9 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / Ripensare il sociale

Alternative alla guerra, dall’obiezione di coscienza al Ministero per la Pace

Un’altra guerra non è possibile. Come fare allora? In questa nuova puntata della sua rubrica, lo sviluppatore sociale Francesco Bernabei propone delle suggestive alternative, come il Ministero per la Pace.

Autore: Francesco Bernabei
guerra pace 1

A un certo momento, nel bel mezzo delle situazioni internazionali che cominciano a essere troppo intricate, si leva una voce che riferisce quello che tutti pensano: la guerra è inevitabile. Lo si dice come se l’ineluttabilità della guerra derivasse dall’averle provate tutte e non restasse che fare quella cosa che nessuno vorrebbe ma che di fatto è ormai alle porte. Se ancora ci fosse qualche irriducibile benintenzionato, sarebbe costretto ad adeguarsi dagli altri che lo minacciano direttamente o lo forzano in virtù di trattati magici. Diventa realistico non solo pensarci ma anche prepararsi a un conflitto.

La dinamica di comunicazione collettiva è sempre quella della non responsabilità: sono gli eventi, i fatti, i dati di esperienza a costringere all’estrema conseguenza. La storia recente illustra tutti questi ragionamenti in modo talmente palese che basta aprire i giornali di oggi e di qualche anno fa e troveremo la stessa dinamica: è da responsabili pensare ad armarsi e andare a combattere in qualche modo, una forma di guerra giusta e accettabile, pulita, chirurgica, che fa quel poco di male che serve per evitare il disastro morale che ci sarebbe senza.

La lezione di Erasmo da Rotterdam

Gli eserciti sarebbero quindi la salvezza dell’umanità, formati da eroi che si prestano a una missione umanitaria perché, in fin dei conti, agiscono per il bene di tutti, anche se sul lungo periodo e dopo l’operazione. Sono chirurghi appunto. Erasmo da Rotterdam diceva, cinque secoli fa, che “la guerra è dolce per chi non la fa“. Che la guerra è la peggiore delle esperienze che gli esseri umani possano mai fare. Che non è mai ragionevole promuoverla e gestirla perché produce solo degrado e devastazione e mai niente di buono e meritevole.

Alternative alla guerra, dall'obiezione di coscienza al Ministero per la Pace

Pur celebrato come umanista di rilievo, studiato a scuola da innumerevoli generazioni e ancora oggi ricordato, Erasmo è rimasto veramente inascoltato e tenuto lì nella bacheca del museo intellettuale delle belle voci della nostra cultura, quelle a cui si dedicano strade, piazze, progetti europei ma non attenzione e ascolto. Ci sono volute le devastazioni delle guerre mondiali per farci costruire un approccio di mediazione nella gestione dei conflitti ma non quello per la pace, vista ancora banalmente come assenza di conflitto.

Chi cerca e propone la pace, è pacifista, uno sconsiderato che non tiene conto di tutte le circostanze e si limita a invocare qualcosa che non è veramente possibile. Un debole che teme le conseguenze delle azioni decise e necessarie. Un fragile che la società non può ascoltare perché andrebbe in malora come un agnello fra i lupi.

L’obiezione di coscienza

Io sono un obiettore di coscienza da quando non c’era ancora la legge 230/98, quella che ha concesso il diritto all’obiezione di coscienza per poi renderla del tutto inutile con il servizio civile. Per diventarlo, ancora per buona parte degli anni ‘90 bisognava consegnare in caserma una letterina scritta di proprio pugno –in realtà, un cimelio che gli obiettori si passavano di anno di leva in anno di leva – dove si dichiarava la propria incapacità alla guerra, si diceva di essere dei perfetti inutili in caso di conflitto e si chiedeva il beneficio di essere esentati dal supremo dovere, perché non solo avremmo fatto disastri ma avremmo creato anche pregiudizio agli altri, imbranati come eravamo e siamo.

