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11:11 10 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 4 minuti

Zoe Trinchero e i titoli dei giornali che puntano il dito contro le vittime di femminicidio

Zoe Trinchero è stata assassinata da un amico che non ha accettato di sentirsi rifiutato. Uno dei problemi alla base della violenza maschile è anche il modo in cui viene edulcorata dalla narrazione mediatica.

Autore: Redazione
omicidio zoe titoli giornali
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Secondo l’osservatorio nazionale dei femminicidi, lesbicidi e transcidi stilato da Non una di meno e aggiornato l’8 di ogni mese, Zoe Trinchero è stata la settima vittima di femminicidio del 2026. Dal primo gennaio è stata quindi uccisa una donna ogni sei giorni. Tecnicamente fra l’altro il capo d’imputazione è omicidio aggravato da futili motivi. Ma al di là della cronaca è importante analizzare il modo in cui alcune testate hanno trattato il caso, sottolineare le parole che hanno usato e il ruolo che la narrazione stessa ha nel creare il clima culturale all’interno del quale trovano asilo i femminicidi.

Lo fa in maniera brillante l’insegnante e influencer Enrico Galiano, che in un video fa l’analisi logica del titolo di un servizio del TG4: “Zoe uccisa per un rifiuto, confessa il suo ex”. Galiano, come se fosse un compito di scuola, fa l’analisi logica della frase. Da questo semplice esercizio emerge in maniera chiara come il rifiuto sia il complemento di causa, quindi il motivo all’origine del delitto. In questo modo, fa notare Galiano, chi legge è portato a individuare la causa del delitto nell’atteggiamento di Zoe Trinchera – che ha rifiutato l’approccio dell’assassino –, e non “nella follia omicida, nella perversione” commenta Enrico Galiano.

E non nella cultura del possesso, del patriarcato e della prevaricazione, si potrebbe tranquillamente aggiungere. “Il nostro cervello apprende così che se Zoe non si fosse rifiutata sarebbe ancora viva. Doveva imparare a non rifiutarsi, è questo il messaggio che arriva, anche se non ce ne accorgiamo”. Si sposta così l’attenzione dall’atteggiamento dell’autore del femminicidio a quello della vittima, in uno storytelling che alleggerisce il peso sociale di questi atteggiamenti, che quando vengono perpetrati in maniera più lieve godono di accettazione o quantomeno tolleranza sociale.

Anche il TG5 fa una scelta analoga, titolando “Zoe Trinchero uccisa per un no”, mentre Il Giornale da spazio alle dichiarazioni dell’assassino. “Il killer: ‘Mi aveva rifiutato'”, titola il quotidiano, che poi nel testo dell’articolo di cronaca si lascia sfuggire la considerazione “un no che le è costato la vita“. Una narrazione che – spesso in maniera involontaria – crea terreno fertile per la devittimizzazione degli autori dei delitti, sfociando a volte nel victim blaming.

Un caso emblematico è quello del femminicidio di Sara Campanella, accoltellata a morte da un collega e stalker che non aveva accettato di essere rifiutato. Come fa notare TheWom analizzando l’eco mediatica del caso, sui social si è scatenata una campagna d’odio nei confronti della vittima, con frasi come “ha reagito male, la vittima è lui”, “nessuno si ossessiona senza motivo” o “lei lo ha illuso”.

“Se anche chi scrive i titoli dei giornali non si rende conto del messaggio che contengono abbiamo un grande problema”, sottolinea Enrico Galiano. “E anche noi siamo parte del problema, che è talmente radicato che neanche noi ci rendiamo conto di quello che implicitamente le frasi che diciamo significano. La causa è sempre e solo nell’omicida. Punto, fine“.

Eppure il problema è molto radicato e ha contaminato anche la legge. Un esempio? Il caso di una violenza sessuale ai danni di una giovane marchigiana che si era appartata in macchina con un uomo, rifiutandolo quando non si era più sentita a suo agio, secondo il principio per cui il consenso è sempre revocabile, in qualsiasi momento. In quell’occasione però, il giudice aveva inizialmente assolto – la sentenza è poi stata ribaltata in appello – l’autore, poiché “la giovane aveva già avuto rapporti con lui e si trovava in condizione di immaginarsi i possibili sviluppi della situazione”.

Non può dunque passare inosservato il disegno di legge proposto da Giulia Bongiorno che introduce il concetto di “dissenso manifesto” per annacquare il principio del consenso, in una proposta che la cooperativa sociale Be Free definisce addirittura “in contrasto con la Convenzione di Istanbul“. “Zoe Trinchero è stata uccisa a 17 anni da un ragazzo che non ha accettato un no. Vogliamo l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, ora. Dopo il DDL Bongiorno, in cui il consenso viene svuotato e sostituito da espressioni come volontà contraria e dissenso, è chiaro che le speranze di progresso sono, oggi, drammaticamente remote”, sottolinea Flavia Restivo, autrice della campagna Italy Needs Sex Education.

“Bisogna insegnare agli uomini, una volta per tutte, che il mondo non è il loro buffet personale, che i corpi non sono concessioni e che un rifiuto non è una sfida, ma un limite da rispettare ed elaborare. Continuare a pensare che inasprire le pene, quando ormai è troppo tardi, possa essere un deterrente è ridicolo e inconcludente. Gli strumenti ci sono, ma manca la volontà politica per usarli davvero”, conclude Restivo.

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