Spettacolo e contraddizioni: il mondo va in scena alle Olimpiadi invernali – 9/2/2026
Avvio delle Olimpiadi Milano-Cortina tra cerimonia “diffusa” e polemiche; sciopero internazionale dei portuali contro guerre e traffici d’armi; elezioni in Portogallo e in Thailandia; dimissioni dell’ad del Washington Post.
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Fonti
#OlimpiadiMilanoCortina
The Guardian Intimate and enormous: Milano Cortina opening ceremony tries something different
#ScioperoPortuali
il manifesto «I portuali non lavorano per la guerra», ampia adesione allo sciopero globale
#ElezioniThailandia
Il Post Alle elezioni in Thailandia cambiano i nomi, ma non la sostanza
#WashingtonPost
Il Post Dopo il licenziamento di un terzo dei dipendenti, si è dimesso l’amministratore delegato del Washington Post
Italia che Cambia Cosa c’è dietro al licenziamento di 300 giornalisti del Washington Post? – 6/2/2026
Trascrizione episodio
“La cosa più sorprendente della cerimonia di apertura non è un singolo oggetto di scena, un cameo di una celebrità o un pezzo di coreografia: è la geografia. Per la prima volta, una cerimonia di apertura olimpica si è svolta di fatto in più luoghi dal vivo tutti insieme, con Milano, Cortina, Livigno e Predazzo collegati in un’unica struttura narrativa”.
A scrivere queste parole è Bryan Armen Graham, corrispondente per il Guardian delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina inaugurate venerdì sera.
E continua: “Sembrava meno uno spettacolo in uno stadio e più come guardare un Paese che si mette in scena in tempo reale. Il concetto organizzativo – “Armonia”, l’idea che elementi diversi possano muoversi insieme senza perdere la propria identità – non è solo un’etichetta di marketing. È ciò che ha dato forma a come la cerimonia funzionava davvero. Seduto a San Siro, sei costantemente consapevole che altrove, in quello stesso identico momento, si sta svolgendo un altro pezzo della storia. Creava una strana sensazione di scala: intima ed enorme allo stesso tempo. In un’epoca in cui l’attenzione globale è frammentata tra schermi e piattaforme, l’Italia ha messo in scena l’opposto: una cerimonia costruita su simultaneità, connessione e un ritmo condiviso”.
La cerimonia è stata in effetti suggestiva ed è interessante notare la scelta degli organizzatori di puntare sul concetto di armonia. Al tempo stesso non priva di contraddizioni. Ad esempio ha fatto piuttosto discutere la scelta non casuale del commentatore della cerimonia di apertura, nonché direttore di Rai Sport Paolo Petracca, di non nominare mai durante la diretta il rapper Ghali, che pure ha partecipato e si è esibito mandando un messaggio pacifista. Una scelta che molti hanno letto come una totale sottomissione del giornalista alle pressioni del governo, che aveva – soprattutto la Lega – polemizzato per la presenza del rapper per via delle sue posizioni politiche a favore della Palestina.
E non è stata l’unica contraddizione. Più avanti, lo stesso giornalista del Guardian, nota una scollatura fra questa cerimonia tutto sommato ben riuscita e il contesto – o meglio i contesti – circostanti.
Innanzitutto il contesto internazionale, percepibile attraverso la partecipazione di leader globali. Leggo: “C’era stata per tutta la settimana una preoccupazione sotterranea: che la delegazione americana – o i politici che le stavano “attaccati” – potesse ricevere un’accoglienza ostile, dopo che le notizie sulla presenza di analisti della sicurezza statunitense collegati all’Immigration and Customs Enforcement che operavano attorno ai Giochi si erano scontrate con tensioni più ampie legate alla postura di politica estera di Washington. Per gran parte della serata di venerdì, quelle paure sono sembrate esagerate. Gli atleti USA hanno ricevuto un’accoglienza calorosissima quando l’enorme delegazione è entrata a San Siro: quel tipo di boato che di solito si riserva ai favoriti per le medaglie e alle nazioni ospitanti.
Ma pochi istanti dopo, una normale inquadratura di stacco sul vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e sulla “second lady” Usha Vance ha provocato un’ondata inequivocabile di fischi da ampie porzioni del pubblico. L’inquadratura è durata appena tre secondi prima di tornare agli atleti in campo, ma è bastata per cambiare la temperatura dentro lo stadio. In precedenza, qualche fischio aveva accolto i quattro rappresentanti di Israele, mentre in alcuni ambienti si chiedeva che Israele venisse escluso per la guerra a Gaza seguita all’attacco mortale di Hamas dell’ottobre 2023. Le Olimpiadi vendono la promessa dell’unità. Per un attimo, la folla è sembrata non crederci.
E poi il contesto attorno a San Siro, epicentro della cerimonia di apertura: “A pochi isolati dalla coreografia, stava prendendo forma un altro tipo di raduno. In una piazza vicino a San Siro, qualche centinaio di manifestanti – tra cui inquilini delle case popolari, attivisti studenteschi e militanti del Comitato Insostenibili Olimpiadi – ha messo in scena una protesta rivolta meno contro la cerimonia in sé e più contro ciò che rappresenta. Alcuni portavano striscioni che accusavano il governo di dare priorità alla spesa olimpica rispetto all’edilizia accessibile e ai servizi pubblici, insieme a una “torcia anti-olimpica”, una parodia della staffetta ufficiale.
