusa per affrontare il problema, il riciclo, mostra tutti i suoi limiti. Non è una valutazione ideologica ma scientifica: secondo Jane Muncke, direttrice e chief scientific officer del Food Packaging Forum, il riciclo della plastica “non funziona”. Il motivo è duplice. Primo: solo una piccola parte della plastica immessa sul mercato è realmente riciclabile. Secondo: anche quando viene riciclata, la plastica degrada in qualità e finisce per essere destinata a usi di minor valore, fino a diventare inevitabilmente rifiuto. Questo significa che l’idea di una “economia circolare della plastica” è, al momento, più promessa che realtà.
Se il riciclo non basta, la questione non è soltanto “quanta plastica serve”, ma quale modello produttivo stiamo alimentando. Il vero nodo non è la plastica in sé, ma la logica dell’usa-e-getta, che trasforma un materiale resistente e versatile in un rifiuto istantaneo.
A monte c’è un dato spesso sottovalutato: la plastica è il principale sbocco dell’industria petrolchimica, che ha bisogno di continuare a produrla per sostenere la domanda di petrolio. Per questo, ogni proposta di ridurne la produzione incontra resistenze enormi. Non a caso, il recente summit ONU sulla plastica è fallito: i Paesi produttori di petrolio hanno impedito l’introduzione di un tetto globale alla produzione, l’unica misura davvero efficace per affrontare il problema.
Nonostante il fallimento del Trattato, mettere un limite alla produzione globale di plastica resta secondo molti la cosa più sensata da fare. Come ha dichiarato Krista Shennum di Climate Rights International “Così come non si può spegnere un incendio continuando ad alimentarlo, non possiamo affrontare la crisi della plastica permettendo una produzione illimitata. Un tetto alla produzione di plastica è una necessità per un trattato sulla plastica che rispetti i diritti”. E il Plastic Overshoot Day ce lo ricorda.





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