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12 Dic 2019

Lenin Montesanto: “La vera rivoluzione è restare in Calabria” – Meme #31

Scritto da: Daniel Tarozzi
Intervista di: Daniel Tarozzi e Paolo Cignini
Video realizzato da: Paolo Cignini

Pensate ai sassi di Matera. Sono un perfetto esempio di quei “marcatori identitari distintivi” su cui dovrebbero fondarsi il ripopolamento ed il rilancio delle aree interne del nostro paese. Ne è convinto il calabrese Lenin Montesanto, promotore dell’Erasmus al contrario e di una molteplicità di altre iniziative volte alla rinascita dell’entroterra della Calabria e non solo.

Nel 2015 ebbi la fortuna di partecipare a “Fermata Calabria”, un bellissimo evento organizzato – tra gli altri – da Cristiana Smurra. Cristiana è una di quelle persone che fin dal primo scambio ti “travolge” e in effetti da ormai sette anni è per me foriera di nuovi mondi e nuove avventure. Quasi inevitabilmente, quindi, quando pochi mesi fa io e Paolo siamo tornati in Calabria, ci siamo affidati a lei per esplorare la sua magnifica regione ed incontrare nuove storie, soluzioni, paesaggi, vita.

Tra queste, una tappa fondamentale è stata segnata dal nuovo incontro con il Lenin Montesanto che avevo conosciuto proprio nel 2015 in occasione dell’evento citato in apertura. Fin da allora Lenin mi aveva colpito per la sua cultura ampia e complessa e la sua conoscenza del mondo, nonché per il suo amore viscerale per la sua terra di origine. Ero quindi un po’ emozionato quando finalmente ho potuto intervistarlo. Lenin ci ha ricevuto in casa sua e, seduti sul balcone, abbiamo ripercorso oltre vent’anni di attivismo, guidati ed accomunati dall’amore per il sud e dalla sua consapevolezza che questo non sia un “Non Nord”.

Un Erasmus al contrario
Come ben riassunto nel video, tutto ha avuto inizio con dei viaggi nel profondo nord. Lenin, studioso di legge e poi avvocato, già da molto giovane ha infatti cominciato a viaggiare per l’Europa, tra viaggi Erasmus (in Normandia) e altri viaggi studio.

In queste terre viene a contatto con persone provenienti da tutto il mondo. Per usare le sue parole una vera e propria “aritmetica delle emozioni”: «Ho capito le differenze identitarie tra un uomo del sud – un uomo mediterraneo come mi sentivo io – e il resto del mondo. Parliamo del ’97-’98, un anno per me cruciale. Fu allora che decisi di portare tutti questi studenti che incontravo, provenienti da molte parti nel mondo, nella mia terra di provenienza. E così fu».

Nacque in breve tempo l’idea di un “Erasmus al contrario”: anziché portare studenti provenienti da zone isolate in città vivaci e frizzanti, Lenin e i suoi amici decisero di portare gli studenti Erasmus in un ambiente non universitario, privo di sedi e aule studio, teoricamente non vivace e non attraente: Cariati, un piccolo paesino della costa Ionica Calabrese, a metà tra Crotone e Cosenza. Questa località è contraddistinta da una cittadella medievale con otto torri, affacciate sullo Ionio.

In Calabria la maggior parte dei centri storici è situata lontani dal mare e le persone li hanno lentamente abbandonati per spostarsi sulla costa. Cariati, invece, avendo la cittadella medievale affacciata sul mare, non è stato mai completamente abbandonato e per questo fu scelto da Lenin come meta del primo viaggio. Venti studenti partirono quindi dalle zone più disparate per partecipare ad una summer school con docenti improvvisati, momenti dedicati alle visite del territorio e momenti dedicati all’enogastronomia. Il vitto e all’alloggio furono “coperti” grazie alla collaborazione dei Comuni, dei volontari e della rete attivata da Lenin e dai suoi amici. Il viaggio fu un successo e divenne l’inizio di un lungo percorso.


Uno shock interculturale
«Talmente ci convinse quella esperienza – ci racconta Lenin – che decidemmo di creare in Calabria occasioni di studio e scambio internazionale. Ritenevamo che il metodo migliore per cambiare le cose, fosse creare uno “shock culturale”. Ci sentivamo la terra sotto i piedi che tremava. Vivendo all’estero, avevamo compreso come questo tipo di esperienza poteva cambiare la vita di ognuno di noi: si conoscono persone diverse, si mangiano cose diverse, ci si abitua a culture e usi diversi. Volevamo portare lo stesso tipo di “effetto” anche qui. Volevamo produrre uno shock interculturale».

