Il carnevale sociale 2026: un giorno di follia per denunciare la follia di tutti i giorni
Lo scorso weekend a Napoli si è tenuto il carnevale sociale, un’insieme di eventi che ha unito la gente delle periferie cittadine per creare comunità e denunciare i problemi della gente.
Una festa senza padroni, senza etichette e senza cappelli – eccezion fatta per quelli fantasiosi e colorati delle persone che sfilano –: il Carnevale sociale di Napoli è sempre più esteso e consolidato, forte di una tradizione che va avanti da decenni e che, in questo particolare periodo, funge da ulteriore elemento di collante per il tessuto sociale delle periferie partenopee. Il carnevale sociale è cresciuto per giorni nei vari quartieri ed è confluito domenica 8 febbraio a Bagnoli, poi sabato 14 a Napoli e ancora Materdei, Montesanto e Soccavo.
Il tema del 2026? “Amore che resiste”. Officina 99, Gridas, Insurgencia, Civico 7, Comitato Popolare Rinascita di Soccavo alcune fra le principali realtà promotrici. Domenica 15 il carnevale sociale è arrivato anche a Scampia con un messaggio specifico – “Sgomberi, paradossi e diritti” – dedicato alle vicissitudini che sta passando chi da quarant’anni lavora per portare bellezza e riscatto in questo quartiere.

Si tratta di manifestazioni a costo zero che rifiutano i finanziamenti che il Comune eroga al carnevale “mainstream”, che invece è rivolto principalmente ai turisti: una contraddizione in termini. Il carnevale è sospensione delle gerarchie, un rito dionisiaco greco poi ripreso nei saturnalia romani e ancora più avanti nelle feste orgiastiche di carne-scialata – termine che ha dato origine la parola “carnevale” – che precedevano la quaresima e che sono proseguite fino al Seicento nelle campagne del Meridione e a Napoli nella festa di Piedigrotta.
Qui poi la follia era di giorno nel buio profondo della grotta e di notte, davanti alla caverna, alle luci dei falò di fantocci e fuochi d’artificio che rafforzavano la coesione comunitaria. Il collante era ed è il senso di appartenenza, che si rinsalda in un’eccezionale licenza di trasgredire, nella rappresentazione grottesca della realtà e in una satira che salva dalla follia quotidiana.
E oggi la vera follia del mondo è negli stermini di massa, richiamati dalle bandiere palestinesi presenti in ogni corteo, che è caduto durante i 100 giorni di mobilitazione per la campagna 100x100Gaza – Non finirò di amarti mai. La follia di oggi sono le guerre “di difesa” che consistono nell’abolizione della diplomazia e in attacchi alla popolazione civile come in Ucraina, il riarmo costosissimo e ingiustificato verso un nemico che non c’è, la politica di sopraffazione dei più forti praticata dalle potenze occidentali in declino.

Tutto questo è nelle immagini grottesche del carnevale sociale, il vero carnevale napoletano, quelle che invertono l’ordine, le norme sociali, le gerarchie e i divieti, compreso quello di accendere fuochi in città. Il rito collettivo che si rappresenta con i simboli di morte trasformati in colori e giochi. Questo riporta alla saggezza e al divertimento negato dalla cappa di vera morte, senso di solitudine e oppressione che ci circonda in questo tempo tragico.
La follia a Napoli è la sentenza di sgombero del Gridas nella disattenzione degli amministratori, dopo quarant’anni dedicati a trasformare un luogo da incubo come Scampia e le sue vele anche attraverso la preparazione del carnevale sociale. A questo proposito va segnalata la realizzazione di video dedicati a questo tema, come Napoli Felix. Follia è dimenticare l’obbligo di risanare il territorio inquinatissimo di Bagnoli con cantieri altrettanto dannosi che in buona parte “sigilleranno” una parte contaminata di terreno e residui tossici per farci porti dedicati a eventi per soli ricchi, trascurando interventi di prevenzione del rischio sismico e vulcanico che già hanno stremato la popolazione.
E per questo nei cortei vediamo rappresentati “sgombri e sgomberi”, alludendo ai pesci che diminuiscono nel mare o magari agli squali che incombono con interessi impresentabili, barche che simboleggiano lo “stiamo sulla stessa barca” dei centri sgomberati a Torino e Milano, le flotille di aiuti assalite dall’esercito e la America’s Cup di vela sponsorizzata da industrie di armi e loro consociate. E vediamo soprattutto tantissimi giovani e ragazzi, gruppi scout, scuole primarie, numerose associazioni sportive, culturali, di disabili, centri di salute mentale ed educative territoriali, murghe che confluiscono da vari quartieri, ma caratterizzate fortemente dagli “spazi liberati”, che per fortuna a Napoli sono ancora riconosciuti come “beni comuni”.

Nel documento di presentazione della manifestazione si parla di “spazi che da sempre sono luogo di confronto e crescita collettiva, libera e aperta: tutto quello che si vorrebbe negare per relegare gli individui allo stato di automi isolati, incapaci di pensare e agire con consapevolezza”. E per questo i mesi di preparazione del carnevale sociale e l’abbondante settimana di cortei sono da sempre rivolti alla “costruzione di carnevali sociali che permettono di ragionare insieme, costruendo carri e maschere, riciclando materiali e dando vita e concretezza ai propri sogni da condividere insieme, tra gli spazi di quelle città che reclamiamo siano a misura di chi le abita”.
Insomma, un carnevale sociale che non ha più le caratteristiche pagane dell’orgia di cibo, di cui peraltro la città trabocca sempre più a favore dei turisti. Non è solo divertimento, ma un meccanismo culturale essenziale per la comunità per gestire tensioni, confermare che esistono dei valori schiacciati dai potenti, per celebrare ancora come un tempo il ciclo della vita e della morte. E che per questo non viola solo i divieti o i tentativi di repressione, ma che da sempre viola anche le leggi camorristiche delle periferie, sottraendole simbolicamente per qualche giorno alle piazze di spaccio e di controllo del territorio per restituirle ai cittadini.









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