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10:14 29 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 3 minuti

Bandiera palestinese sul palco: la band si rifiuta di suonare e il locale annulla il concerto (pagando comunque i musicisti)

Al TPO, storico spazio popolare culturale di Bologna, la band americana degli Earth ha detto che non avrebbe suonato se non fosse stata rimossa la bandiera palestinese dal palco, ma gli organizzatori non l’hanno accontentata.

Autore: Redazione
bandiera palestinese
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“Entrare al TPO è un gesto politico”, hanno ribadito gli attivisti e le attiviste dello spazio bolognese che da anni organizza eventi musicali, culturali e sociali dal basso. L’occasione è un concerto degli Earth, band metal di Seattle capitanata da Dylan Carlson, amico intimo di Kurt Cobain. Martedì 27 gennaio gli Earth avrebbero dovuto salire sul palco del TPO – per un evento organizzato da Hardstaff Booking e dal Freakout Club –, cosa che non è mai successa a causa di una bandiera palestinese che da anni campeggia alle spalle di ogni band che suona nel locale.

Secondo la ricostruzione, Carlson avrebbe imposto allo staff del TPO di rimuovere la bandiera palestinese, diversamente gli Earth non avrebbero suonato. Dopo circa tre quarti d’ora di discussioni – il concerto sarebbe dovuto iniziare alle 21:30 – un’attivista si è presentata sul palco spiegando al pubblico – parte del quale proveniva anche da fuori città – che il TPO aveva deciso di non togliere la bandiera e quindi di annullare il concerto, pagando però il cachet della band e rimborsando tutte le persone che avevano acquistati i biglietti.

Il frontman degli Earth – che il giorno successivo si sono regolarmente esibiti al Circolo Magnolia di Milano – ha giustificato il suo atteggiamento sostenendo che “il TPO ha anteposto la politica alla musica” e scusandosi con i fan che non hanno potuto assistere al concerto. La risposta dello spazio bolognese è quella citata in apertura: “Entrare al TPO è un gesto politico”.

Da anni infatti il TPO è un luogo di lotte e attivismo. Nei giorni scorsi lo spazio ha ospitato l’assemblea del progetto O re o libertà, “una nuova alleanza ribelle contro i re del mondo, dai padroni dell’AI, ai signori degli Stati-nazione”, in occasione della quale è partita una carovana popolare alla volta del Rojava per portare solidarietà e aiuti alle popolazioni in guerra. Sempre in settimana le attiviste e gli attivisti del centro hanno partecipato, insieme ad altre sigle, al presidio per ostacolare la sfratto di una donna in crisi abitativa a causa di una grave cardiopatia che le impedisce di lavorare.

Il TPO si è assunto tutte le responsabilità e gli oneri – anche economici – della decisione di non rimuovere la bandiera palestinese, che è costata circa 5000 euro di spese vive della serata. La comunità si è subito attivata: è stato lanciato un crowdfunding che in un giorno ha già raccolto più di 2500 euro. “Da oltre due anni siamo in piazza contro il genocidio del popolo palestinese, nelle manifestazioni, nelle assemblee e nelle mobilitazioni pubbliche”, scrivono dallo spazio bolognese per spiegare perché è importante contribuire alla raccolta fondi.

“Al TPO le scelte simboliche e politiche nascono dalla sua comunità e dalla sua storia. Difendere queste scelte significa difendere il senso stesso di questo spazio. Nelle piazze come nel nostro spazio, però, sappiamo che ogni gesto di rottura ha un costo: può essere penale, come le denunce che stanno ricevendo moltə di noi quando eravamo in migliaia per le strade contro il genocidio, ma può essere anche economico, come i 5000 € che dovremo sostenere per le spese della serata”.

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Clicca qui per ascoltare il podcast Come aiutare la Palestina, fra microcredito e disinvestimento, realizzato da Italia Che Cambia e Banca Etica.

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