Nel 1997, dopo il successo della prima edizione, Lenin – insieme a 15 ragazze e ragazzi calabresi – costituì un’associazione: “Otto torri sullo Jonio”. «Per 15 anni continuammo a organizzare summer school – continua Lenin – Nel tempo sono cambiati i protagonisti, siamo cambiati noi, sono nate relazioni, siamo riusciti a fare passare il concetto che gli esempi sono più importanti di qualsiasi piano politico. Anzi, forse il vero piano politico consiste nei piccoli cambiamenti, nella forza che ti dà una ragazza che mette in crisi il “macho calabrese” sulle sue abitudini; è una rivoluzione politica… tu non potresti mai convincerlo che i suoi cliché non servono, ma la dolcezza di una ragazza spagnola può spazzare via tutto!».

Con il passare degli anni, però, gli organizzatori di queste iniziative via via hanno lasciato la Calabria e sono stati “presi” dalle loro vite e oggi è rimasto solo Lenin nella sua terra nativa. «Mi sono talmente entusiasmato – ci confida – che ho deciso di rimanere qui, portando esperienze dal resto del mondo alla Calabria. Quando nel 2001 ho deciso di tornare nella mia terra, tutti hanno osteggiato la mia scelta. Siamo stati educati all’abbandono. Chi nasce qui viene educato all’abbandono come vittoria, come catarsi. Se tu abbandoni la tua terra starai bene. Ho quindi fatto scelte controcorrente che nessuno ha condiviso».


Il valore dell’assenza
Oggi Lenin non ha dubbi: la Calabria è la terra in cui vuole vivere, senza mai perdere lo sguardo su ciò che accade altrove: «Oggi penso che non soltanto qui si può vivere, fare economia, stare bene insieme, ma sono convinto che non ci sia posto migliore per farlo! Certo, qui mancano molte cose, per fortuna non è passato da qui quello che altrove chiamano progresso, ovvero ciò che ha distrutto l’Italia. Chiaramente abbiamo subito i danni dello sviluppo industriale ma non lo abbiamo interiorizzato, ci restano assenze che sono valore».

Il valore dell’assenza: secondo Lenin terre come questa dimostrano a chi ha subito le follie del consumismo e del liberismo spietato come sia possibile continuare a vivere e costruire uno sviluppo economico diverso, un’altra economia, un altro PIL.

«La qualità della vita è fatta da tante cose, ma non avere tempo, avere una vita frenetica, non sapere cosa si mangia, è qualità? Come la misuri la qualità della vita? Solo con l’efficienza dei mezzi pubblici? E l’alienazione totale, l’assenza di contatto con la terra… non li vogliamo considerare?».
Per questo oggi l’associazione fondata da Lenin si occupa di promozione culturale, eventi, cibo. L’obiettivo è popolare i centri storici e combattere l’abbandono. Come? Ad esempio si sono inventati i caffè filosofici in tutti i bar del territorio.

Come scritto in precedenza, Lenin negli ultimi anni è “rimasto solo” ma non si è certo arreso! «Ho iniziato a fare “i conti in tasca” ai miei coetanei – ci spiega – Quando partecipo ad un convegno, mi alzo e chiedo quante persone hanno figli “emigrati” fuori dalla Calabria. Quasi tutti. Poi gli chiedo se i figli mandano dei soldi a casa o se sono loro che mandano i soldi ai figli. E la maggior parte si riconosce nella seconda opzione. E allora li metto in crisi domandando: “una regione che mantiene se stessa e mantiene anche gli altri fuori, è ricca o è povera?”. Silenzio tombale… Non soltanto abbiamo allontanati i nostri giovani mandandoli a vivere peggio, ma addirittura ci decurtiamo una parte del nostro introito per mantenerli altrove, spesso nelle cosiddette regioni ricche del nord.

Ovviamente, ognuno ha diritto di fare quello che vuole, ma di 100 giovani che se ne vanno, 90 non vogliono diventare premi Nobel: hanno deciso di fare lavori normali. Allora perché rinunciare a fare qualsiasi cosa qui, con un reddito nominale dimezzato, ma altri vantaggi nella qualità della vita, come il tempo, il cibo, il clima, il basso costo di case e cibo? I cervelli non sono quelli che vanno, sono quelli che restano! Certo tu a un giovane non puoi dire di non partire perché la Calabria è bella, ma devi far capire che c’è un genere di economia diverso qui. La nostra difficoltà, purtroppo, consiste nel far passare messaggi positivi, testimoniare le possibilità di questa regione, le esperienze concrete di chi torna».

E in effetti oggi in Calabria come in altre regioni del sud, molti ritornano dopo aver verificato che altrove non è possibile una qualità di vita migliore, anzi. In pochi lo sanno, ma oggi la Calabria è una delle regioni che fa registrare le maggiori percentuali di ritorni manageriali alla terra. E sempre questa regione – noi di Italia che Cambia lo sappiamo bene – ospita centinaia di esperienze meravigliose.

Ha ragione Lenin. La difficoltà è far passare messaggi positivi. Testimoniare le possibilità, le differenze. Tu che sei arrivato fino a qui, vuoi contribuire a questo processo? Condividi questo articolo, questo video, questa storia. Un’altra Calabria, un’altra Italia, un altro mondo è possibile.

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