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9:33 25 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 4 minuti

Il ponte ciclabile crolla ancora prima del collaudo: è l’emblema delle opere pubbliche in Italia

Pochi giorni fa è crollato il ponte ciclopedonale sul fiume Adda, snodo cruciale della ciclovia Vento. Questo ennesimo episodio fotografa bene lo stato dei lavori pubblici in Italia.

Autore: Redazione
crollo ponte ciclabile
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Era il 2015 quando usciva la nostra intervista a Paolo Pileri, professore di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano e progettista di Vento, un ambizioso progetto di itinerario ciclabile che collega Venezia a Torino – con una bretella che raggiunge anche Milano – proposto per la prima volta dal team dell’ateneo milanese nel 2015. Nei giorni scorsi però un brutto colpo è stato inferto al progetto: poco prima dei collaudi ufficiali, è crollato il ponte ciclopedonale sul fiume Adda, nel cremonese, snodo cruciale di Vento.

L’opera era costata circa 4 milioni di euro e aveva richiesto cinque anni per essere realizzata, con notevoli disagi per la circolazione nella zona e grandi aspettative da parte delle istituzioni locali e degli abitanti del territorio. Il 12 febbraio, dopo la posa della superficie in cemento, sono iniziati i primi cedimenti, che nel giro di quattro giorni hanno portato al crollo totale della struttura, che per fortuna è avvenuto di notte e non ha provocato feriti. Enormi i però disagi: dal 16 febbraio sono interrotte la circolazione carrabile sull’attiguo ponte stradale e quella fluviale lungo il corso dell’Adda. La procura di Lodi inoltre ha aperto un fascicolo per accertare le responsabilità.

Il crollo del ponte ciclopedonale porta prepotentemente alla luce la situazione delle opere pubbliche in Italia: secondo i dati della Banca Mondiale, nel nostro Paese occorrono mediamente 815 giorni per completare l’intero iter di appalto, realizzazione e pagamento di un’opera pubblica, contro i 605 della media europea. Peggio di noi solo la Grecia. Il problema principale è la burocrazia: i tempi di attraversamento – ovvero quelli di passaggio da una fase a quella successiva, che quindi non hanno a che fare con la realizzazione concreta di attività come progettazione o edificazione – incidono per il 42% sulle tempistiche, denuncia un report dell’Unità di verifica degli Investimenti Pubblici.

A conferma di questo c’è anche uno studio dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, secondo cui i tempi di aggiudicazione degli appalti – che dipendono quindi da aspetti esclusivamente burocratici – in Italia sono mediamente di 279 giorni, contro gli 84 della virtuosa Germania e i 180 della Spagna. Problemi anche per i pagamenti: in Italia le aziende devono attendere in media 90 giorni per essere pagate, laddove la media degli altri paesi europei è di 46 giorni, praticamente la metà.

Per quanto riguarda Vento, il progetto di dorsale cicloturistica che dovrebbe collegare Venezia e Torino nell’ambito del corridoio ciclabile europeo Eurovelo 8, l’itinerario mediterraneo, la situazione è particolarmente critica. Il primo studio di fattibilità del Politecnico di Milano risale al 2012, mentre nel 2016 è stato firmato il protocollo d’intesa fra Ministero e le Regioni interessate dal passaggio della ciclovia. Nel 2017 è stato pubblicato il bando, ma si è dovuto attendere il 2024 perché il soggetto vincitore ricevesse l’incarico formale di redigere il progetto di fattibilità tecnica ed economica.

Sul sito ufficiale di Vento gli ultimi aggiornamenti disponibili risalgono a dicembre 2020. Nel novembre del 2024 la consigliera regionale Marcella Zappaterra ha presentato un’interrogazione per chiedere informazioni sull’avanzamento dei lavori dell’itinerario ciclabile che, con un costo stimato di circa 100 milioni di euro – relativamente pochi, se consideriamo che con la stessa cifra si costruiscono circa 3 chilometri di autostrada –, è stata inserita dal Ministero dei Trasporti tra le ciclovie prioritarie della rete nazionale.

A questo proposito, dopo il clamoroso crollo del ponte ciclabile sull’Adda, è intervenuta anche Bikeitalia che, nel quadro già preoccupante della realizzazione di opere pubbliche in Italia, denuncia la scarsa attenzione che viene dedicata a quelle funzionali alla mobilità ciclistica: “Spesso le ciclabili vengono trattate come accessori di poco conto. È legittimo domandarsi se anche in questo frangente abbiano influito quelle logiche di eccessivo ribasso o di supervisione non ottimale che spesso affliggono i cantieri pubblici italiani. Il risultato fattuale, purtroppo, è quello di ponti che cedono strutturalmente ancor prima dell’uso. Le infrastrutture ciclabili non sono un “gioco” o un abbellimento. Sono opere di mobilità che richiedono la stessa dignità ingegneristica di un’autostrada”.

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