19 Marzo 2026 | Tempo lettura: 7 minuti
Ispirazioni / World in progress

L’appello del professor Codignola: “Cari adulti, non diffondete pessimismo tra i ragazzi”

Secondo il professore ed editore Tommaso Codignola, i numeri ci dicono che viviamo in una delle epoche più prospere della storia umana. Perché allora se ne parla come un momento buio?

Autore: Fabrizio Corgnati
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«Se guardiamo la situazione da un punto di vista oggettivo, ci rendiamo conto che viviamo nell’epoca più democratica, libera e di gran lunga con il maggior benessere materiale nella storia dell’uomo. Con tutte le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, forse ogni tanto dovremmo ricordarcelo». A leggerla così, a schiaffo, sono sicuro che la maggior parte dei lettori la prenderanno come l’affermazione di un illuso, se non addirittura di un provocatore. Invece chi l’ha detta è un serissimo professore di Storia e Filosofia, nonché editore: Tommaso Codignola.

Molto più modestamente, è quanto sostengo anch’io da tre anni, prima nel mio libro La fine del mondo (non) è vicina e poi, ovvio, anche a cadenza mensile nella rubrica che state leggendo. A conferma, con mio sollievo, che quest’idea è effettivamente nell’aria, Codignola ha a sua volta dato alle stampe l’anno passato un saggio, intitolato La civiltà dell’eccesso. Curare l’anima nell’epoca della quantità, per le sue Edizioni di Storia e Letteratura, in cui manifesta tutto il suo stupore – che poi è anche il mio, non a caso mi sono subito attivato chiedendogli un’intervista – per la costante distorsione percettiva nella quale viviamo immersi.

Da un lato i dati ci svelano che questa è la miglior epoca nella storia del mondo, dall’altro noi la percepiamo come la peggiore. Certo, siamo in buona compagnia: basta leggere le cronache per rendersi conto che ogni periodo della storia dell’umanità è sempre stato raccontato come il peggiore mentre si svolgeva, salvo poi rivalutarlo a posteriori. «Un esempio particolarmente emblematico è l’Unione Europea. Ne parliamo quasi esclusivamente per criticarla; ma ci siamo scordati che fino a sole due generazioni fa francesi, tedeschi e italiani si sparavano addosso? Pensate cosa ci direbbero oggi i grandi intellettuali dell’800, vedendo realizzata l’utopia per la quale si batterono».

Codignola
Tommaso Codignola

Sarà anche superfluo, ma lo premetto comunque: ovviamente anche un solo morto per guerra rappresenta un disastro immane e inaccettabile. Lungi da me minimizzare la portata di conflitti drammatici come quelli in Ucraina, in Palestina, in Iran. Eppure i numeri non mentono: nonostante tutto, quello in cui viviamo è anche il momento storico più pacifico, con meno operazioni belliche e meno vittime di sempre e non solo in Europa.

«È così – conferma Codignola – anche se naturalmente i meccanismi di base dei mass media funzionano sulla rottura della regola: si concentrano sulle notizie negative e allarmanti, dai piccoli fatti di cronaca alle grandi tragedie, perché permettono loro di conquistarsi maggior attenzione e quindi aumentare le vendite. Forse fatichiamo anche a uscire dall’ombra recente del Novecento, che invece è stato un secolo particolarmente violento».

Ma, secondo il professore, il motivo per cui non riusciamo a convincercene è anche culturale: «Si è ormai diffusa un’antropologia pessimistica, una filosofia antiumanistica che tende a proiettare un’immagine negativa dell’essere umano». E qui Tommaso mette i piedi nel piatto, citando quella che secondo me è una delle peggiori ingiustizie che perpetriamo quotidianamente e collettivamente contro l’umanità: lo raccontiamo come crudele e selvaggio, bisognoso di essere tenuto a bada da regole restrittive per non scatenarsi in carneficine e massacri.

«Questa è un’altra visione parziale, unilaterale eppure estremamente diffusa, tanto da essere diventata la base empirica del cosiddetto realismo. Già la parola dovrebbe farci sobbalzare: come se i presunti realisti si arroccassero il diritto di dirci dove sta la verità. La mossa intellettuale di chi dice “non fatevi illusioni, l’essere umano è cattivo” è sempre molto convincente, perché appare schietta, disincantata, non ipocrita. Invece la scienza, da Darwin in poi, ci racconta l’uomo come un animale socievole, che vive in comunità e ha una disposizione all’empatia e alla cooperazione».

