A Verona un progetto di social housing vuole sfrattare 40 famiglie
Una quarantina di famiglie del condominio Il Borgo, primo esperimento di social housing a Verona, dovranno lasciare gli alloggi tra il 2026 e il 2027. Mancano spiegazioni chiare e alternative concrete.
Una quarantina di famiglie che vivono nel condominio di housing sociale Il Borgo, a Verona, stanno hanno ricevuto lettere che intimano la riconsegna degli appartamenti tra giugno 2026 e aprile 2027. Si tratta di nuclei che abitano lì da anni, in molti casi dal 2010, con pagamenti regolari e senza contenziosi. Eppure oggi si trovano davanti a una prospettiva improvvisa: lasciare casa senza sapere con chiarezza perché, né soprattutto dove potranno trasferirsi.
Il Borgo era stato presentato come il primo esperimento di housing sociale a Verona. L’housing sociale è una forma di abitare a prezzi calmierati pensata per persone e famiglie che non riescono ad accedere facilmente né all’edilizia pubblica né al mercato privato. Una sorta di via di mezzo tra casa popolare e mercato, con affitti o prezzi accessibili. Tuttavia la parabola dell’esperienza veronese rischia ora di trasformarsi in un segnale opposto rispetto alle promesse con cui era nato.
Le lettere hanno cominciato ad arrivare in modo scaglionato da giugno 2025, con scadenze distribuite nell’arco di circa un anno. Alla base della vicenda c’è il fondo “etico” Veneto Casa, costituito nel 2009 con un apporto di oltre 99 milioni di euro da parte di diversi soggetti, tra cui Regione Veneto, Fondazione Cariparo e Cassa Depositi e Prestiti. La scadenza del Fondo è fissata al 2035, ma le richieste di rilascio degli alloggi arrivano molto prima.
Una richiesta difficile da comprendere per gli abitanti, visto che l’esperienza è stata fin qui stabile e gli assegnatari hanno rispettato gli impegni economici. A rendere ancora più pesante il quadro, spiega Ansa, è il fatto che tra i residenti ci sono persone anziane, lavoratori precari e famiglie che difficilmente potrebbero sostenere un ingresso nel mercato immobiliare tradizionale.
Perché, dunque, interromperla in anticipo? Il timore espresso dal comitato dei condomini è che l’operazione finisca per spostare quegli alloggi verso usi più remunerativi, come residenze studentesche, affitti brevi o altri investimenti a vocazione commerciale, in una zona considerata appetibile.
In questi giorni agli inquilini è arrivata anche una proposta di acquisto degli appartamenti: dovrebbero sborsare circa 2.700 euro al metro quadrato, con sessanta giorni di tempo per decidere. Per molti residenti, però, si tratta di una possibilità solo teorica. Non solo il prezzo è vicino ai valori di mercato, ma una parte consistente degli assegnatari non ha accesso al credito bancario.
Il fatto ha scatenato una protesta organizzata dagli abitanti, insieme al sindacato Sunia Cgil, che punta anche a denunciare l’assenza delle istituzioni. La loro richiesta non riguarda soltanto una sospensione degli sfratti o un supplemento di istruttoria, ma una presa in carico politica del problema.
Il caso del Borgo solleva una questione più ampia sulla tenuta sociale di modelli che nascono per offrire stabilità, ma non sempre reggono alla prova del tempo. Una parte considerevole dell’edilizia sociale, infatti, dopo un certo numero di anni, tende a rientrare nel circuito del mercato tradizionale. È un meccanismo che svuota nel tempo la funzione pubblica e sociale degli interventi, soprattutto nelle aree urbane dove il valore immobiliare cresce.
In questo caso specifico, è utile osservare il soggetto a cui è stata affidata la gestione. Il Fondo Veneto Casa è un fondo immobiliare promosso per realizzare interventi di housing sociale in Veneto e gestito da Investire SGR, società specializzata nella gestione di fondi immobiliari. Investire SGR è una società che opera da anni nel settore della finanza immobiliare.
La sua Mission è la “La creazione di valore per tutti i nostri stakeholder: investitori, clienti, istituzioni e comunità in generale” e la Vision è “Vogliamo essere l’operatore italiano indipendente di riferimento nello sviluppo sul territorio di grandi operazioni immobiliari in ogni asset class”. «Non si fa menzione, in alcun modo, dei destinatari della prestazione di welfare, né del voler essere un player del social housing», nota Lucio Massardo di MeWe Abitare collaborativo.
La prima operazione di Investire SGR, nel 2004, fu quella di gestire una grossa operazione di cessione di immobili pubblici a un fondo con successiva permanenza dell’ente pubblico come utilizzatore in affitto. Un’operazione chiamata in gergo di sales and leaseback, in cui beni immobili destinati a una funzione pubblica o sociale vengono inseriti dentro una logica finanziaria, con obiettivi di rendimento. Un’operazione che contrasta con le logiche dell’abitare sociale.
Questa notizia ci mostra quanto sia importante affidare le operazioni di edilizia sociale a soggetti che siano genuinamente interessati alla tutela del diritto all’abitare. Inoltre ci ricorda l’utilità di sperimentare modelli diversi, capaci di sottrarre il suolo e almeno una parte del patrimonio abitativo alla pura logica speculativa. Modelli come il community land trust, che separa la proprietà del terreno da quella dell’edificio e vincola nel lungo periodo l’uso sociale degli immobili, limitando la possibilità che vengano riassorbiti dal mercato.
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