30 Aprile 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Mana Chuma, “30 primi anni” tra teatro, memoria e territorio

Mana Chuma Teatro è una realtà calabro-sicula nata a Reggio Calabria nel 1995 nell’ambito della nuova drammaturgia e del teatro civile.

Autore: Paolo Cignini
Il gruppo di Mana Chuma Teatro sul palco durante EPIC a Reggio Calabria
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«Per noi è una continuazione», dice Salvatore Arena. Massimo Barilla gli sta subito accanto: «Sarà il primo anno in cui gestiremo un teatro dopo trent’anni». È da questa frase, più che da una ricorrenza, che comincia il racconto dei trent’anni di Mana Chuma Teatro, una realtà calabro-sicula nata a Reggio Calabria nel 1995 nell’ambito della nuova drammaturgia e del teatro civile, oggi diventata molto più di una compagnia teatrale.

Riconosciuta dal Ministero della Cultura e dalla Regione Calabria, Mana Chuma è oggi un’impresa culturale con un nucleo artistico multidisciplinare, festival, reti mediterranee, percorsi educativi, progetti di impegno civile e una nuova fase di radicamento territoriale da costruire anche attraverso uno spazio stabile. I suoi trent’anni non somigliano a un bilancio, ma a una soglia: non un compleanno da celebrare guardando indietro, ma un passaggio fatto di spazio, presenza, responsabilità e territorio.

Di Mana Chuma avevamo già raccontato il profilo generale in un precedente articolo; qui il fuoco si stringe su ciò che questo passaggio apre oggi. Perché quella soglia non riguarda solo la storia artistica di Massimo Barilla, Salvatore Arena e Luigi Polimeni, ma un organismo culturale più largo: la ricerca visiva di Aldo Zucco, il lavoro poetico e internazionale di Elizabeth Grech, la drammaturgia della luce di Luigi Biondi, le presenze attoriali di Mariano Nieddu, Lorenzo Praticò e Stefania De Cola, insieme a collaborazioni che negli anni hanno trasformato Mana Chuma in un soggetto capace di produrre spettacoli, processi, relazioni e possibilità. 

Mana Chuma Teatro durante lo spettacolo A calata du suli all’aperto a Reggio Calabria
Un momento dello spettacolo “A calata du suli – Tre piccole ombre” di Mana Chuma Teatro, rappresentato all’aperto davanti al pubblico.

È anche da qui che nasce la collaborazione con Italia che Cambia: nel punto in cui le arti performative incontrano il racconto dei territori e in cui una pratica culturale non si limita a rappresentare il cambiamento, ma prova a costruirne le condizioni. Arena lo dice con una formula che sposta tutto: “Trenta primi anni”. Per capire da dove arrivi questa apertura però bisogna tornare al luogo da cui loro stessi continuano a ripartire ogni volta che cercano di dire chi sono: il mare dello Stretto.

Lo Stretto, le origini e un linguaggio nato dall’ascolto

«Partirei dalla terra di mezzo, dal mare che collega la Sicilia a Reggio Calabria», dice Massimo Barilla. Salvatore Arena gli va subito dietro: «Il mare è la nostra forza, la nostra ispirazione. C’è sempre un pezzo di mare nelle nostre storie». Mana Chuma continua a tornare lì: allo Stretto come spazio che tiene insieme radicamento e attraversamento, Calabria e Sicilia, margine e apertura sul mondo. Non un fondale, ma un principio narrativo.

È da questo paesaggio e da una Reggio Calabria ancora segnata dagli effetti della seconda guerra di ’ndrangheta, che nel 1995 prende forma Mana Chuma. Non nasce da un progetto già compiuto, ma dentro un centro giovanile di periferia, dall’incontro tra persone con competenze artistiche diverse e da un’urgenza di racconto. Il teatro arriverà presto, fino a diventare la forma identitaria del gruppo, ma all’inizio viene prima il bisogno di dire: trovare una lingua capace di stare dentro quel territorio senza ridurlo a cartolina o a cronaca nera.

Barilla lo spiega così: «La forma viene sempre dopo. È la storia che ti chiama sia il linguaggio che la sua forma». Arena porta quel principio sul palco e lo chiama «monologo dialogante», una voce che non resta mai sola, ma si apre ad altre presenze, personaggi, scarti di senso. Poi entra Luigi Polimeni e il quadro si completa: «La mia musica dentro le loro parole è stata sempre accolta, mai messa». In Mana Chuma il suono non commenta il testo, ma lo sposta, lo apre, a volte lo costringe a fare un passo indietro.

Salvatore Arena e Massimo Barilla di Mana Chuma Teatro nello spettacolo “Longa è a jurnata”
Salvatore Arena e Massimo Barilla in “Longa è a jurnata” di Mana Chuma Teatro. Foto di Marco Costantino

È in questa disponibilità reciproca – parola, scena, musica, silenzio – che si riconosce il primo nucleo poetico di Mana Chuma. Quel nucleo però, negli anni si è allargato a una comunità di lavoro in cui traduzione, luce, scena, drammaturgia, video, attorialità e progettazione culturale sono diventate parti di una stessa forma collettiva. È qui che l’origine artistica comincia già a diventare qualcosa di più largo: non solo uno stile, ma un modo condiviso di costruire presenza.