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«Aspetti di noi che tendono a essere dimenticati – aggiunge Codignola –, ma che invece fonderebbero un’immagine dell’essere umano non esclusivamente buona, certo, ma comunque più complessa, capace di comprendere anche generosità, amore, compassione, solidarietà. Anche queste qualità fanno parte dei nostri istinti, mica solo la violenza».

Se mi soffermo tanto su questo punto è perché non si tratta solo di una speculazione teorica, si badi bene. Al contrario, ha risvolti pratici enormi. Su questa idea distorta dell’essere umano come combattivo e spietato, costantemente in lotta per arricchirsi, abbiamo infatti fondato un’intera società: «Il paradigma nasce a partire dal ’700 con la Rivoluzione industriale. Non ne faccio un discorso nostalgico: questo sviluppo è stato assolutamente positivo, perché ci ha tirati fuori da una penuria millenaria».

Ormai, secondo il professore, tale paradigma è giunto a un punto di crisi, non solo ecologica, bensì soprattutto di significato: «L’acquisizione indefinita di beni materiali non è più in grado di aumentare il nostro livello di felicità, come ci rivelano molte ricerche realizzate anche dagli stessi economisti. Lo scrisse già nel 1848 perfino John Stuart Mill, uno dei padri dell’economia moderna, che a un certo punto avremmo dovuto immaginare un modello di sviluppo post-crescita. Dobbiamo puntare su altre dimensioni dell’essere umano che non siano la semplice competizione reciproca per l’accaparramento di risorse».

Già, perché ci dimentichiamo troppo spesso che l’obiettivo ultimo della vita non è la mera sopravvivenza, bensì la felicità: «Credo che, per capire la vera via verso la felicità, ci aiuti di più il concetto aristotelico di eudaimonia, intesa come lo sviluppo di tutte le dimensioni di sé, che ci fa vivere con pienezza. Una società che consente questo tipo di fioritura riattiva luoghi di comunità, spinge per l’acquisizione di capacità e sviluppa la dimensione relazionale, magari riducendo il tempo dedicato al lavoro. Superata una certa soglia di benessere materiale, sono questi gli aspetti che cambiano in meglio la vita delle persone».

La scienza ci racconta l’uomo come un animale socievole, che vive in comunità e ha una disposizione all’empatia e alla cooperazione

Ecco, allora, il motivo per il quale il paradigma della società attuale è entrato in crisi ed ecco perché stiamo cercando di sostituirlo con uno migliore, magari faticosamente, gradualmente e sotto traccia, ma in maniera reale e concreta: «Ogni paradigma, alla sua nascita, ci si presenta come risolutivo ma, nel corso della sua attuazione, comincia a mostrare dei punti deboli che all’inizio erano imprevedibili. Per questo ci troviamo di fronte alla necessità di un cambiamento, che però non dev’essere un rifiuto della modernità, bensì uno sviluppo futuro che mantenga però quanto di emancipatorio è stato ottenuto dal paradigma precedente».

La nostra epoca è così delicata proprio perché ci convivono la fine di un vecchio sistema, che resiste con tutte le sue forze ma avverte il suo crollo imminente, e i germogli di quello nuovo, che purtroppo non sempre riusciamo a vedere: «Questo cambiamento è già in atto in una miriade di piccole esperienze che aspettano solo di saldarsi in una nuova Gestalt, che possa darci un’immagine del tempo che stiamo vivendo e di quello a venire. Per così dire, usiamo ancora parole che sono invecchiate, in un mondo che ci ha già sopravanzati».

In compenso c’è un’ottima notizia, che pure i media raccontano pochissimo, ma che Tommaso, costantemente a contatto con le nuove generazioni per la sua professione di docente di liceo, conosce meglio di me: se noi il nuovo paradigma lo inseguiamo, gli adolescenti ci stanno già dentro, lo sperimentano concretamente. «Faccio un appello alla mia generazione: dobbiamo smetterla di spargere pessimismo, di dire ai ragazzi che il mondo sta per finire», conclude. «Al contrario, aiutiamoli a continuare a realizzare una società migliore. Io vedo che, quando i giovani si sentono ascoltati e incoraggiati, sono estremamente disponibili al dialogo e alla costruzione». E bravo prof Codignola!