La decrescita? Felice!

Vegani contro carnivori, salutisti contro fumatori, frugali contro consumisti... Quando ci attiviamo per qualcosa che sappiamo essere utile per tutti vorremmo che anche gli altri agissero come noi. Ma questo approccio può essere rischioso: integralismo, intolleranza e delusione sono sempre in agguato. La verità è che il cambiamento è un processo che richiede sensibilità, pazienza e soprattutto crescita personale. Grazie agli attivisti del Movimento per la decrescita felice possiamo darvene una testimonianza diretta.

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Li raggiungo al quinto giorno di tour, alla fine della tappa che li ha portati a Matera. Li trovo seduti in cerchio sull’asfalto della piazza. Una trentina fra ciclisti, decrescenti locali e curiosi. Uno di loro parla attraverso un megafono e fa riferimento ad alcuni principi della decrescita: ridurre, riusare, riciclare… Un ragazzo del posto mi passa dell’acqua in bottiglia di plastica. Plastica?!?! Non bevo e la passo al ciclista accanto a me, che invece l’accetta ringraziando. Sono perplesso, ma dura solo un attimo. Mi presento. Mi chiamo Ezio e seguirò per qualche giorno il bike tour della decrescita felice nel Sud.

 

Il Bike tour a Matera

Il Bike tour a Matera

 

Il mattino successivo li accompagno nel programmato giro fra le realtà virtuose della città. Partiamo da Casa Netural, tre piani di spazi per co-working, co-living, attività culturali ed eventi di ogni tipo in un quartiere popolare. Quindi incontriamo Mariella di Officine Frida, una bottega di artigianato che trasforma materiali di scarto aziendali in borse, vestiti, braccialetti e altri accessori per l’abbigliamento. Poi ci spostiamo da Paolo di Parblè Art-Ecò, riciclatore anche lui, ma più artista che artigiano: lui raccatta ciò che i passanti gli lasciano nello spazio adibito a discarica accanto al suo laboratorio e s’inventa quadri, sculture, lampade, mobili che espone nella sua bottega. Infine, una visita ad Eliana e al suo B&B eco-sensibile in pieno centro storico. I ciclisti decrescenti fanno domande, si complimentano, postano sui social le foto di questi meravigliosi agenti del cambiamento perché altri seguano il loro esempio. Mi sento a mio agio.

 

Andiamo a pranzo. Noto con rammarico che il menu è ricco di carne e formaggi e che nel gruppo sono in pochi quelli che li evitano. Ma gli allevamenti non sono fra le attività con maggiore impronta ecologica e idrica (per non parlare delle condizioni degli animali in quelli intensivi)? Dov’è la selezione dei consumi qui? Dov’è la decrescita? Vorrei chiederglielo ma mi trattengo: fra poco si parte per Ginosa (TA); poco meno di 30 km di colline che loro percorreranno in bici e io seduto comodamente nel camper di Italia che Cambia. Perché farmi biasimare più di quanto già merito?

 

A Ginosa siamo accolti in una scuola. Una doccia, una breve presentazione del tour in un teatro e poi ce ne andiamo in un ristopub del centro. A sorpresa noto che i ciclisti, che pure poche ore prima avevano banchettato a base di salumi lucani, scelgono tutti opzioni veggie. Forse ho sbagliato a pensar male. Mi rassereno. Quando il cameriere apparecchia la tavola con piatti e posate di plastica monouso e nessuno protesta, però, mi acciglio di nuovo. Intanto a tavola si parla di comunicazione empatica. Sento che il mio volto potrebbe essere fuori tema. Esco a prendere un po’ d’aria.

 

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Il fatto è che la mia idea della decrescita è sempre stata… come dire… rigorosa. Sono uno di quelli che rimprovera il proprio coinquilino quando lava i piatti d’estate con l’acqua calda, che prova a convertire amici e parenti al vegetarianismo, che al bar protesta quando gli mettono la cannuccia nel bicchiere con la centrifuga (a cosa serve la cannuccia oltre a produrre spazzatura?). Ho sempre pensato che la riduzione selettiva dei consumi si possa realizzare solo a partire dal piccolo contributo che ciascuno può dare, anche nella sensibilizzazione del prossimo. E pazienza se il barman mi tratta come un marziano e si fa una risata ammiccando agli altri clienti, se il mio coinquilino cambia casa da un giorno all’altro o se mia nipote non mi parla da due mesi perché le ho detto troppe volte che deve smettere di mangiare carne. Peggio per loro. Sì, peggio per loro. È questo il mio ultimo pensiero prima di andare a letto imbronciato.

