15 Aprile 2026 | Tempo lettura: 8 minuti

Rigugghju Fest: le aree interne della Calabria si incontrano per riscrivere la narrazione del Sud

Rigugghju Fest è “il festival di chi abita nei paesi”, un momento di incontro e networking per le realtà che lavorano per far riscoprire le aree interne. Italia Che Cambia è media partner dell’edizione 2026.

Autore: Francesco Bevilacqua
Rigugghju 1
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In breve

Manca poco all’edizione 2026 del Rigugghju Fest, il festival di chi abita nei paesi.

  • Sabato 25 aprile si terrà a Guardavalle Superiore il Rigugghju Fest, il festival itinerante giunto alla sua seconda edizione.
  • Sarà un’occasione per conoscere meglio il paese e il suo circondario grazie anche all’accompagnamento della comunità locale.
  • Il festival è organizzato dall’associazione We’re South, che unisce idee e risorse indicando una strada per la rinascita delle aree interne.
  • Italia Che Cambia è media partner dell’iniziativa.

Rigugghju: bollore o, inteso in senso figurato, fuoco che arde nell’animo di chi desidera fortemente qualcosa. E in questa fetta d’Italia, di Calabria, ci sono tante persone con tanti desideri. Si incontreranno – desideri e persone – sabato 25 aprile a Guardavalle Superiore, in provincia di Catanzaro, per un evento chiamato appunto Rigugghju Fest. Il festival di chi abita nei paesi, ideato da un gruppo di persone che sta cercando – giorno dopo giorno, paese dopo paese – di valorizzare l’humus culturale, sociale ed economico che arricchisce il basso Jonio calabrese.

«Il Rigugghju Fest è nato nel 2025 per celebrare il patrimonio culturale e naturalistico, oltre che le energiche comunità, dei nostri paesi ed è stato ideato da We’re South APS. Il format del festival è stato immaginato itinerante, perché potesse essere ospitato ogni anno in un paese della rete We’re South nella giornata, non casuale, del 25 aprile», mi raccontano dal gruppo organizzatore del festival, di cui Italia Che Cambia è media partner. 

Rigugghju Fest
Edizione 2025 del Rigugghju Fest

Ci potete raccontare com’è andata la prima edizione del Rigugghju Fest?

La prima edizione si è svolta con successo a Santa Caterina dello Ionio, con la collaborazione della Pro Loco Santa Caterina dello Ionio APS, il patrocinio e il contributo dell’Amministrazione Comunale di Santa Caterina dello Ionio e il patrocinio del Parco Naturale Regionale delle Serre. La ricordiamo come una giornata intensa e partecipata nel centro storico di Santa Caterina, che ha raccolto oltre duemila persone in un’atmosfera di festa, ma soprattutto di riflessione e confronto. Associazioni amiche, vari esperti e gli stessi abitanti caterisani sono stati protagonisti attivi delle numerose attività gratuite organizzate nell’ambito del festival. Hanno offerto testimonianze e contributi preziosi durante archeotrekking, visite guidate tra palazzi storici e chiese, oltre che nei laboratori. 

Cuore della giornata sono stati due tavoli di confronto pubblici, dedicati all’operato di enti e istituzioni territoriali e alla condivisione di pratiche fra realtà associative impegnate nelle aree interne. Da questi due momenti sono nate nuove relazioni e alleanze e una “mappa del Rigugghju”, consultabile sul sito della nostra APS. Il successo della prima edizione ci ha dato la forza e il coraggio di confermare anche per il 25 aprile 2026 un programma ricco e vario, stavolta nel centro storico di Guardavalle. 

Quali saranno il tema, il programma e gli ospiti dell’edizione 2026? 

Sono previste diverse attività culturali e ricreative, oltre che una deliziosa offerta gastronomica fra le rughe del paese e un concerto finale serale a cura di Fabio Macagnino e Movimento Terra. Si inizierà fin dal mattino con un trekking naturalistico e si proseguirà con visite guidate del centro storico e laboratori per famiglie, adulti e bambini. Saranno visitabili chiese e palazzi di Guardavalle e associazioni e abitanti guardavallesi saranno preziosi collaboratori durante tutta la giornata. Il talk pubblico di quest’anno dal titolo “Oltre lo Spopolamento” ospiterà docenti universitarie, celebri studiosi, politici locali e importanti attivisti delle aree interne, provenienti anche da altre regioni italiane. 

Rigugghju Fest
Edizione 2025 del Rigugghju Fest

Diteci qualcosa di più sulla scelta del nome…

Il concetto esprime, attraverso l’incisività del dialetto, il fermento che caratterizza le azioni di We’re South APS, rete nata attorno a pratiche quotidiane situate che recupera e sperimenta modi di relazionarsi a un territorio. Disposti in fila, i sette paesi di Stilo, Bivongi, Monasterace, Guardavalle, Santa Caterina dello Ionio, Badolato e San Floro segnano la direttrice di una cartografia comune che, come l’ago con la stoffa, ripara e ricuce lembi di terra apparentemente separati.

