Il ruolo del petrolio nell’attacco di Usa-Israele all’Iran, fra rischi ambientali e miti geopolitici
Cresce il rischio di danni ambientali e l’instabilità potrebbe rafforzare nel breve la dipendenza dai fossili. Ma dal punto di vista geopolitico il petrolio ha un ruolo marginale.
Stamattina un’operazione militare congiunta di Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha alzato il livello di allerta in Medio Oriente. L’operazione fa seguito al fallimento dei negoziati sul nucleare iraniano, ma secondo alcuni analisti sarebbe stata pianificata da settimana, con i negoziati che potrebbero essere stati una copertura per aumentare l’effetto sorpresa. L’operazione sembrerebbe indirizzata a rovesciare il regime iraniano.
L’operazione sta già avendo importanti effetti sul mercato del petrolio e a cascata potrebbe averne sul clima e l’ambiente. Sul petrolio l’effetto immediato è stato un rialzo legato al premio geopolitico: significa che gli operatori temono interruzioni delle forniture o della navigazione, o un vero e proprio shock petrolifero, e quindi aggiungono una maggiorazione al prezzo del greggio.
Il timore degli operatori è che la crisi possa toccare il traffico marittimo o le infrastrutture. A quel punto però il rischio non sarebbe più solo economico: aumenterebbe anche la probabilità di incidenti in mare (collisioni, incendi, sversamenti) e, in caso di attacchi o mine, di danni diretti all’ecosistema costiero del Golfo. Durante la Guerra del Golfo del 1991, diversi azioni belliche e sabotaggi causarono vasti sversamenti e incendi con impatti ambientali ben documentati. Solo come sversamenti, il danno è stimato fra i 6 e i 10 milioni di barili sversati in mare, con gigantesche contaminazione di tratti costieri.
Nel caso dell’attacco di questa mattina, la vulnerabilità più citata è lo Stretto di Hormuz, dove nel 2024 sono transitati in media 20 milioni di barili al giorno, circa il 20% dei consumi globali di “petroleum liquids”, secondo l’EIA statunitense.
Le conseguenze ambientali di questa situazione sono principalmente due. La prima è legata a singoli eventi distruttivi: più rischio e militarizzazione delle rotte significa più probabilità di eventi ad alto impatto, come sversamenti e incendi, soprattutto in un’area semi-chiusa e fragile come il Golfo, dove gli effetti possono persistere su coste, mangrovie e fauna marina (come mostrano analisi retrospettive sulle guerre del Golfo).
La seconda è strutturale: prezzi più alti e incertezza tendono a rafforzare la dipendenza da combustibili fossili, spingendo investimenti su estrazione e infrastrutture e rendendo più difficile, nel breve, ridurre consumi ed emissioni; inoltre eventuali deviazioni delle rotte allungano i viaggi, aumentando emissioni del trasporto marittimo e inquinanti locali.
Il medio oriente si conferma un luogo cruciale per le sorti geopolitiche e ambientali delle società umane. In questo schema il ruolo del petrolio è ambivalente. Se dal punto di vista ambientale esso gioca ancora un ruolo cruciale, da quello geopolitico molto meno.
Come spiegava a Italia che Cambia l’analista Adam Hanieh, l’obiettivo di USA e Israele non è “prendersi” il petrolio del Golfo, ma mantenere un primato geopolitico nella regione: alleanze militari con le monarchie del Golfo, sicurezza delle rotte e capacità di influenzare gli equilibri economici globali. Israele, in questa lettura, è un perno per garantire superiorità regionale e contenere forze non allineate, oltre a sostenere l’assetto politico che mantiene la sottomissione dei palestinesi.
In questa lettura il Medio Oriente resta centrale non perché gli Usa ne dipendano direttamente (oggi producono moltissimo petrolio), ma perché controllare quell’area significa incidere su prezzi globali, flussi energetici e finanza internazionale. Per Hanieh, questo diventa ancora più importante con l’ascesa della Cina, più dipendente dal petrolio mediorientale: gli Usa avrebbero interesse a preservare leva e influenza nel caso di future crisi o sanzioni.






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