Ricchi e benestanti? Meglio felici e consapevoli!

Il dottor Saamdu Chetri, del GNH Centre del Bhutan, prosegue la sua presentazione dell'approccio proposto dal suo centro: misurare il benessere di un popolo attraverso la felicità e non attraverso la ricchezza. È un metodo certamente interessante, ma può essere applicato anche in altri paesi?

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Prosegue la nostra intervista (qui la prima parte) con Saamdu Chetri, direttore esecutivo del GNH Centre del Bhutan. In questo paese da anni il PIL è stato sostituito dall’idea di Gross National Happiness, ovvero felicità interna lorda. Abbandonando il paradigma economico per misurare il benessere di un popolo cambiano molte cose, come il modo di rapportarsi fra Uomo e Natura e fra gli stessi uomini.

saamdu1Secondo lei, perché il GNH è nato proprio in Bhutan?

 

Perché il nostro leader, il Re, era al servizio dell’umanità e non in carica come semplice reggente. Egli, il nostro Quarto Re Jigme Singye Wangchick, aveva a cuore la felicità dei suoi cittadini e del mondo intero. È diventato Re a soli 17 anni, ma già a quella giovane età aveva realizzato che il modello economico convenzionale era basato sulla distruzione della natura, sul consumismo e sullo spreco – tutte cose lontanissime dalla vera felicità. Sapeva che lo scopo ultimo di ogni essere umano è essere felice e per questo era alla ricerca di un nuovo paradigma di sviluppo. In più, sapeva che l’antico codice legale del 1729 diceva che se il Governo non è in grado di provvedere alla pace e alla felicità del suo popolo, allora non ha ragione di esistere. Voleva che il suo Governo non seguisse il modello convenzionale fondato sul PIL, ma si affidasse a uno che portasse felicità alle persone, così propose che il GNH diventasse l’indicatore principale per il Bhutan e i bhutanesi al posto del PIL. A 52 anni, all’apice della sua popolarità, abdicò per consegnare la democrazia nelle mani del popolo bhutanese.

 

Spesso la gente pensa che il GNH sia nato in Bhutan per via del buddhismo, ma esso si basa su valori universali e secolari. In nostro attuale Re Jmge Khesar Nagyel Wangchuck ha scelto il GNH come indicatore, legando lo sviluppo ai valori e i valori alla bontà, all’uguaglianza e all’umanità. In questo modo ha attribuito al GNH uno scopo superiore, che ha inizio con l’amore e termina con la fiducia.

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Pensa che i principi del GNH potrebbero essere applicati anche in altri paesi?

 

Sì, i principi del GNH sono adatti a qualsiasi paese, poiché sono al centro di questa idea ci sono gli esseri umani. Gli indicatori che utilizziamo non sono universalmente validi e hanno bisogno di essere adattati da caso a caso. Ma il GNH non è altro che un’occasione per proporre un nuovo paradigma di sviluppo per il futuro.

 

Avete ma provato a esportarlo?

 

No, il Bhutan non ha mai ricevuto richieste da altri paesi di misurare la loro felicità attraverso il GNH, anche se potrebbe essere fatto con alcuni adattamenti al contesto specifico. Abbiamo convissuto con questa idea per più di 40 anni prima che il mondo ci chiedesse di misurarlo. Ora lo facciamo e questo ci ha indicato una buona strada verso l’obiettivo della crescita della felicità umana.

 

In Italia esiste un movimento chiamato Decrescita Felice. Pensa che questi due aspetti – decrescita e felicità – possano essere compatibili?

 

Questo è il momento giusto per un salto in avanti in termini di consapevolezza, a beneficio delle generazioni future. Non conosco bene questo movimento, ma posso dire che la decrescita è una cosa diversa dalla non-crescita: si riferisce a una crescita consapevole. I giapponesi hanno lanciato il cosiddetto “approccio minimalista”, che non è esattamente decrescere, ma usare solo le risorse necessarie per sostentare la vita e gli esseri viventi. E questo genera appagamento, che sta alla base della felicità. Se siamo contenti con quello che abbiamo, diventiamo connessi come parte dell’”inter-essere” – per usare il termine del Maestro del buddhismo zen Thich Nhat Hanh – e favoriamo l’interdipendenza, diventando così consapevoli e, quindi, felici. Se siamo consapevoli infatti, siamo sempre felici, poiché impariamo a vivere nel presente. La mia risposta quindi è: sì, decrescita e felicità sono compatibili.

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Cosa suggerirebbe a chi volesse cambiare la propria vita, rendendola più consapevole e sostenibile?

 

Di imparare a vivere con consapevolezza. Siate voi stessi, non cercate termini di paragone, non lamentatevi, non mettetevi in competizione con gli altri. Imparate a guardare profondamente dentro di voi e siate consci della natura della vostra mente – la felicità è interiore ed esteriore. Sappiate che siete costituiti per due terzi da acqua e per un terzo da aria e dal cibo che mangiamo, proveniente dalla Terra. Quindi, siamo al 99,99% Natura. Se prendiamo coscienza di questo fatto, impariamo a rispettare l’interdipendenza e diventiamo esseri consapevoli.

 

Vedete, non possiamo essere tutti primi ministri, dottori, ingegneri e così via, ma chiunque saremo nella vita siamo destinati a morire e questa è la verità definitiva. Dobbiamo ricordarlo ogni giorno a noi stessi e dedicare una parte della nostra esistenza a servire gli altri. Servono solo tre cose per vivere: cibo, qualche cambio di vestiti a seconda della stagione e un tetto sopra la testa. Dobbiamo passare dalla consapevolezza animale alla consapevolezza umana costruendo relazioni più solide, più sane e più amorevoli fra l’Uomo e tutti gli altri esseri senzienti.  

 

Articolo riproducibile citando la fonte con link al testo originale pubblicato su Italia che Cambia

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