10 Marzo 2026 | Tempo lettura: 11 minuti
Ispirazioni / Io faccio così

We’re South: la ricetta del Sud per far rinascere i borghi e le aree interne

Una rete di iniziative in alcuni paesi della Calabria unisce idee e risorse indicando una strada per la rinascita delle aree interne, in particolare nel Meridione. Il progetto si chiama We’re South e ne abbiamo parlato con il gruppo che lo anima.

Autore: Francesco Bevilacqua
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In breve

We’re South e la rete di progetti e iniziative che vuole far rinascere le aree interne della Calabria.

  • Nata nel 2023 e costituitasi in associazione nel 2024, We’re South connette i progetti virtuosi di alcuni paesi dell’area ionica calabrese.
  • La rete propone una serie di iniziative per risollevare le aree interne e rifiuta la strategia di “accompagnamento al percorso di spopolamento irreversibile” pensata dal Governo.
  • We’re South rivendica il diritto alla permanenza e alla ri-abitazione e chiede che vengano garantite le condizioni essenziali di cittadinanza.
  • Al tempo stesso, la rete crea momenti di aggregazione per alimentare una massa critica che proponga alternative concrete sul piano economico, sociale e culturale.
  • Un punto di forza è che tutte le persone e le realtà della rete sono parte integrante del tessuto sociale dei paesi dove operano.
  • In uno scenario globale in cui molte persone scelgono di riabitare il Sud e i paesi, un progetto come quello di We’re South può essere strategico se replicato anche in altri contesti.

«Nonostante le difficoltà nelle regioni meridionali esistono grandi potenzialità», ha assicurato lo storico Pino Ippolito Arminio durante un’intervista con la nostra Elisa Cutuli sulla questione meridionale. E se la storia è un elemento fondamentale per capire come si è creata tale questione, le storie – tanto, piccole o grandi, note o sconosciute, la maggior parte di esse coraggiose e ispiranti – possono essere una strada per cambiare la narrazione di un Sud apatico e indolente, che si piange addosso e che è causa dei suoi stessi problemi.

Tante di queste storie le abbiamo già raccontate su Italia Che Cambia e un’altra voglio raccontarvela adesso, attraverso la voce dei suoi protagonisti e delle sue protagoniste. È quella di un gruppo di persone – ancor prima che un’associazione – che ha deciso di creare un collettore per tutte le iniziative virtuose e rigenerative che animano la Calabria ionica e potenziarne gli effetti unendole. È così che è nato We’re South.

Ci potete raccontare com’è nato il progetto, con quali obiettivi e chi sono le persone che stanno dietro We’re South? 

We’re South è una rete attiva dal 2023, ma si è costituita come Associazione di Promozione Sociale nel 2024. Opera in sei Comuni del Basso Jonio Calabrese e della Vallata dello Stilaro – Bivongi, Stilo, Monasterace, Guardavalle, Santa Caterina dello Ionio e Badolato – tra le province di Catanzaro e Reggio Calabria. Ogni paese è rappresentato da una o più realtà. Attraverso il lavoro di queste giovani imprese, operatori culturali e turistici, educatori, attivisti e artisti, We’re South APS promuove nuove forme di organizzazione sociale e nuove narrazioni sulle aree interne, valorizzando i territori e le comunità che li abitano. 

We're South

Come avete scelto i paesi su cui concentrare il vostro lavoro?

La scelta è stata naturale in quanto eravamo già attivi sui territori e continuavamo a incontrarsi alle reciproche iniziative o in contesti condivisi e il caso ha voluto che i paesi in cui operiamo si abbracciano tutti con lo sguardo, disegnando la direttrice di una vera e propria cartografia comune. Per tale ragione, su input della Presidente Giulia Montepaone, abbiamo deciso di unire le forze e iniziare un percorso comune.

Tra i nostri soci ci sono poi anche altre realtà imprenditoriali, a noi particolarmente vicine, tipo Nido di Seta – che da oltre dieci anni fa impresa e innovazione sociale nella nostra regione –, e quindi fra le nostre fila si è aggiunto anche il paese di San Floro (CZ). Inoltre a seguito del Rigugghju Fest 2025 è nata una mappa delle realtà amiche regionali, con cui collaboriamo e che condividono con noi valori e mission, così le trame si infittiscono in netta controtendenza a certe tendenze campaniliste del passato e con la convinzione che l’unione sia veramente la nostra forza e non mera retorica.

Che alternative proponete all’”eutanasia” prevista dalla PSNAI per quelle aree avviate verso un inesorabile declino?

