13 Aprile 2026 | Tempo lettura: 8 minuti
Ispirazioni / World in progress

Maria Beatrice Alonzi: “La paura non è debolezza, ma una lezione preziosa”

Maria Beatrice Alonzi parla del suo ultimo libro, che insegna a noi e alla nostra società a non trattare questa emozione come un nemico da abbattere, bensì come un segnale da ascoltare.

Autore: Fabrizio Corgnati
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“L’unica cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa”. Questa celeberrima frase la pronunciò Franklin Delano Roosevelt in persona il 4 marzo 1933, durante il suo discorso inaugurale da trentaduesimo presidente degli Stati Uniti. Oggi, quasi un secolo dopo, mi sorge il dubbio che quell’esortazione l’abbiamo presa fin troppo alla lettera. In una società come la nostra, che pare ossessionata più dall’eliminazione dei malesseri che dalla promozione del benessere, le emozioni spiacevoli sono diventate più «un problema da risolvere», che «un’informazione da ascoltare».

La paura più ancora di tutte le altre: «Viene letta come segnale di inadeguatezza, come se provarla significasse non essere abbastanza forti, abbastanza preparati, abbastanza capaci». Eppure «la paura è un’emozione primaria: nasce con noi come specie, arriva prestissimo, e la sua funzione è ancestrale. Non è un difetto del carattere, non è un segnale di fragilità: è il sistema di allerta più antico che abbiamo, raffinatosi in 300.000 anni di storia dell’Homo sapiens. Senza la paura saremmo estinti. Pensare che sia qualcosa da eliminare sarebbe come decidere che la fame sia un inconveniente: è un segnale biologico preciso, e ignorarlo ha conseguenze».

Queste parole non sono di Roosevelt, bensì di Maria Beatrice Alonzi, scrittrice, esperta di etica della comunicazione e autrice di un recente saggio che si intitola appunto Hai ancora paura, appena uscito per Sperling & Kupfer. A lei, che al tema si è dedicata gettando uno sguardo informato e tutt’altro che superficiale, ho chiesto come si può imparare a trasformare la paura da nemico da temere ad alleato con cui fare pace.

Maria Beatrice Alonzi
Maria Beatrice Alonzi

«Le emozioni primarie non si imparano: ci sono già», esordisce. «Ma la capacità di starci dentro, di tollerarle senza negarle o esserne sopraffatti, ovvero la regolazione emotiva, quella si impara (o non si impara) nella relazione con i propri caregiver. Un bambino a cui viene comunicato, verbalmente o no, che la paura è inaccettabile, che piangere è debolezza, che “i grandi non hanno paura”, non impara a gestire la paura: impara a nasconderla. Prima agli altri, poi a sé stesso».

E secondo Maria Beatrice Alonzi quello che si nasconde non sparisce ma «si sposta. Diventa ansia diffusa, controllo, ossessione e compulsione, bisogno di certezze assolute, slegate dal tempo e dal momento. Finché la cultura continuerà a premiare chi “non si fa condizionare”, chi “va avanti comunque”, chi trasforma la negazione in virtù, continueremo a produrre persone molto brave a sembrare coraggiose, ma molto sole».

Smettere di fare la guerra alla paura o di celarla sotto al tappeto – come se in questo modo potessimo farla sparire davvero – e iniziare ad ascoltarla può essere dunque un ottimo primo passo. Anche perché, se cominciamo a prestare orecchio a questa emozione, magari scopriamo che ha qualcosa di interessante e utile da dirci, ossia «che c’è qualcosa di importante in gioco. Che vale la pena fermarsi. Che non tutto si risolve al meglio in termini di urgenza. In questo senso è profondamente in controtendenza rispetto al ritmo contemporaneo, che premia la reattività, la velocità di risposta, la capacità di non fermarsi mai, a prescindere dal risultato ottenuto e dallo stato di benessere della persona che compie le scelte».

Ma c’è una seconda lezione, più profonda e più scomoda: «Molte delle cose che temiamo non esistono nel presente. Esistono nella memoria. Sono echi di pericoli passati che il sistema interiore non ha ancora archiviato, proiettati su situazioni nuove che non li meritano. Imparare a distinguere la paura che segnala qualcosa di reale dalla paura che sta rispondendo a qualcosa di antico è forse il lavoro più importante che un essere umano possa fare su sé stesso. Non una volta, non in modo definitivo: ogni giorno, con pazienza, con la disponibilità a guardare la propria storia senza distogliere lo sguardo».

Maria Beatrice Alonzi
Maria Beatrice Alonzi

Qualche millennio prima di Roosevelt, un certo Aristotele fu il primo a mettere in chiaro che chi non ha paura non è coraggioso, è incosciente. Il coraggio non coincide con l’assenza di timori, bensì con la capacità di affrontarli, di agire tenendone conto, addirittura facendone tesoro. «E questa capacità si allena», prosegue Maria Beatrice. «Non con atti eroici, non con salti nel vuoto: con prove piccole e ripetute che aggiornano quello che il sistema interiore sa fare».

«Ogni volta che si sente la paura, la stretta allo stomaco, il respiro che si accorcia, le mani che sudano e si fa comunque la cosa che la paura diceva di evitare e si sopravvive si sta costruendo una prova. Si sta dicendo al proprio sistema: “Guarda, l’esito può essere diverso”. E quella prova, accumulata nel tempo, è quello che cambia la calibrazione del sistema dall’interno. Il coraggio quotidiano non ha niente di spettacolare. È dire no quando ogni istinto urla di dire sì per non deludere. È fermarsi prima di rispondere per chiedersi cosa si vuole davvero. È nominare un’emozione difficile invece di agire immediatamente su di essa o contro di essa».

