17 Set 2022

Dai campi di calcio a quelli di pomodoro, ecco i nuovi modelli di integrazione sociale – Un viaggio lungo dieci anni #9

È il terz'ultimo giorno del tour del decennale di Italia che Cambia e ci avviciniamo alla meta finale, la Sicilia. Per farlo passiamo da Napoli, dove si trovano alcuni fra i più bei progetti di integrazione sociale di tutta Italia. Scopriamo qualcosa di più su di loro e su altre esperienze virtuose che si muovono nel mondo della solidarietà e dell'inclusione.

Il quartiere di Scampia, a Napoli, è da troppo tempo noto solo per le vele, la camorra, il degrado. Eppure, come spesso accade in questa imprevedibile e sorprendente Italia (che cambia), è proprio nei luoghi e nelle situazioni apparentemente senza speranza che nascono i progetti più belli.

È successo anche qui, nel cuore di Napoli, dove integrazione, protagonismo giovanile, inclusione hanno preso il posto di degrado sociale e criminalità. Quello che non tutti sanno infatti è che a Scampia esistono alcuni dei progetti di integrazione sociale più belli d’Italia. Abbiamo parlato di questo argomento con Barbara Pierro di Chi Rom e Chi no, esperienza eccezionale di riappropriazione degli spazi pubblici, integrazione dei rom e abbattimento dei confini, e con Mirella La Magnia, anima de Il Gridas –gruppo risveglio dal sonno –, dove arte e cultura sono al servizio della comunità per stimolare un risveglio delle coscienze e una partecipazione attiva alla crescita della società.

La diretta del 17 settembre in cui abbiamo parlato di integrazione sociale

Conosciamo Barbara dai tempi del primo tour nell’Italia Che Cambia e da anni seguiamo il suo lavoro mirato a integrare gli ultimi degli ultimi: i rom di Scampia. Con il suo progetto Chi Rom e chi no – che in napoletano significa “chi dorme e chi no” – persegue due obiettivi: da un lato la riappropriazione di spazi pubblici, l’integrazione bidirezionale dei rom, l’abbattimento dei confini; dall’altro il risveglio delle coscienze nelle persone, in sé stessi e negli altri, l’invito ai giovani – napoletani, rom e di qualunque altra cultura o etnia – ad agire, ad autodeterminarsi, a costruirsi un presente e un futuro degno di essere vissuto.

A pochi chilometri di distanza si trova il Mammut. Qui la fondatrice Chiara Ciccarelli e il suo staff cercano di stimolare le passioni nei ragazzi. Il Mammut è infatti un centro territoriale nato nel 2007 e portato avanti grazie al lavoro di operatori e volontari che ruotano intorno a questo luogo di pace. Al suo interno vengono svolte attività “normali”: un corso per riparare le bici, un altro di breakdance, incontri di ceramica, giochi per i bambini, corsi di italiano per stranieri, doposcuola. Se un ragazzo ha un interesse, se viene qui, non va dietro a quelli più grandi con la moto e i soldi ed evita di trovarsi dopo pochi mesi a spacciare per seguire il loro esempio.

ALTRI PROGETTI INTERESSANTI DI INTEGRAZIONE SOCIALE IN ITALIA

Ma l’integrazione sociale si può fare in tanti modi. Due sono davvero dei grandi classici: lo sport e la cucina. E proprio di sport si occupa Calciosociale, un progetto della periferia romana che si rifà a una nuova tipologia di calcio fuori dalla logica comune e dallo straordinario impatto sociale. La sua anima è Massimo Vallati: ex-ultrà, in reazione alle storture e alla bruttura che secondo lui caratterizza oggi il mondo del calcio, dominato da meccanismi spietati di soldi e di potere, ha deciso di ideare un progetto che, partendo da questo amato sport, ne stravolge le regole e soprattutto esce dal campo di gioco per divenire inclusione, crescita personale e di comunità.

La cucina dicevamo. Come quella del Circolo Wood, progetto che si sviluppa intorno al tema della solidarietà e di una comunità che tutti i giorni si stringe intorno ai più bisognosi della città. Il suo cuore pulsante infatti è il Ristorante Solidale, che vuole valorizzare l’umanità accogliendo a braccia aperta coloro che si trovano in una situazione di difficoltà, offrendo un pasto caldo e un tetto sopra la testa a chi non se li può permettere. Ma questa attività non è altro che una “scusa” per coinvolgere le persone all’interno della comunità, uno spazio aperto dove le persone arrivano e sanno che qualcuno li accoglierà, che in passato ha ospitato una comunità di migranti ma anche persone senza fissa dimora o famiglie rimaste senza una casa.

È tuttavia risaputo che spesso i problemi si presentano prima che il cibo arrivi sulle tavole o nelle cucine dei ristoranti. Il fenomeno del caporalato ad esempio è una grave piaga che ancora affligge le campagne italiane o molte delle persone che vi lavorano. Fra coloro che provano a costruire nuovi modelli c’è Sfruttazero, esperimento di auto-produzione di salsa di pomodoro di tipo cooperativo e mutualistico promosso da giovani precari locali e dai migranti stessi. L’obiettivo? Trasformare l’oro rosso da simbolo di sopraffazione e caporalato in Puglia e Basilicata in strumento di emancipazione, riscatto e speranza di un futuro diverso.

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