L’impostazione del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne (PSNAI), con il suo “accompagnamento al percorso di spopolamento irreversibile”, considera il declino come un assunto, un destino già scritto. Ma il declino non è una legge naturale e non è certamente il futuro delle aree interne e dei piccoli paesi. È invece il risultato di scelte politiche, economiche e culturali che vengono proposte e attuate con miopia da decenni. Per questo motivo l’alternativa non può essere una gestione dell’abbandono, bensì una strategia di trasformazione che riconosca i piccoli paesi – intesi come veri luoghi da abitare – come infrastruttura strategica per il futuro del Paese.

We're South

Va subito messo in primo piano il rifiuto dell’abbandono programmato. Nessun territorio può essere dichiarato “senza futuro” per decisione amministrativa. Occorre affermare il diritto alla permanenza e alla ri-abitazione, garantendo condizioni essenziali di cittadinanza – sanità, scuola, mobilità, lavoro, connettività – indipendentemente dalla soglia demografica. Accanto a questo servono politiche di ri-abitazione attiva. Oltre ai flussi in uscita, esistono movimenti in entrata: ritorni, nuovi residenti italiani e stranieri, lavoratori da remoto, creativi digitali, giovani famiglie, neo-rurali. Queste energie vanno intercettate con incentivi strutturali, programmi di accompagnamento all’insediamento – casa, lavoro, reti sociali – e valorizzazione degli immobili inutilizzati attraverso modelli di co-housing e residenzialità diffusa. Non si tratta di “fare numero”, ma di attivare comunità plurali e competenti.

Ci sono anche altri da non sottovalutare: quello economico, quello culturale, quello ambientale.

Quello che riguarda il sostegno alle economie territoriali sostenibili è un altro asse molto importante. Le aree interne possono diventare laboratori di agricoltura rigenerativa, filiere corte, artigianato identitario, turismo residenziale, rigenerativo e responsabile, impresa sociale e lavoro da remoto. Esperienze interessanti che già esistono, ma risultano frammentate. La sfida è metterle in rete, riconoscerle come infrastruttura economica strategica e garantire accesso a credito, formazione e innovazione con processi virtuosi di internazionalizzazione.

Ma la rigenerazione deve essere anche culturale. Il declino è una narrazione dominante che va scardinata promuovendo produzioni culturali diffuse, presìdi educativi, festival, pratiche artistiche e spazi di confronto pubblico, laboratori e residenze. Le comunità diventano così nuovo genius loci: luoghi di relazioni interculturali e intergenerazionali, capaci di aprirsi al mondo senza perdere identità e senza aver paura di contaminarsi in maniera interculturale. Infine, la transizione ecologica: le aree interne custodiscono biodiversità, paesaggi, risorse ambientali, contesti naturalistici unici intesi come vera ricchezza in quest’area del Sud Italia.

We're South
Il gruppo di We’re South

In un’epoca segnata dalla crisi climatica, devono essere tutelate e salvaguardate, possono essere centrali per la gestione sostenibile di suolo, montagne e foreste, per il contrasto al dissesto idrogeologico, per la nascita di comunità energetiche rinnovabili e per una diffusa educazione ambientale. L’alternativa “all’eutanasia territoriale” non è un generico ottimismo, ma una visione integrata che parta dai dati allarmanti, dalla fragilità dei territori che continuano nonostante tutto a r-esistere, dalle questioni e problematiche ben analizzate da anni, ma che sappia rimettere al centro diritti, servizi pubblici essenziali, reale vivibilità dei paesi, comunità ed ecologia.

Una delle criticità più forti oggi nel mondo del turismo è l’overtourism, che affligge anche alcuni borghi e aree interne. Come contrastarlo? 

È necessario comprendere e conoscere profondamente il territorio presso cui si opera. Innanzitutto, chi fa parte della nostra rete è abitante del proprio paese. Questa è già una grande forma di tutela. Promuovere attività ed esperienze nel proprio paese con grande consapevolezza delle risorse ambientali e umane è sì un’occasione lavorativa, un piccolo business, ma è anche una scusa. Una scusa per saldare relazioni sociali e rigenerare legami con il territorio, una scusa per mantenere alta l’attenzione sui presidi e sui servizi pubblici più carenti – guardie mediche, ambulatori, mezzi pubblici e collegamenti con i centri più grandi, poste, bancomat – che sono fondamentali per i turisti, ma anche e soprattutto per noi abitanti del paese!

Studiare adeguatamente i nostri luoghi significa non attingere a parametri e categorie nate in seno a studi e questioni prevalentemente urbane. I nostri paesi sono intrisi di ruralità e di geografie che meritano di non essere lette solo attraverso dinamiche molto in voga tra chi si occupa di città – dalla gentrificazione alla foodification. Da noi, basso ionio catanzarese e Vallata dello Stilaro, va ripensato il modo in cui indagare e produrre statistiche o dati, così come vanno ripensati i servizi, i presidi – e anche l’intrattenimento! – basandosi sui piccoli numeri e con uno sguardo squisitamente autoctono.