Altri si concentravano su rivendicazioni geopolitiche più ampie, con cori contro Israele e a sostegno dei palestinesi che si facevano strada tra fischietti e fumogeni. L’atmosfera è sembrata organizzata più che caotica: più un presidio civico che un punto di rottura, con il corteo che è proseguito pacificamente nonostante la forte presenza di sicurezza e le strade chiuse attorno allo stadio. Le proteste fanno parte di un tamburo di fondo più ampio che ha seguito i Giochi fino a Milano: dalle manifestazioni ambientaliste contro gli sponsor olimpici alle marce contro la presunta coordinazione con la sicurezza statunitense e la presenza di agenti americani dell’immigrazione legati alla protezione degli atleti. Per la maggior parte dei tifosi diretti allo stadio, era rumore di fondo. Ma era un promemoria di una verità olimpica costante: la cerimonia racconta una storia sulla città ospitante. Le strade, di solito, ne raccontano un’altra.
Credo che questa frase possa rappresentare un’ottima metafora anche del modo complesso che io – ma credo molte persone che hanno una sensibilità ambientale e sociale – hanno di viversi questi eventi. Non so voi, ma io vivo un costante movimento interno. C’è una parte di me che ha voglia di immergersi nello spettacolo visivo, di applicare la sospensione dell’incredulità, quindi credere a quella storia fantastica che viene mostrata come se fosse vera, e poi emozionarmi per un’impresa sportiva, con quelle emozioni forti che le storie sportive riescono a suscitare, a parte il curling ovviamente.
E un’altra parte che invece mi spinge a rompere quella scenografia e andare a guardare cosa c’è dietro, e che durante una gara di Bob dice, ma lo sai che hanno tagliato 500 larici secolari per fare questa pista qua? Oppure, ma lo sai che hanno sparato tutta neve artificiale con un consumo energetico enorme per permettere questa gara di sci?
Non credo che ci sia una parte più giusta dell’altra, credo che sia importante ascoltarle entrambe. So che spesso sentiamo la pulsione a dover scegliere, a decidere qual è la parte giusta, quella da ascoltare, e a silenziare l’altra. Solo che così facendo rischiamo o la frustrazione, perché magari rinunciamo a delle emozioni, non guardiamo niente, accusiamo chi guarda le olimpiadi risultando magari anche antipatici e non facendo qualcosa di utile a nessuno. Oppure rischiamo di ignorare i problemi, di raccontarci che in fin dei conti sono poca cosa, in modo che non ci rovinino il piacere, e allo stesso modo silenziamo nella nostra testa chi denuncia le ingiustizie come un insopportabile rompiballe.
Credo invece imparare a vivere la complessità significhi anche accettare le contraddizioni nelle cose e dentro di noi e riuscire a godersi un’emozione sportiva senza negare la devastazione ambientale che può aver generato. È molto più difficile, ma credo anche molto più trasformativo.
Giusto due note a chiudere su stampa e politica. Come riportava il Guardian giustamente ci sono state grandi manifestazioni pacifiche a Milano. Ieri però Repubblica apriva con un’immagine degli scontri con la polizia. Che hanno riguardato 100 persone circa su 10mila. Che capite che manda un’immagine completamente diversa. Citando poi anche la dichiarazione della premier Meloni: “Chi manifesta contro i giochi è nemico dell’Italia”.
Solo che chi ha manifestato contro i giochi lo ha fatto nel 99% dei casi pacificamente e Repubblica con quella immagine – non so dirvi quanto pensata e quanto volontariamente – sembra avallare la strategia del governo di identificare chi manifesta con una piccola percentuale di violenti.
L’altra cosa che vi invito a fare è leggere le nostre news sul sito italiachecambia.org perché durante tutta la durata delle olimpiadi invernali racconteremo i lati meno conosciuti di questo gigantesco evento, mettendo l’attenzione sugli aspetti ambientali e sociali spesso poco considerati.
Questa notizia è molto importante, ma probabilmente me la sarei persa perché non ne ha parlato quasi nessun giornale, a eccezione del manifesto, del Fatto e della stampa locale. Per fortuna un abbonato di ICC me l’ha segnalata attraverso la nostra chat su Telegram privata in cui ci confrontiamo direttamente sulle cose e sui temi di attualità.
Leggo sul manifesto che “I principali porti del Mediterraneo e del Mare del Nord sono stati bloccati per tutta la giornata di ieri (venerdì), per il primo sciopero internazionale dei lavoratori portuali contro le guerre e l’imperialismo. Le bandiere della Palestina erano le più numerose nei cortei organizzati in tutti gli scali marittimi più importanti d’Europa, tra cui Marsiglia, Bilbao, Pireo, Genova. Braccia incrociate anche in Nord Africa e Medio Oriente, da Mersin in Turchia a Tangeri in Marocco. Le adesioni sono arrivate oltreoceano in Sudamerica e Stati uniti.
