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6 Nov 2020

Fridays For Future: conosciamo davvero i ragazzi che vogliono salvare il mondo?

Nella puntata di AtuXtu di mercoledì 28 ottobre, il nostro Paolo Cignini ha dialogato con Ezio Maisto, collaboratore di Italia che Cambia e regista, autore di “Ragazzi irresponsabili” (di cui Italia Che Cambia è co-produttore), il docufilm che racconta da vicino le vite dei giovani attivisti di Fridays For Future. Le storie, i retroscena, i lati controversi e le grandi speranze dei protagonisti del movimento – con lo “spettro” del covid-19 a fare da sfondo al racconto – riassunti in questa intervista.

Parlando delle migliaia di giovani che da quasi due anni riempiono periodicamente le piazze italiane per portare alla ribalta la questione climatica, una fetta consistente dell’opinione pubblica non ha risparmiato al movimento Fridays For Future appellativi tanto duri quanto superficiali: burattini, inconsapevoli, incoerenti, opportunisti.

Eppure pochissimi si sono presi la briga di conoscerli meglio, capire le motivazioni che stanno alla base del loro attivismo, analizzare i contesti familiari, scolastici e sociali da cui provengono. Adesso è il momento di farlo e per assolvere questo doveroso compito possiamo contare sull’ottimo lavoro del nostro amico e collaboratore Ezio Maisto, regista, che per diversi mesi ha viaggiato l’Italia affiancando i ragazzi e le ragazze nelle loro attività quotidiane e nei loro impegni di attivisti per il clima.

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Quando hai deciso di realizzare questo film e perché?

È stata una decisione naturale: a dicembre 2018 dovevo scrivere un articolo su Aran, un ragazzino che aveva salvato il torrente Alberone dalla costruzione di una centrale idroelettrica e quando l’ho sentito ho scoperto che era fra gli attivisti che scioperavano ogni venerdì ispirati da Greta Thunberg, che allora non era ancora famosa. Quando sentii che Aran era in contatto con lei decisi che quella era una storia che poteva essere raccontata: come i ragazzi si stavano organizzando per aderire a questa protesta. Ho cominciato a sentire lui e altri attivisti e mi ha colpito il fatto che questi ragazzi somigliano a me quando ero ragazzino: hanno sensibilità sul nostro stile di vita e sul suo impatto sull’ambiente e per me è stato naturale provare a descrivere come e perché questi ragazzi riescono a fare rete fra loro senza neanche conoscersi e cercare di incidere sulle scelte che li riguarderanno. Ho sentito quasi il bisogno di sentirmi in mezzo a loro.

Quali storie hai visto e come le hai vissute dal punto di vista personale?

Mi ha colpito la maniera diversa di incidere rispetto al loro ambiente. Qualcuno è stato in grado di attivarsi perché la famiglia gli ha passato una sensibilità ambientale, ma altri si sono assunti la responsabilità quasi come forma di protesta rispetto all’atteggiamento sordo delle famiglie, mentre altri ancora si sono attivati grazie all’impatto e all’ispirazione di Greta e sono stati loro stessi a influenzare le loro famiglie. Ma il movimento non è formato solo da studenti, ci sono anche adulti e altre ramificazioni come Teachers For Future e Parents For Future e questa unione di intenti fra ragazzi e adulti mi è parsa molto innovativa. Ai tempi del primo sciopero globale anche l’impatto mediatico è stato elevatissimo, mentre oggi la loro azione passa inosservata non perché le emergenze che i ragazzi affrontano siano meno urgenti, ma perché ne stiamo vivendo un’altra di emergenza, che probabilmente è legata essa stessa alla crisi ecologica. Il covid è una conseguenza del nostro modo di vivere sul pianeta e chi nega questo perde la possibilità di dire “guardate cosa è avvenuto oggi e pensate cosa potrebbe avvenire in futuro se non cambiamo registro”.

A proposito, come il covid ha influenzato il tuo lavoro?

Ha cambiato decisamente il film, che all’inizio doveva riguardare esclusivamente i ragazzi ed essere incentrato su di loro. Ho finito le riprese a fine 2019, prima dell’arrivo del covid, e quando l’epidemia è giunta in Italia è stata dura pensare di non inserirlo, perché nel film si parla di cambiamenti climatici, ma come parte di una più ampia crisi ecologica. Io sono entrato in campo e ho fatto riprese aggiuntive che raccontano la mia quarantena proprio per raccontare questa cosa. Il motivo per cui l’emergenza climatica non è considerata una vera emergenza è perché non viene percepita come un pericolo imminente; il film infatti è stato rimontato completamente e l’incipit verte proprio su questa dispercezione: nei primi minuti metto a confronto due storie, due emergenze, una più urgente e una meno, è ovvio che la prima interessa di più, ma la seconda è un’emergenza da cui nessuno uscirà illeso al contrario della prima.

Sono vere le voci che tacciano di inconcludenza il movimento?

Io vorrei essere obiettivo: non è che tutte le persone che sono scese in piazza sono mobilitate allo stesso modo. Ci sono studenti che sfruttano la possibilità di protestare, di far sentire la propria voce ed essere al centro dell’attenzione, e ce ne sono altri che di questa mobilitazione hanno fatto una vera e propria ragione di vita. Ma il punto non è se tutti sono mobilitati allo stesso modo, quanto piuttosto se grazie a questa mobilitazione anche altre persone prenderanno coscienza del problema e cominceranno ad attivarsi. A volte ci dimentichiamo del grande potere che abbiamo di determinare gli equilibri del mercato e della politica. Questo potere è in qualche modo rallentato dal fatto che non facciamo abbastanza rete e quindi dobbiamo collegarci, condividere le nostre esperienze. Dobbiamo tornare massa critica, fare rete e fare in modo che il gesto di uno ne ispiri un altro e poi un altro ancora, come un virus da diffondere.