In un presente globale sempre più in rotta di collisione con i parametri minimi di sostenibilità e vivibilità, la dimensione locale insita nelle aree interne offre un’alternativa esistenziale

Le iniziative dal basso sono un’ottima base di partenza, ma forse una strategia efficace per le aree interne non può prescindere da un intervento istituzionale a supporto.

Le esperienze dal basso – come quelle promosse da We’re South nel Basso Jonio Calabrese – dimostrano che le comunità sanno generare innovazione sociale, economica e culturale. Tuttavia senza un quadro istituzionale coerente rischiano di restare fragili. Una strategia efficace richiede quindi un intervento pubblico strutturale, articolato su più livelli. Anzitutto, la garanzia dei servizi essenziali come diritti universali: sanità territoriale, scuola di qualità, lavoro e reddito, trasporti, infrastrutture digitali e tutela ambientale. Senza presìdi stabili non può esserci rigenerazione.

In secondo luogo, una programmazione di medio-lungo periodo. Le aree interne non possono dipendere da bandi occasionali o fondi a scadenza breve con le solite stancanti lungaggini burocratiche: servono pianificazione pluriennale, semplificazione amministrativa e strumenti finanziari stabili, accessibili anche ai piccoli Comuni. Serve poi puntare a una seria co-progettazione e governance multilivello, nella condivisione di una prospettiva e visione pragmatica.

Le comunità locali devono essere riconosciute come interlocutori competenti, attraverso tavoli permanenti di confronto, processi di co-progettazione tra enti, associazioni e imprese e sperimentazioni di gestione condivisa dei beni comuni. Servono reti territoriali non vuote ed effimere, ma reali, pratiche e orizzontali, che sappiano trasformarsi in reticolati solidali creando trame e orditi forti e resistenti. Le politiche non possono essere calate dall’alto, ma devono essere spinte e realizzate dal basso con la loro giusta contestualizzazione territoriale, nel rispetto delle specificità e diversità.

We're South

Infine, dal nostro punto di vista, urgono politiche fiscali e abitative mirate: incentivi per chi avvia imprese o attività professionali nei piccoli paesi con reali processi di internazionalizzazione, sostegni alla ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente, premialità per chi investe nelle filiere locali e sostenibili. Le iniziative dal basso sono il motore del cambiamento, ma Stato e Regioni devono creare le condizioni perché quel motore funzioni nel tempo. La vera alternativa alla gestione del declino è un’alleanza tra comunità e istituzioni, capace di trasformare le aree interne da presunte periferie a laboratori centrali di un nuovo modello di sviluppo fondato su qualità della vita, giustizia territoriale e sostenibilità ambientale.

Quali sono le prospettive future per We’re South e in generale per le aree interne della Calabria e di tutto il paese? 

Le aree interne si candidano a pieno titolo a essere luoghi idonei ad affrontare le sfide future. In un presente globale sempre più in rotta di collisione con i parametri minimi di sostenibilità e vivibilità, la dimensione locale insita nelle aree interne offre un’alternativa esistenziale e una possibilità concreta di ridare senso all’abitare umano come atto di cura e appartenenza al mondo. La Calabria è una terra di resistenza, perché in essa resistono pratiche e sentimenti in grado di fornire prospettive incisive sui processi di trasformazione della realtà. Quanto risuona come narrazione dominante mostra una terra periferica relegata all’abbandono, in cui non possono esprimersi i desideri di chi ci nasce e di chi ci arriva, una terra sorda e inascoltata.

Questa solida costruzione culturale vacilla di fronte a esperienze che pongono i territori interni della Calabria come spazi di scelta. Il fenomeno dei nuovi abitanti che decidono di trasferirsi da nord Europa e, sempre più, dal nord Italia, mette in luce il vero volto di interi territori pronti ad accogliere e soddisfare le aspettative di chi rifugge il modello abitativo dei grandi centri urbani e di chi ricerca innanzitutto un contesto sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale. D’altra parte, le esperienze di ri-organizzazione sociale messe in campo dalle nuove generazioni di calabresi, che sperimentano forme di associazionismo impegnato, propongono occasioni continue di confronto a più livelli per dar voce alle esigenze delle comunità.

È in questa prospettiva che si inserisce l’azione di We’re South APS, condensata nel ‘Rigugghju Fest – il festival di chi abita nei paesi’. Il 25 aprile 2026, alla sua seconda edizione, il festival sarà un importante momento di partecipazione attiva che durerà una giornata intera: escursioni, visite guidate, gastronomia, musica, laboratori per bambini e una tavola rotonda che affronterà il tema del futuro dei paesi con esperti, ricercatori, amministratori e attivisti che forniranno spunti di riflessione utili ad alimentare un dibattito vivo e reale.