La mobilitazione è stata organizzata dai sindacati Enedep (Grecia), Lab (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia), Odt (Marocco) e Usb (Italia), che hanno deciso di indire un’iniziativa unitaria dopo i numerosi blocchi fatti negli ultimi mesi nei rispettivi paesi per opporsi al fitto traffico di armi destinate ai paesi in conflitto, a partire da Israele. Sotto lo slogan «I portuali non lavorano per la guerra», i lavoratori si sono rifiutati di svolgere le ordinarie operazioni di carico e scarico per 24 ore. Tra le richieste «l’immediata fine del genocidio dei palestinesi, compiuto da Israele col supporto degli alleati Usa, Ue e Nato». Un tema che ha trovato l’appoggio di tanti cittadini e che i portuali hanno intrecciato allo sfruttamento del lavoro e all’impoverimento dei salari.
Le sigle hanno anche evidenziato la loro contrarietà «ai crescenti antagonismi tra gli Stati uniti e i loro alleati da un lato e Cina e Russia dall’altro per il controllo delle fonti di ricchezza, delle rotte di trasporto delle fonti energetiche, delle merci e delle materie prime», il cui fronte principale è proprio nei porti.
I porti sono in effetti una infrastruttura chiave di questo nuovo imperialismo globale, e fermarli significa avere un grosso impatto.
Ad esempio nei porti di Brema e Marsiglia sono rimaste ferme alcune navi cariche di armi destinate al Nord Africa. Ad Amburgo un lungo corteo è partito dal terminal Hapag-Lloyd per convogliare davanti al consolato americano. Dall’altra parte dell’Atlantico l’iniziativa è stata appoggiata dal movimento statunitense Stop Us-Led War, mentre in Colombia si è manifestato davanti all’ambasciata degli Stati uniti a Bogotá.
In Italia, ha riferito Usb, la nave Virginia della compagnia israeliana Zim è rimasta al largo di Livorno col suo carico di armi e non ha potuto attraccare a causa dello sciopero. Lo stesso è accaduto alla Zim Australia a Venezia e alla Zim New Zealand a Genova, dove in serata si è organizzato un presidio davanti al varco di San Benigno. La nave Eagle 3 di Msc, diretta a Israele, ha deciso di non avvicinarsi nemmeno alle banchine di Ravenna dove era attesa ieri: la compagnia ha preferito cambiare rotta, mentre davanti agli uffici dell’Autorità portuale era in corso un nutrito corteo di lavoratori e cittadini. Analoghe manifestazioni si sono tenute ad Ancona, Trieste, Civitavecchia, Cagliari, Salerno, Bari, Palermo e Crotone.
Insomma, una manifestazione gigante, dal grande impatto, di cui hanno parlato davvero in pochi. Ne riparliamo.
Qualche notizia veloce. Ieri si è votato in Portogallo, e in Tailandia. In Portogallo si votava per eleggere, al ballottaggio, il Presidente della Repubblica. Ha vinto come da pronostici il socialista António José Seguro, di cenmtrosinistra, sconfiggendo André Ventura, della destra radicale e populista di Chega, per cui comunque aver raggiunto il ballottaggio è considerato un risultato molto importante.
Invece in Thailandia ci sono state le elezioni politiche per formare il nuovo governo. Qui come racconta il Post, più dei singoli partiti contano i due grandi schieramenti politici e istituzionali che si scontrano da decenni. Da un lato c’è l’establishment tradizionale, composto soprattutto dalla monarchia e dall’esercito; dall’altro una serie di partiti e movimenti politici che, con alleanze variabili e instabili, cercano di riformare il paese, modernizzarne e democratizzare le istituzioni e ridurre il potere di monarchia ed esercito.
Negli ultimi decenni la lotta politica è andata così: i riformatori hanno quasi sempre ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni, segno che godevano del sostegno popolare. Raramente però hanno governato, perché l’establishment è sempre riuscito a prevenire il loro arrivo al potere con colpi di stato, manovre politiche e sentenze giudiziarie. Anche stavolta il People’s Party (riformista/pro-democrazia) sembrerebbe essere in testa dai primi risultati, ma non è detto che riuscirà a governare.
In Tailandia si è votato anche per riscrivere la costituzione, dato che l’attuale è stata scritta nel 2017 dalla giunta militare. Solo che il referendum per come è stati fatto è un voto a scatola chiusa, in cui non c’è nemmeno una bozza della nuova costituzione. Sull’esito di questo non si hanno ancora numeri affidabili, ne riparliamo domani.
Ultima notizia, l’amministratore delegato del Washington Post, Will Lewis, si è dimesso dal proprio incarico dopo pochi giorni dal licenziamento di circa trecento persone, tra gli ottocento giornalisti e altri dipendenti che lavorano al giornale. Non ci sono dettagli o retroscena al momento ma in molti l’hanno definita una mossa del tutto inaspettata.
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