22 Gen 2024

Disturbi del Comportamento Alimentare: Napoli e il sud si mobilitano per chiedere strutture

La notizia del mancato rinnovamento dei fondi destinati alla cura dei DCA, che ha creato dissidi e polemiche negli scorsi giorni, ha messo in luce la precarietà dei sistemi di cura in ambito di salute mentale, particolarmente quando si tratta di Disturbi del Comportamento Alimentare. Altri 10 milioni da destinare alla cura dei disturbi alimentari sono stati stanziati per il 2024, ma le proteste non si sono fermate. Abbiamo ascoltato la voce di chi, a Napoli, è sceso in piazza a protestare.

Campania - In questi giorni si è sentito parlare spesso di Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), soprattutto da quando è uscita la notizia che nella recente legge di bilancio il Governo non avrebbe rinnovato il Fondo per il Contrasto dei Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione. Lo abbiamo fatto anche noi, approfondendo in quest’articolo la situazione in Sicilia e il modello virtuoso di Palermo e Catania.

Oggi ci soffermeremo sulla situazione a Napoli, per vedere come ha risposto la città alle ultime notizie riguardanti i fondi da destinare alla cura dei disturbi alimentari e come si sta muovendo la collettività per cercare di garantire ascolto e sostegno e aiuto concreto chi soffre di queste patologie. Infine indaghiamo le possibilità che la città di Napoli mette a disposizione a chi soffre di disturbi del comportamento alimentare insieme ad Alessandro Raggi, vicepresidente della Fondazione Ananke di Villa Miralgo, che si occupa appunto di prevenzione, studio e ricerca nell’ambito dei DCA.

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DISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE: LE MANIFESTAZIONI A NAPOLI E IN TUTTA ITALIA

Anche a Napoli, non appena si è saputo che il Governo non avrebbe rinnovato il Fondo per il Contrasto dei Disturbi dell’Alimentazione e della Nutrizione, si sono attivati vari movimenti di protesta e si è immediatamente messa in moto la macchina organizzativa per scendere in piazza il 19 gennaio, insieme a molte altre città italiane, con il supporto di Animenta, un’organizzazione no-proft che si occupa di sensibilizzare e informare riguardo i disturbi alimentari, oltre che di sostenere le persone che ne soffrono.

Il Fondo era stato istituito nel 2021 anche in seguito al preoccupante incremento dei casi di disturbi alimentari successivo allo scoppio della pandemia di Sars-Covid19. Si trattava di 25 milioni di euro stanziati per il 2022 e il 2023, il cui scopo era quello di migliorare, in ogni regione d’Italia, l’assistenza alle persone che soffrono di queste malattie.

Questa manovra ha permesso di assumere 780 tra professionisti e professioniste del settore, di far nascere nuove strutture, di dar vita a progetti mirati che rispondano alle reali esigenze dei territori e di investire sia nella prevenzione sia nella formazione di nuove figure professionali. Con la mancata approvazione dei fondi e la messa a rischio di questi progetti, tantissime persone si sono allarmate e hanno espresso il loro dissenso.

Le proteste non sono rimaste inascoltate. Pochi giorni prima la data prevista per le manifestazioni, è stato annunciato un rifinanziamento di 10 milioni da destinare alla cura dei disturbi alimentari. La notizia però non ha fermato le manifestazioni. La protesta a Napoli si è tenuta di fronte la sede Centrale dell’Università Federico II, organizzata dall’associazione studentesca Unione di Universitari (UdU Napoli), che fa parte della più ampia associazione sindacale nazionale, con la collaborazione di altre due associazioni studentesche attive sul territorio, ViviUnina Scienze politiche e Studenti per Uniparthenope.

Chi inizia un percorso di guarigione dovrebbe farlo con la sicurezza che quei medici, quella struttura, quei professionisti, saranno al suo fianco per tutto il tempo

PERCHÈ DIECI MILIONI NON BASTANO

«Siamo scesi in piazza lo stesso, per sottolineare che questi dieci milioni, purtroppo, non riusciranno a risolvere il problema. Siamo contenti che le nostre voci siano state ascoltate, ma per noi questo è solo un primo passo», ha commentato Valeria De Rosa, che in UdU Napoli fa parte dell’esecutivo provinciale nel ruolo di Responsabile Organizzazione. «Questi fondi saranno stanziati per il prossimo anno, ma potrebbero non essere rinnovati per quello successivo. È importante invece che i DCA vengano inseriti nei LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) e che abbiano un fondo dedicato che non debba essere rinnovato ogni anno, con il rischio che arrivi il momento in cui non lo sarà più».