Eccolo qui, l’equivoco più grande che sta sotto al rapporto conflittuale della nostra società con la paura: ci siamo tutti quanti illusi di poterci costruire una vita sicura, garantita, al riparo da qualunque imprevisto. Così, quando invariabilmente la realtà torna a bussare alle nostre porte, il brusco risveglio da quell’ingenuo sogno di stabilità assoluta ci manda nel panico. A forza di pretendere che il mare sia sempre calmo e piatto, quando arriva la prima onda finiamo sommersi, perché non ci siamo mai allenati a surfarci sopra. «La sicurezza non è l’assenza di pericolo – concorda Maria Beatrice – ma la capacità di stare con l’incertezza senza che ci distrugga».

Il coraggio non coincide con l’assenza di timori, bensì con la capacità di affrontarli

Secondo lei, questa è la lezione più controcorrente che esista in un’epoca ossessionata dal controllo, dalla prevedibilità, dall’ottimizzazione di ogni variabile. «Viviamo in una cultura che promette attraverso le tecnologie, i mercati, le narrazioni politiche, che il rischio si possa azzerare, che l’ignoto si debba eliminare, che con gli strumenti giusti si sappia sempre cosa aspettarsi. È una promessa falsa e lo sa chiunque abbia attraversato un lutto, una malattia, una perdita improvvisa. La vita non è ottimizzabile. E costruire la propria stabilità sull’illusione che lo sia, significa vivere in uno stato di allerta permanente, perché ogni imprevisto diventa una catastrofe invece che una parte normale dell’esistenza».

La nostra chiacchierata si sta lentamente allontanando dalla dimensione individuale per passare a quella collettiva. Dove troviamo ancora più carne da mettere al fuoco: d’altra parte, tra pandemie, crisi economiche e guerre, non si può dire che all’umanità contemporanea manchino i fondati motivi per avere paura. Il problema nasce quando, così come i suoi singoli membri, anche la società nel suo complesso non ha imparato a elaborarla.

«Una comunità che ha paura e non ha strumenti per elaborarla cerca tre cose: un nemico identificabile, una certezza assoluta e un leader che prometta di restituire il controllo. Questo perché il sistema interiore individuale e collettivo di fronte a una minaccia percepita ha bisogno di un’azione. E se l’azione costruttiva non è disponibile, quella distruttiva è sempre a portata di mano. I social, i media, i sistemi politici che si nutrono di emergenza permanente hanno interesse a tenere la paura attivata, non a trasformarla in consapevolezza. Una paura cronica produce consumatori e votanti reattivi. Una paura elaborata invece produce cittadini che pensano».

Come si immagina una società del genere Maria Beatrice? «Una società che dialoga con la paura è prima di tutto una società che investe sull’educazione emotiva dalla primissima infanzia. Non come materia aggiuntiva, non come laboratorio del benessere il giovedì pomeriggio: come fondamento. Perché la capacità di riconoscere le proprie emozioni, di nominarle, di starci dentro senza esserne sopraffatti o senza agire impulsivamente su di esse, non è una competenza soft. È la competenza che determina la qualità di tutto il resto: delle relazioni, delle scelte, della partecipazione civica, della capacità di stare nel cambiamento senza cercare un capro espiatorio».

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Ma secondo Maria Beatrice Alonzi, «una società che dialoga con la paura è anche una società che ha smesso di premiare la negazione. Che non considera la vulnerabilità una debolezza da nascondere ma un’informazione da elaborare. Che non chiede ai propri membri di essere sempre produttivi, sempre ottimisti, sempre pronti: che lascia spazio al tempo necessario per attraversare le cose difficili invece di aggirarle».

Potrà sembrarvi ardua da immaginare, una società così, ma se leggete questa rubrica da abbastanza tempo, avrete ormai imparato a leggere i segnali di un cambiamento già in atto intorno a noi e forse anche dentro di noi. Segnali magari sottili, discontinui, graduali, a macchia di leopardo, poco raccontati, ma estremamente reali e concreti. Ad esempio «la crescente attenzione alla salute mentale, la generazione più giovane che parla di emozioni con una naturalezza che le generazioni precedenti non avevano, la ricerca in neuroscienze che sta rendendo sempre più comprensibile, e quindi accessibile, quello che succede dentro di noi quando abbiamo paura. Sono semi. Piccoli, lenti, non lineari».

Ma la direzione esiste: «La saggezza collettiva che immagino non è una società senza paura, sarebbe una società senza sistema nervoso, incapace di sopravvivere. È una società in cui invece la paura viene letta come segnale invece che vissuta come vergogna. In cui chiedere aiuto è un atto ordinario invece che un’ammissione di fallimento. In cui la psicoterapia ha lo stesso statuto sociale della fisioterapia e la stessa validità percepita dell’otorino: non si va dallo psicoterapeuta perché si è rotti, si va perché si ha un corpo emotivo che a volte ha bisogno di cure specializzate, esattamente come si va dall’ortopedico quando fa male un ginocchio. Quella normalizzazione, più di qualsiasi altra cosa, cambierebbe tutto».