9 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Il Somaliland, Israele, la Turchia e gli Houthi: cosa sta succedendo nel quadrante mediorientale?

Israele è l’unico Stato al mondo ad avere ufficialmente riconosciuto la Repubblica del Somaliland. Ma dove si trova quest’area, qual è la sua storia e perché è così importante per il Governo di Netanyahu?

Autore: Lodovico Bevilacqua
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Il 26 dicembre 2025 Israele riconosce la sovranità dello stato secessionista del Somaliland, un territorio montuoso e semi-arido situato nel Corno d’Africa. Le immagini di Benjamin Netanyauh che dialoga in videochiamata con il presidente Abdirahman Mohamed Abdullahi hanno diffuso un incontenibile entusiasmo per le strade della capitale Hargeisa e, benché in parte trascurate dal mainstream informativo, le ragioni di questa scelta da parte dello Stato ebraico derivano dalla configurazione di un nuovo scenario semplicemente determinante nel quadrante mediorientale e non solo.

Se la soddisfazione delle parti è evidente, le reazioni della comunità internazionale sono di tutt’altro tenore: Cina, Turchia, Arabia Saudita e Qatar – al pari di altri Stati africani come Kenya, Uganda, Gibuti, Egitto, Tanzania e, naturalmente, Somalia – si sono affrettate a condannare la decisione di Israele, a loro dire fortemente destabilizzante. Ma quali sono le ragioni delle parti?

Il Somaliland è un territorio facente parte della cosiddetta Grande Somalia, comprendente i vecchi protettorati britannico e italiano e la regione etiope del Somali. I due protettorati si sono uniti nel 1960 in seguito all’affrancamento dalle rispettive metropoli; la centralità politica ed economica di Mogadiscio ha però indispettito i somali settentrionali, rendendo il Somaliland una regione negletta e trascurata, appassita all’ombra del più ricco Meridione.

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Benjamin Netanyahu firma il riconoscimento del Somaliland

Nel 1991, al termine della dittatura di Siad  Barre, comincia una sanguinosa e cruenta guerra civile, all’inizio della quale il Somaliland, deluso dalla fallimentare esperienza unitaria, dichiara unilateralmente l’indipendenza dalla Somalia. Il gesto è simbolico e – benché lo Stato secessionista possa esibire trent’anni di esperienza autenticamente democratica, una stabilità politica ineguagliata in quell’area e credibili connotati di uno Stato autonomo – la sovranità territoriale rimane tuttora nelle mani di Mogadiscio.

La Convenzione di Montevideo del 1933 indica quattro elementi necessari e sufficienti a considerare uno Stato come tale – una popolazione permanente, un territorio definito, un governo effettivo e la capacità di intrattenere relazioni con altri Stati. Appaiono tutte caratteristiche rispettate dal Somaliland, ma non bisogna trascurare che non esiste una entità centrale e autorevole che stabilisca quali siano gli Stati effettivamente sovrani mentre, all’atto pratico, tali si possono considerare quelli che godono del riconoscimento di altri Stati e che intrattengono con essi stabili relazioni diplomatiche.

I casi dei separatismi sono particolarmente delicati, dal momento che, per quanto lecite e ragionevoli siano le aspirazioni secessioniste, per uno Stato che si crea un altro viene quanto meno ridimensionato nella sua consistenza territoriale; ogni caso del genere viene quindi considerato estremamente delicato e potenzialmente destabilizzante.

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Il Somaliland si è autodichiarato indipendente nel 1991, ma solo lo scorso dicembre ha ricevuto l’unico riconoscimento ufficiale da parte di un altro Stato: Israele. Il suo territorio è composto dalle provincie settentrionali della Somalia e la sua popolazione conta poco più di 6 milioni di abitanti.