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I disturbi alimentari sono malattie particolari. Data la loro complessità, non possono essere curati in centri psichiatrici generici, ma necessitano di reparti e strutture apposite, nonché di un’equipe medica specialistica composta da psichiatri e psicologi, nutrizionisti, medici e altre figure. Inoltre, come per ogni percorso psicologico, per guarire da un disturbo del comportamento alimentare c’è bisogno di molto tempo. Un anno può non bastare, due anni possono non bastare.

Chi inizia un percorso di guarigione dovrebbe farlo con la sicurezza che quei medici, quella struttura, quei professionisti, saranno al suo fianco per tutto il tempo che sarà necessario. I 25 milioni stanziati precedentemente non riuscivano fornire un servizio di cura proporzionato alla domanda.

Si è stimato che le persone che soffrono di un disturbo alimentare in Italia sono circa 3 milioni, mentre le strutture specializzate nel trattamento sono 126, con un forte squilibrio nella distribuzione tra il nord – che ne ospita circa la metà – e il sud Italia, dove sono solo 40 divisi tra la penisola e le isole.

«In alcune regioni, come il Molise, le strutture sono tutt’ora assenti e la mancanza di fondi non potrà che peggiorare la situazione. Non è facile lottare contro la propria malattia e lo diventa ancora meno se non si ha neanche la possibilità di chiedere aiuto a professionisti. Il rischio è che chi si ammala di un DCA non provi neanche a chiedere aiuto, perché sa di non poterlo ricevere», ha concluso Valeria.

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DCA: LA SITUAZIONE A NAPOLI E IN CAMPANIA

«Le strutture presenti in Campania sono quasi esclusivamente ambulatori, dove non si fa psicoterapia. L’unica struttura residenziale è quella a Salerno, che ha una ventina di posti letto, che sono chiaramente insufficienti. Ma la cosa ancora più grave è che in Campania non ci sono comunità, non ci sono strutture intermedie come centri diurni e ci sono pochissimi posti in ospedale – solo due – riservati ai disturbi alimentari», ha spiegato Alessandro Raggi. «Tra l’altro, la Campania è la regione a più alta mortalità d’Italia per disturbi alimentari, nonostante i dodici centri specializzati che ci sono sulla carta».

Alessandro Raggi ha sottolineato come l’assenza di strutture comunitarie sia un problema grave per il trattamento dei DCA. «In Campania abbiamo solo ricoveri ospedalieri dove si fa una riabilitazione psichiatrica e una riabilitazione nutrizionale, ma non una vera riabilitazione psicologica. Sarebbe invece importante avere delle strutture comunitarie, perché dopo l’ospedale la cura dovrebbe continuare in comunità. In assenza di queste, dall’ospedale i pazienti passano direttamente in ambulatorio e questo non va bene».

«Funziona un po’ come per le tossicodipendenze – prosegue –: se un tossicomane ha un problema al fegato viene ricoverato in ospedale. Una volta che si è ripreso fisicamente, deve passare in comunità e solo dopo in ambulatorio. Sono tutti ambiti efficaci, ma ognuno è appropriato in un dato momento della cura e se manca un pezzo, si salta un passaggio importante».

L’IMPORTANZA DELLA FORMAZIONE E DELLA PREVENZIONE

«In letteratura si dice che se il DCA viene diagnosticato entro i primi due anni dall’insorgenza, c’è quasi l’80% di possibilità in più di una guarigione completa», ha messo ancora in evidenza Alessandro Raggi. La velocità nella diagnosi è quindi fondamentale per la riuscita della cura. «Sarebbe importante che la diagnosi sapessero farla anche medici di base e pediatri».

«Inoltre, è vero che servono le strutture, ma ancora più importante è formare professionisti e terapeuti, che siano psicologi o psichiatri, alla cura dei DCA, perché le strutture risultano totalmente inutili senza il personale qualificato», ha concluso infine Raggi. Dunque, guarire da un disturbo alimentare è possibile. Ma al momento, non è ancora possibile per tutti. Per questo l’anno scorso i disturbi alimentari hanno causato quattromila morti e per questo è importante continuare a sensibilizzare sull’argomento, per questo è importante continuare a lottare.

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