27 Marzo 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Stefano Passerotti, un giardiniere italiano a Singapore: “Cerco di riattivare una relazione con la Terra”

L’invito a tornare al Singapore Garden Festival, di cui è stato protagonista anni fa, è l’occasione per il giardiniere Stefano Passerotti di lavorare, attraverso il design che propone, sul ricongiungimento dell’essere umano con la Natura.

Autore: Daniel Tarozzi
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L’interiorità della natura non è un’immagine infinita, ma un’origine silenziosa da cui tutto prende forma”. È da qui che Stefano Passerotti sceglie di partire per il suo ritorno sulla scena internazionale. Dopo anni di distanza dai riflettori, il giardiniere e paesaggista italiano è stato invitato al Singapore Garden Festival tra i progettisti che negli ultimi vent’anni hanno segnato la storia della manifestazione e ha deciso di tornare con un progetto che va ben oltre “un nuovo giardino”.

Parlando con lui infatti ho la sensazione che Singapore sia soprattutto un’occasione: la possibilità di portare fuori – in uno spazio pubblico, internazionale – una ricerca che negli ultimi anni si è fatta più radicale, forse più essenziale. Al centro del progetto ci sarà la Terra, ma anche la terra, intesa come principio generativo, come origine. «Abbiamo bisogno di tornare al fulcro», mi dice. «Alla terra come principio da cui tutto prende forma».

Qualcosa di scontato per chi, come alcuni di noi, da anni studia la riconnessone con la Natura, la necessità di biofilia. Eppure qualcosa di profondamente necessario e ancora quasi sempre ignorato. Un approccio di questo tipo al giardinaggio comunque rivela un ribaltamento profondo del modo in cui siamo abituati a pensare il paesaggio. Il punto di partenza diventa la relazione con la terra e la possibilità di lasciarsi guidare dai suoi processi anziché ciò che ci “poggio sopra” per pura estetica.

Stefano Passerotti
Il giardiniere Stefano Passerotti

Il giardino che Passerotti immagina per Singapore nasce dentro un limite molto preciso: uno spazio di otto metri per otto. Poco più di sessanta metri quadrati. «È una complessità», ammette. «Devo raccontare qualcosa di molto grande in uno spazio molto piccolo». Ma proprio questo limite diventa parte del senso. «È anche una metafora», aggiunge. «Anche noi viviamo dentro dei limiti. E dentro quei limiti possiamo imparare a stare».

Lo spazio si costruisce attorno a un centro. La Terra. Una terra che non riflette, non amplifica, non spettacolarizza. Una terra opaca, viva, fatta di zolle. «Una presenza che assorbe e che chiede di essere percepita più che osservata». Attorno, i quattro elementi della tradizione asiatica – acqua, fuoco, legno e metallo – costruiscono un percorso: sono forze che orientano lo spazio, legate alle stagioni e ai punti cardinali. «Non è un pensiero asiatico o europeo», chiarisce. «È qualcosa di universale».

Ma la vera esperienza, mi spiega, si sviluppa nel tempo. L’ingresso apre un attraversamento: il centro si rivela gradualmente, si intravede, si scopre poco a poco. «Vorrei che chi entra si orientasse progressivamente nello spazio – dice –, che ci fosse una sorpresa». È qui che emerge uno degli elementi più interessanti del progetto: il tentativo di lavorare sulla percezione più che sull’immagine, per portare l’attenzione su ciò che accade a chi attraversa lo spazio. «Vorrei che ci fosse un “wow!”», racconta. «una sensazione autentica».

Quella sensazione potrebbe essere ispirata anche da un piccolo dettaglio, come – ad esempio – una goccia di rugiada che cade al centro; un movimento lento che genera un cerchio; un ritmo che si ripete. «La rugiada è la mente della natura», ricorda Stefano Passerotti che su questo elemento così semplice e vitale riflette da molti anni. Rispetto a dieci anni fa, quando vinse il Best of Show proprio a Singapore, il suo sguardo sembra essersi fatto più netto, più urgente. «Oggi sento che il mondo sta andando in una direzione sempre meno rispettosa per la natura e per l’essere umano», mi dice. «Per questo il mio seminare deve essere più forte».

Stefano Passerotti

La parola “seminare” ritorna spesso e assume il valore di una responsabilità. Seminare uno sguardo, una consapevolezza, un modo diverso di stare nel mondo. Anche dentro uno spazio piccolo, anche dentro un evento internazionale. Negli anni trascorsi lontano dalla scena pubblica, Passerotti ha attraversato una vita più essenziale, più esposta agli elementi. E questa esperienza oggi riemerge con forza. «Ho riscoperto cosa significa vivere con la luce del sole», racconta. «Seguire le stagioni, i ritmi, la pioggia».

Mentre lo ascolto mi accorgo che le sue non sono semplici riflessioni astratte, ma gesti quotidiani che abbiamo progressivamente dimenticato. «Quante persone camminano sotto la pioggia?», si chiede e ci chiede. «Quante vivono davvero con il ritmo del giorno e della notte?». È una domanda semplice, ma difficile da ignorare. Perché tocca qualcosa di molto concreto: la distanza crescente tra la nostra vita e i processi naturali.

Il giardino che Stefano Passerotti porterà a Singapore nasce anche da qui. Dal tentativo di riattivare una relazione con la terra, con gli elementi, con il tempo. «Voglio creare un luogo che si incontra», mi dice a un certo punto. In questo senso, il ritorno sulla scena internazionale apre una nuova fase. Un passaggio che porta nel mondo una ricerca maturata nel tempo, lontano dai riflettori, dentro una relazione più diretta con la natura. «Quel premio di dieci anni fa è stato un seme», conclude. «Adesso è il momento di seminarne altri».