Ci muoviamo su sentieri già tracciati, attraverso le fiumare, conquistando le timpe. Guardiamo alla terra come fonte di vita e alla piazza come luogo della comunità. Consapevoli di come ogni anno a livello globale si consumino più risorse di quante la Terra possa rigenerarne, viviamo i nostri paesi come laboratori di pratiche relazionali che intrecciano esseri umani, animali e piante, oggetti e tecnologie. A chi ci fa visita esibiamo un paesaggio ricco di sfumature, suoni, odori, sapori, abilità e conoscenze. 

Un aspetto centrale nell’attività di We’re South e nello spirito di Rigugghju è quello della responsabilizzazione delle comunità locali. 

Siamo convinti che i processi territoriali più fruttuosi siano quelli di origine endogena, con una prospettiva autoctona e locale. Non arriverà un deus ex machina che piomberà a coordinare e guidare le nostre realtà o i nostri Comuni verso un roseo futuro. È imprescindibile che gli abitanti e le abitanti siano i primi studiosi di se stessi, con consapevolezza delle potenzialità dei propri luoghi, coltivando un forte senso di responsabilità. Noi pensiamo che il Rigugghju Fest sia un ulteriore spazio per esercitare e collaudare pratiche di resistenza e rigenerazione, e che coroni il lavoro di abitanti, associazioni e imprese che lavorano con impegno durante tutto l’anno, e che non si attivano solo per un’occasione spot, un mero evento festaiolo. 

Il vero pericolo per le aree interne, per i nostri paesi, non è lo spopolamento in sé, ma la costruzione culturale e politica della sua inevitabilità

Una domanda provocatoria: davvero i piccoli paesi vogliono essere “salvati”? E se la “eutanasia dolce” prevista dalla SNAI avesse un senso? 

Non si tratta semplicemente di “salvare” i piccoli paesi né di accettarne passivamente il declino. Il punto è cambiare prospettiva, oltre lo spopolamento: serve immaginare una nuova condizione per questi territori, andando oltre la narrazione dello spopolamento come destino inevitabile. In questo senso, diventa centrale il concetto di “esodo” di piperniana memoria. Non come fuga o abbandono, ma come scelta consapevole di “diserzione” da modelli dominanti – quelli imposti da una società neoliberista e da una logica centrata esclusivamente sul capitale, sui grandi numeri delle grandi città, su dinamiche e politiche da grandi-sistemi.

L’esodo è quindi una pratica attiva: un modo per sottrarsi a ciò che è già dato e costruire alternative, dal basso, vere, possibili e pragmatiche. Il futuro della Calabria e dei piccoli paesi in generale non sta nel rincorrere modelli esterni, ma nel riconoscere il valore del proprio carattere profondo. È un futuro che ha un cuore antico, paradossalmente fatto di margini, una nuova frontiera di vita da cui guardare e attrarre il Mondo, isolamento inteso come valore aggiunto, nuove connessioni e nuove relazioni, contaminazioni interculturali, nuove comunità e identità locali.

E quali sono le azioni che danno corpo a questo processo?

Non si tratta di rifugiarsi in una nostalgia sterile o nella contemplazione delle rovine, ma di riconoscere in questi luoghi un’energia viva, un fermento capace di generare nuove possibilità, nuove prospettive intraviste e pratiche tra gli spiragli di luce delle stesse crisi sistemiche da cui i paesi e le aree interne sono afflitte e caratterizzate. Per questo è necessario anche mettere in discussione il potere simbolico e politico delle grandi concentrazioni urbane. Occorre svuotare l’idea che solo le città e i grandi sistemi siano portatori di sviluppo e lavorare invece alla costruzione di nuovi spazi di scelta, relazioni e forme di vita alternative.

direttivo were south
Il direttivo di We’re South

Questo significa promuovere formule e pratiche di ri-abitazioni possibili, sostenute anche da politiche strutturate e lungimiranti. Al centro deve esserci la creazione, nel presente, di nuove forme di vita e di produzione sostenibile. Non un ritorno al passato, ma una reinvenzione radicata nei territori. In questo processo l’esodo diventa permanente: è una tensione continua verso modi diversi di abitare e vivere i luoghi, i nostri paesi. Fondamentale è continuare a lavorare per sviluppare una forte coscienza di luogo, cioè un legame profondo con il territorio e la capacità di riconoscerne e valorizzarne il suo genius loci. L’esodo, in definitiva, si realizza proprio così: attraverso la riappropriazione dei territori e il rafforzamento delle comunità locali. 

Torniamo quindi a uno dei concetti iniziali: la narrazione cambia la realtà. 

Ribadiamo che nessun territorio può essere dichiarato senza futuro per scelta politica! Il vero pericolo per le aree interne, per i nostri paesi, non è lo spopolamento in sé, ma la costruzione culturale e politica della sua inevitabilità. Sanità, istruzione, mobilità e connettività vanno garantite come diritti di cittadinanza; servono strumenti concreti per sostenere chi resta, chi torna e chi arriva, favorendo sperimentazione, autonomia locale e nuove forme di governance e di economia. Non siamo un destino perduto, non siamo società marginali. Siamo abitanti di luoghi che catalizzano questioni contemporanee fondamentali, scegliamo di vivere qui e vogliamo analizzare e raccontare noi i nostri territori, lottare e mobilitarci per un futuro possibile. Perché quotidianamente r-esistiamo.