Tutto quello che non ha funzionato nella gestione del ciclone Harry in Sicilia, Calabria e Sardegna
E cosa possiamo fare di diverso. Allerta ed evacuazioni hanno limitato le vittime, ma Harry ha esposto fragilità note: coste urbanizzate, infrastrutture vulnerabili, blackout.
Negli ultimi giorni il ciclone extratropicale Harry ha colpito duramente Sicilia, Calabria e Sardegna con piogge molto intense, mareggiate e vento forte. Secondo analisi diffuse dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), tra il 18 e il 21 gennaio si sono registrati fino a 570 mm di pioggia nelle aree più colpite, onde fino a 9,7 metri e raffiche oltre 100 km/h. La gestione dell’emergenza ha evitato il peggio sul piano delle vittime, ma l’evento ha messo in luce una serie di criticità strutturali.
Il ciclone ha messo in mostra, innanzitutto, la vulnerabilità di infrastrutture e servizi essenziali. I danni pesanti lungo le coste e alle opere portuali, come il porto di Riposto, un numero elevato di interventi dei vigili del fuoco (2.800 in cinque giorni tra le tre regioni, con il carico maggiore in Sicilia), così come un numero ancora imprecisato di famiglie rimaste senza energia elettrica, con situazioni critiche in alcuni comuni costieri, mostrano la fragilità di un sistema impreparato ad affrontare eventi del genere, che la crisi climatica sta rendendo sempre più frequenti e intensi.
Il Consiglio nazionale degli agronomi e forestali (CONAF) ha riconosciuto l’efficacia dell’allerta, ma ha sottolineato che si fa ancora poco per rendere ordinari gli interventi di manutenzione del territorio e di riduzione del rischio, citando la mancanza di rapidità decisionale come freno principale.
Questa vulnerabilità delle infrastrutture chiave si inserisce in quadri strutturalmente problematici, che riguardano la pressione sulle aree costiere e la qualità della pianificazione. ISPRA stima che nel 2024, in Italia, il consumo di suolo entro i primi 300 metri dalla costa sia di circa il 22,9%: oltre tre volte la media nazionale. E diverse regioni, tra cui Calabria e Sicilia, presentano valori intorno o oltre il 30%; significa che circa un terzo delle coste di queste regioni è cementificato.
Il rapporto “Paesaggi sommersi” ricorda inoltre che nella fascia costiera il consumo di suolo è cresciuto di oltre 1.600 ettari dal 2006 al 2021, mentre la popolazione residente entro i 300 metri dal mare è diminuita nel lungo periodo: un segnale di trasformazioni legate anche a turistificazione e seconde case, non a bisogni abitativi primari.
Oltre ai limiti infrastrutturali, emergenze come questa fanno venire a galla le difficoltà culturali tipiche delle popolazioni – come la nostra – cresciute con un clima mediterraneo, più stabile di quello attuale, che si trovano a fare i conti con fenomeni che non comprendono del tutto. Queste difficoltà si esprimono nella distanza tra previsioni e comportamenti.
Le evacuazioni e le chiusure preventive in tutte e tre le regioni hanno avuto un ruolo decisivo, ma non sono bastate a garantire un’adesione uniforme alle indicazioni. In Sardegna e Calabria si segnalano feriti lievi mentre nel Messinese vi è un episodio emblematico: un anziano è finito con l’auto in una voragine sul lungomare di Santa Teresa di Riva dopo aver ignorato un divieto di accesso. I social e le cronache locali dei giorni precedenti alla tempesta sono piene di messaggi scettici nei confronti della chiusura e della prevenzione.
Adesso il rischio è passare dall’emergenza alla ricostruzione senza cambiare le condizioni di partenza che amplificano i danni. In Sicilia la prima stima diffusa dal presidente Schifani parla di circa 740 milioni di euro di danni (con valutazioni in aggiornamento), e anche le organizzazioni di categoria iniziano a distinguere tra danni diretti e perdite economiche legate alle interruzioni. Il presidente dell’Associazione balneare siciliana Antonio Firullo ha chiesto un ristoro urgente di «almeno 100 milioni di euro» alla Regione per ricostruire entro l’estate.
Tuttavia, investire questi soldi per ricostruire tutto come prima sarebbe insensato, e molte organizzazioni invitano ad iniziare a indirizzare i fondi delle ricostruzioni verso soluzioni di adattamento climatico.
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Ad esempio, come nota Alex Giusio sul manifesto, lidi e ristornati, esposti in prima linea alla violenza del mare, «non dovrebbero essere eretti in muratura ma in materiali leggeri da rimuovere d’inverno quando accadono questi fenomeni. L’imminente scadenza delle concessioni può essere l’occasione per far ridurre e abbattere gli edifici rigidi e imporre strutture amovibili» e «Il discorso riguarda anche le abitazioni sul mare, in molti casi abusive».
Inoltre è necessario rendere coerenti pianificazione e vincoli: in Italia esiste da decenni un vincolo paesaggistico automatico sui territori costieri entro 300 metri dalla battigia (Legge 431/1985, poi confluita nel Codice dei beni culturali). Eppure, i dati ISPRA mostrano che la fascia 0–300 metri resta la più artificializzata. Molti esperti chiedono meno deroghe e scelte urbanistiche che incorporino il rischio costiero come “dato di progetto”, non come eccezione.
Altro elemento importante è investire su soluzioni basate sulla natura e sulla manutenzione ordinaria e non solo su riparazioni post-evento. Linee guida e progetti (come LIFE) ricordano che dune e sistemi costieri sabbiosi sono una difesa naturale contro erosione e impatti delle mareggiate, se ripristinati e gestiti bene (accessi, vegetazione, ricostruzione morfologica).
Infine è necessario migliorare la comunicazione e la cultura del rischio. Su questo, corsi o libri come Attenti al Meteo aiutano le persone a farsi una cultura sul nuovo clima, a riconoscere i segnali di rischio e reagire tempestivamente. Insomma, anche i disastri possono diventare qualcosa da cui imparare, per costruire società sempre più resilienti ed ecologiche.





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