 

Il giorno dopo arriviamo a Scanzano Jonico (MT), sulla spiaggia Onda Libera, per anni in concessione a un lido controllato dalla criminalità e adesso gestita da Libera, che per oggi ha organizzato un torneo di beach soccer fra minori rifugiati e giovani calciatori locali. Dopo le partite ci riuniamo tutti, ciclisti e pubblico, all’ombra della tenda tuareg donata dai rifugiati maghrebini all’associazione. Fioccano le domande degli scettici, alcune delle quali sono quelle che avrei voluto fare anch’io in questi giorni: “è vero che non vi muovete mai in aereo o in auto? possibile che mangiate solo bio? davvero evitate sempre i supermercati? avete tutti un fornitore di elettricità da fonti rinnovabili? come vi regolate con il monouso?”. Noto che per la maggioranza del pubblico la decrescita è da un lato auspicabile e dall’altro un’utopia irrealizzabile.

 

I ciclisti non si tirano indietro. Rispondono “no” alle domande, chiarendo che nessuno di loro riesce a fare tutto ma che tutti fanno qualcosa: una prende l’aereo non più di una volta l’anno, altri hanno venduto l’auto e si muovono in bici, molti comprano cibo dai GAS ogni volta che possono, uno ha cambiato fornitore di elettricità, un altro mangia cibo vegano sempre tranne quando viaggia, altri evitano il monouso purché ciò non rischi di urtare la sensibilità di chi gli offre da bere o li invita a cena.

 

La spiaggia Onda Libera

La spiaggia Onda Libera

 

Ho un sussulto. Ripenso al mio coinquilino, a mia nipote, al barista della cannuccia. E se avessi urtato la loro sensibilità? Qualcuno incalza i ciclisti: “Non credete di essere incoerenti?” Uno di loro risponde gentile ma convinto: “Tu sei certo che esista la coerenza perfetta?” La ciclista accanto a lui spiega: “Anche se in buona fede, chi insegue la perfezione spesso crea barriere che danneggiano le stesse istanze che vorrebbe supportare”. “Ed è più esposto alla possibilità di demoralizzarsi e mollare”, aggiunge un’altra. Sento che, grazie a quei ragazzi, il mio volto s’illumina. Al contrario del cielo, che invece si scurisce all’improvviso. Il violento acquazzone che si abbatte su di noi interrompe l’incontro appena dopo la mia illuminazione. Confesso di aver pensato per un attimo a un segno divino.

 

Quella notte ci penso a lungo. Esco dal camper di Italia che Cambia parcheggiato accanto alla spiaggia e m’incammino lentamente sulla sabbia mentre nelle orecchie mi rimbombano come un mantra parole come “coerenza perfetta”, “comunicazione empatica”, “barriere”, ecc. Rivedo nella mente gli episodi che negli ultimi giorni ho ritenuto contraddittori e l’atteggiamento che negli ultimi anni ho utilizzato io nei confronti del prossimo.

 

La mia decrescita è davvero rigorosa o solo perfezionista, moralista, arrabbiata? Di certo non è felice. Provo a immaginare quale sarebbe stata la reazione di mia nipote o del mio coinquilino se avessi usato con loro un approccio empatico e non giudicante. Forse il mio tentativo di sensibilizzarli sarebbe andato in porto invece di rimbalzare contro un muro. E se al barman avessi risparmiato la predica non richiesta e mi fossi limitato a chiedere una centrifuga senza cannuccia (lasciando a lui la possibilità di capirne il motivo)? Guardo la luna che illumina la spiaggia. Bello realizzare che anche lei è decrescente in questi giorni.

 

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Il giorno dopo siamo a Rossano Calabro (CS), ospiti di Cristiana, Marina e Jolanda di Biosmurra, azienda agricola familiare tutta al femminile che ha fatto della lotta agli sprechi, dell’efficienza energetica e della produzione di puro succo di clementine biologico il proprio fiore all’occhiello. A cena rifiuto una salsiccia, ma lo faccio con lo stesso sorriso che usa la persona accanto a me per accettarla. Qualcosa dentro di me è cambiato.

 

Sono anni che leggo e parlo di decrescita senza mai citare l’aggettivo al quale è in genere associata, che ho sempre considerato alla stregua di un regalo fatto ai suoi detrattori. Mi accorgo soltanto ora di quanto è importante, invece, che la decrescita sia felice. Solamente adesso mi rendo conto di quanto sia necessario viverla con leggerezza, metterla in pratica attraverso piccoli gesti – o grandi azioni – sempre in armonia con i tempi e con la cultura del momento e del luogo in cui ci si trova. Perché solo così gli esempi sono in grado di creare emulazione invece che muri. È più stimolante ispirarsi a un rissoso e cupo passante o a un sereno e divertente commensale?

 

E pazienza se non siamo perfettamente coerenti. In fondo l’utopia non è fatta per essere raggiunta, ma per tracciare la direzione…

 

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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