Crisi a Cop30: il testo finale cancella la roadmap di uscita dalle fonti fossili. Lula la rilancerà al G20
L’ultima bozza di accordo a Cop30 elimina ogni riferimento ai combustibili fossili e manda in crisi i negoziati. Trenta Paesi minacciano il veto, Lula porta il “roadmap” al G20. Il gioco si sposta su più tavoli.
Nella notte tra giovedì 20 e venerdì 21 novembre, quando la Cop30 di Belém sembrava avviarsi verso un compromesso al ribasso ma ancora accettabile, è arrivato il colpo di scena: l’ultima bozza di decisione sulla cosiddetta mutirão, la mobilitazione collettiva promessa dalla presidenza brasiliana, ha eliminato qualsiasi riferimento esplicito ai combustibili fossili. Un arretramento rispetto alle versioni precedenti e perfino rispetto al timidissimo “transitioning away from fossil fuels” adottato a Cop28, che ha subito scatenato proteste in plenaria e nei corridoi.
Almeno una trentina di Paesi – tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Belgio e Colombia – hanno inviato una lettera ufficiale alla presidenza brasiliana definendo “inaccettabile” un testo che non preveda una roadmap chiara, giusta e ordinata verso l’uscita dai fossili. Alcuni governi parlano apertamente di “linea rossa”: senza un riferimento credibile a una transizione equa, l’accordo di Belém rischia di perdere ogni credibilità politica, smentendo lo stesso mandato uscito da Dubai due anni fa.
La roadmap finita al centro dello scontro è una proposta avanzata dal Brasile per costruire un piano di abbandono dell’uso di petrolio, gas e carbone, con obiettivi temporali e tappe verificate, in coerenza con l’impegno al “transition away” dai combustibili fossili deciso nella COP28 di Dubai. Finora circa 80-82 governi hanno espresso sostegno alla roadmap, tra cui molti Stati europei e numerosi Paesi vulnerabili, ma insieme rappresentano soltanto circa il 7% della produzione fossile globale: un fronte ambizioso, ma ancora minoritario rispetto al peso delle grandi economie petrolifere.
Di fronte all’ipotesi che il riferimento alla roadmap sparisca del tutto dal testo di Cop30, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha scelto di rilanciare. Prima di lasciare Belém, ha promesso alle organizzazioni della società civile che porterà il piano al G20 di Johannesburg nei prossimi giorni, e non solo: secondo il Climate Observatory, Lula si sarebbe impegnato a “fare campagna dappertutto, nel G7 e nel G20” per la transizione dai fossili, descrivendo la crisi climatica come una “macchina che aggrava povertà e disuguaglianze”. È un modo per spostare il confronto su un tavolo – quello del G20 – dove siedono capi di Stato e di governo e non solo ministri, e quindi dove le decisioni politiche possono essere più dirette.
Il nodo, però, resta la resistenza dei grandi produttori di combustibili fossili. Russia, Cina, India e Sudafrica avrebbero già fatto sapere alla presidenza brasiliana che non accetteranno la roadmap nei testi di Cop30; anche il gruppo dei cosiddetti “like-minded developing countries”, che riunisce diversi Paesi produttori di carbone e petrolio, ha espresso forti perplessità. Dietro questa opposizione c’è la paura di vincoli troppo rigidi sul modello di sviluppo, ma anche il peso delle lobby dei combustibili fossili, molto presenti a Belém così come nelle capitali nazionali.
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