Dal riconoscimento fuori casa a una presenza collettiva sul territorio

Quando gli chiedo se ci sia stato un momento in cui Mana Chuma si è sentita riconosciuta anche fuori dal proprio contesto, Barilla quasi ribalta la domanda: «È quasi il contrario». La compagnia nasce nel 1995, ma è soprattutto dai primi anni Duemila che comincia a essere riconosciuta più fuori dal territorio locale che in Calabria. «L’ottanta per cento del lavoro lo facevamo fuori», racconta. Quel “fuori” però non ha il sapore della fuga: significa festival, viaggi, teatri e palcoscenici lontani dallo Stretto in cui verificare se quelle storie nate lì potessero parlare anche altrove.

Poi, lentamente, quel movimento cambia qualità. Barilla insiste: non c’è stato «un momento esatto», ma a un certo punto «il territorio stesso ci ha richiamati» e ha cominciato a chiedere qualcosa che andasse oltre il teatro in senso stretto. Arena lo dice in modo ancora più semplice: «La gente ha richiesto un qualcosa che fosse diverso rispetto al teatro». Non meno teatro, ma qualcosa di più: continuità, incontro, presenza.

Scena dello spettacolo “Searching for Hamlet” di Mana Chuma Teatro
Una scena di “Searching for Hamlet” di Mana Chuma Teatro. Foto di Marco Costantino

È da qui che nasce il passaggio più consapevole degli ultimi anni. Mana Chuma capisce che quel patrimonio artistico, quella relazione col territorio e quella qualità costruita nel tempo devono «sbocciare in un progetto anche di impresa culturale e sociale». C’era anche una paura – che la struttura comprimesse l’identità artistica –, ma quello che sembrava un rischio, dice Barilla, si è rivelato «un grande acceleratore». Il teatro resta il centro, ma intorno a quel centro si allarga il campo d’azione.

Oggi questa complessità è molto concreta. Mana Chuma è riconosciuta dal Ministero della Cultura e dalla Regione Calabria, realizza ogni anno oltre cento recite in più di sessanta Comuni, produce EPIC – Esperienze Performative di Impegno Civile – e lavora con musei, università, scuole, reti nazionali e internazionali. I suoi progetti attraversano la memoria, la legalità, il patrimonio culturale e paesaggistico, il teatro civile, le periferie urbane, le aree interne e il Mediterraneo. È questo il punto che sposta il racconto dai trent’anni come anniversario ai trent’anni come capacità di azione nel presente.

I segni e un altro inizio

Durante l’intervista affiora un altro piano del racconto. Salvatore Arena lo chiama «i segni». Il primo ha una data che non ha bisogno di spiegazioni: 11 settembre 2001. «Sai che giorno abbiamo cominciato il primo lavoro insieme io, Luigi e Massimo?». Stavano partendo per rifare il viaggio di “Conversazione in Sicilia”, dentro “Il mondo offeso”. Attraversano la Sicilia, poi tornano indietro, arriva una telefonata, si accende la radio e il mondo cambia faccia  proprio mentre quel nucleo artistico comincia a lavorare insieme per la prima volta.

Luigi Polimeni di Mana Chuma Teatro durante una performance sonora
Luigi Polimeni, compositore e sound designer di Mana Chuma Teatro, durante una performance sonora. Foto di Marco Costantino

L’altro segno arriva da Capo Peloro. Spiaggia, prove, mare come fondale naturale, sabbia come parte della scena. A un certo punto Salvatore perde una medaglietta a cui teneva molto. Durante una pausa, Massimo si mette a scavare quasi distrattamente nella sabbia e la ritrova. Un anno dopo tornano lì e scoprono che sotto quel punto c’era una bomba della Seconda guerra mondiale rimasta sepolta nella sabbia. La scena parla da sola: il lavoro artistico, il paesaggio e la storia che continuano a incrociarsi, anche quando nessuno li ha convocati.

Forse è anche per questo che Mana Chuma, arrivata ai trent’anni, non sceglie il tono della retrospettiva. «Trenta primi anni», diceva Arena all’inizio. Oggi quella apertura ha anche un volto concreto: una nuova fase di radicamento territoriale, uno spazio stabile da costruire e una presenza che prova a rendersi più visibile nella città da cui tutto è partito.Ma la soglia non riguarda solo un luogo fisico. Riguarda una realtà collettiva che, attorno al teatro, ha costruito festival, relazioni, reti, percorsi educativi, pratiche di memoria e processi territoriali. Non un punto di arrivo, dunque, ma un altro inizio: per Mana Chuma e per le comunità con cui continua a costruire presenza.