Anche nel film viene ripresa l’analisi sulle piccole azioni quotidiane: sono importanti ma potrebbero non bastare. Viene ricercata molto l’identità fra piccolo e grande, di quanto tutto sia interconnesso. Tu che emozioni hai provato stando a contatto con loro?

Vedere che dei ragazzi nel pieno del loro vigore decidono di rinunciare a qualcosa per motivi così grandi è davvero confortante, mi ha emozionato moltissimo e mi ha fatto tornare indietro a quando io avrei voluto fare queste cose, ma vent’anni fa questi erano temi su cui non ci si riusciva a confrontare. Spero che non si facciano prendere dallo sconforto se non avranno dei riscontri immediati o se qualcuno lascerà l’attivismo nel movimento per mettersi a fare altro – cosa già successa qualche mese dopo le riprese ad alcuni dei miei protagonisti – perché al loro posto ne arriveranno altri e alla lunga i loro sforzi non saranno vani.

Un’altra critica è quella che sostiene che questi ragazzi, a partire da Greta, siano manipolati. Tu come li hai visti?

Io l’ho chiesto direttamente a loro nel film e mi hanno risposto in maniera diversa. Quella che mi è piaciuta di più è stata la risposta di Sarah, che è un’adulta, che ha detto: “Greta non ha alcuna possibilità di controllare i ragazzi perché lei ha solo lanciato un hashtag”. In effetti lei non ha fondato un movimento, non ricopre nessuna carica, quindi se anche fosse pilotata non avrebbe nessuna capacità di influenzare i ragazzi, non è direttamente collegata a loro, sono totalmente autonomi e dislocati, non c’è un’organizzazione centrale. Esiste infatti un dibattito interno molto forte per trovare la loro identità. Piuttosto sono preoccupato dal fatto che un eccesso di azioni “forti” – sullo stile di Extinction Rebellion o di Greenpeace – possano essere controproducenti, perché potrebbero sembrare opera di una frangia radicale, mentre la forza del movimento è il fatto di poter parlare a tutti, dai bambini agli anziani. Io li invito a ragionare per individuare il modo migliore per diffondere il messaggio a tutti, in maniera trasversale.

Sei ancora in contatto con loro? Come stanno vivendo questo periodo?

Sono ancora in contatto con alcuni di loro e sono sempre aggiornato sulle loro attività tramite i loro canali (potete farlo anche voi seguendoli sulla loro pagina Facebook o sul loro sito web, o anche iscrivendovi alla loro newsletter). Il coronavirus non ha indebolito questo movimento, semmai ha rafforzato la necessità che questo movimento esista e faccia sentire la propria voce. Sono tanti i modi in cui si può attuare la rivoluzione che i Fridays For Future ci stanno chiedendo e uno di essi è sicuramente quello delle scelte personali: dobbiamo cambiare noi stessi perché cambi tutto attorno a noi, ma per farlo dobbiamo considerare questo cambiamento come una priorità. All’interno del movimento stesso ho notato che quelli interessati alle grandi azioni sono meno sensibili ai cambiamenti individuali perché sono focalizzati sul macro: la legge che deve cambiare, la lotta alle multinazionali e così via. Altri, pur consapevoli di questa necessità, hanno un focus molto forte sui piccoli cambiamenti, che portano alla diffusione del cambiamento nella società civile, che porta poi a sua volta ad avere i numeri per portare avanti anche le grandi azioni.

Io ho cercato dei protagonisti, non volevo far vedere solo le manifestazioni, volevo raccontare le storie dei ragazzi, le motivazioni che li hanno spinti, volevo conoscere le loro famiglie. Ne ho cercati alcuni la cui azione ha costretto anche le loro famiglie a cambiare qualcosa, altri con famiglie più scettiche, poi altri ancora che agissero in piccole città di provincia meno permeabili a certi argomenti, ma anche adulti che hanno seguito fin dall’inizio la protesta guadagnandosi la fiducia dei ragazzi. Ho cercato di rappresentare il movimento in maniera eterogenea e ho girato l’Italia in lungo e in largo per seguirli, partecipare alle manifestazioni, vederli confrontarsi con amici e familiari, capire come si organizzano i vari gruppi.

Come ha reagito il pubblico alle prime presentazioni al Giffoni e a Cinemambiente?

È stato molto bello perché ci sono stati dibattiti con i ragazzi che erano in sala, c’era molta curiosità rispetto al futuro, su come il movimento si muoverà. La gente era interessata anche ai singoli dettagli della loro vita di attivisti e questo mi fa credere che le persone sappiano che non è difficile mobilitarsi, che tutti siano tentati ogni giorno di fare qualcosa in più. Questi ragazzi mi hanno convinto che c’è la possibilità che i giovani girino la fotocamera del cellulare dalla loro faccia al mondo esterno e che la fotografia che scatteranno, che non sarà molto bella, vorranno migliorarla nel futuro. Si può fare tutto, non c’è bisogno di uno status affermato e dello stipendio fisso, lo puoi fare anche da studente. E può essere anche uno stimolo a vivere la nostra vita di adulti in modo più attivo e creativo, riavvicinandosi ai giovani che siamo stati.

Cliccate qui per ascoltare l’intervista integrale.

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