L’audace iniziativa diplomatica appare subito tutt’altro che disinteressata: alcune informazioni trapelate nelle scorse settimane fanno supporre che l’area del nuovo sodale israeliano sia destinata ad accogliere parte della popolazione di Gaza in caso di estromissione dalla Striscia. Questa ipotesi – smentita seppur senza ulteriori chiarimenti dalle autorità israeliane – è stata paventata da diverse voci come BBC, Al Jazeera e International Viewpoint nonché dal Ministro della Difesa somalo Ahmed Moalim Fiqi.

Eppure gli interessi dello Stato ebraico vanno ben oltre la ricollocazione degli abitanti di Gaza. Collocato lungo tutto il bordo meridionale del Golfo di Aden, il territorio del Somaliland – circa 175.000 chilometri quadrati di superficie, più di metà di quella italiana – è un presidio naturale per la rotta nautica commerciale che, attraverso lo stretto di Bab-el-Mandeb e, superato il Mar Rosso, oltre il Canale di Suez, movimenta il 15% del commercio globale.

Si tratta di un preziosissimo choke-point – un collo di bottiglia strategico – la cui servibilità è stata seriamente minacciata negli ultimi due anni dalla forte instabilità regionale. La sorveglianza di Ansar Allah, strutturata milizia yemenita che governa saldamente il sud-ovest del Paese arabico dal 2014, è inoltre una priorità securitaria di Tel Aviv, vista l’aggressiva assertività degli Houthi – nome con cui sono prevalentemente conosciuti – nei confronti di Israele e i suoi stretti legami con l’Asse della resistenza governato da Teheran.

Nondimeno il riconoscimento del Somaliland è vincolato all’adesione dello stesso agli Accordi di Abramo, patto di mutuo riconoscimento e protezione che lega Israele ad altri Stati mediorientali: Bahrein, Emirati Arabi Uniti, ma anche Marocco, Sudan e – pur se ancora in attesa di ratifica – Arabia Saudita. E proprio gli Emirati Arabi hanno sviluppato un accordo di partnership con il governo di Hargeisa per lo sviluppo commerciale del porto di Berbera, preziosissimo snodo marittimo per la collocazione strategica e per la profondità delle sue acque.

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Il Presidente del Somaliland Abdirahman Mohamed Abdullahi

In questo caleidoscopio strategico è però la nuova rivalità turco-israeliana che costituisce un vero e proprio fattore. Negli ultimi anni Ankara è stata attivissima in Somalia, tramite accordi di sviluppo infrastrutturale e di stretta collaborazione militare con Mogadiscio. L’affinità fra i due Stati ha indispettito Tel Aviv, che si muove su diversi fronti: a fine 2025 è stato firmato a Nicosia con Grecia e Cipro – storici nemici della Turchia – un accordo trilaterale di collaborazione militare che va ben oltre semplici manovre di addestramento congiunto.

Dalle ceneri del conflitto che ha insanguinato il Medioriente negli ultimi due anni sta insomma emergendo una rivalità ben più complessa e articolata – il cosiddetto neo-ottomanesimo è il veicolo di una politica di espansione turca efficacie e sofisticata, divisa fra soft-power e risoluta penetrazione economica, politica e militare in diverse aree strategiche, con predilezione per il Levante e l’Africa.

Il riconoscimento del Somaliland si inserisce dunque in questa intricata tela di interessi, con Tel Aviv che, più libera dalla stretta cooperazione con gli Stati Uniti, sta aprendo le sue ali verso un posizionamento strategico in quella che ritiene la sua sfera di interesse regionale. Dall’altro lato c’è Ankara, che ha messo la freccia nella sua strategia di espansione neo-imperiale – dal ruolo di papabile garante securitario nella striscia di Gaza al tutorato della nuova forza governativa siriana Hayat Tahrir al-Sham, dalle dispute sulle Zone economiche esclusive nel Mediterraneo orientale alla pervasiva presenza nel Corno d’Africa, la nuova rivalità turco-israeliana è solo alle prime schermaglie.