Pochi hanno raccontato la storia dell’obiezione di coscienza in Italia. Esiste qualche libro qua e là e nella cultura popolare la figura dell’obiettore è stata toccata solo nei momenti comici di alcuni passaggi di film e show televisivi. Chissà chi ricorda ancora il film Tutti giù per terra o l’assessore Palmiro Cangini, alias del comico Paolo Cevoli, che ogni volta che c’era da fare un lavoro di m* in Comune, di quelli che nessuno, sano di mente, avrebbe mai fatto, proponeva l’obietore, suscitando giustamente sonore risate.

La pace non ha partito e non è nemmeno una capacità. È diventata, grazie a certa cultura della seconda metà del novecento, un tentativo di mediazione ma non altro. La guerra invece ha sempre partito e le si dedica tutto quello che si può e anche di più, quando diventa una realtà perché, a quel punto, non si potrebbe evitare.

Dal Ministero della Difesa a quello della Pace

Il fatto vero che ancora non “spacca” è che la pace andrebbe costruita e gestita passo passo con la stessa cura con cui i nostri generali seguono le vicende belliche dei piani di attacco e difesa. Anche se sembra veramente da illusi dirlo oggi, ci vorrebbe un passaggio coraggioso dal Ministero della Difesa ad un Ministero della Pace: un passaggio che non dovrebbe essere fatto in un salto con un tratto di penna ma che potrebbe essere elaborato tramite un percorso sociale adeguato.

Questo ministero dovrebbe impegnarsi su diversi fronti e trattare le aree di crisi come se fossero punti di convergenza di attenzione internazionale. Proporre soluzioni e garanzie anche da parte di altri Stati allo scopo di superare il bisogno del conflitto perché si mettono le mani proprio nei problemi che stanno alla base di quei conflitti. Non esiste un prezzo per pagare un lavoro di questo valore anche perché la guerra costringe a pagare qualsiasi prezzo e, nel momento stesso in cui si realizza, il danno non è solo sulla generazione presente ma su tutte quelle toccate anche indirettamente a scendere.

La dinamica di comunicazione collettiva è sempre quella della non responsabilità

L’ONU non opera in questo senso. Non opera veramente per la pace ma per un accordo collettivo in cui cerca di tenere insieme gli interessi di tutti ma, quando questi diventano contrastanti, non riesce a imporre o proporre strategie e si limita a raccomandare come fanno i nonni, e talvolta neanche questo, con sonori silenzi. Non voglio sembrare duro e tagliente nei giudizi ma gli eventi ci costringono a dire che questo è un compito della società tutta e non di semplici rappresentanti.

Sono sicuro che nessuno vuole la guerra e se le società civili di ogni paese potessero parlarsi veramente prima di sacrificare beni e probabilmente famigliari, farebbero sicuramente molto meglio dei loro governanti. Anche perché realizzerebbero di essere i veri soggetti chiamati in causa e non semplici spettatori della tanto invocata guerra. I progetti che sembrano impossibili, anche se giusti e meritevoli, non sono altro che percorsi più lunghi e che devono essere intrapresi in condizioni di ragionevole speranza, con obiettivi da individuare con ponderazione, sapendo che qualsiasi cosa può essere rivista nell’orizzonte di una generazione, 25 anni. Se vogliamo, un tempo neanche troppo irragionevole nell’arco di una vita.

Il nostro ministero potrebbe esistere in forma sociale e poi come proposta ai governi, collaborando nel frattempo con le forze sociali di altri paesi. I confini diverrebbero non più dei tagli geografici ma delle ricuciture dove i fili sono le innumerevoli relazioni che creerebbero continuità fra i territori generando quello spirito giusto di vicinanza che renderebbe impossibile anche solo pensare ad una vera guerra. Le ideologie sono morte e, per dirla con Woody Allen, neanche noi stiamo troppo bene, soprattutto se non dedichiamo felicemente le nostre vite a quello che ha più senso.