Crisi del petrolio e guerra all’Iran: “prepararsi tempestivamente” a uno scenario critico
L’attacco all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno innescato una crisi del petrolio che sta avendo e avrà nel prossimo futuro gravi effetti sulla vita della nostra società, ancora molto legata ai combustibili fossili.
L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele all’Iran ha causato un terremoto dal punto di vista geopolitico – qui trovate un’approfondita analisi della situazione attuale, delle sue cause e dei possibili scenari futuri – ma anche da quello energetico, con una crisi del petrolio imminente, che fa già sentire i suoi effetti. L’Iran infatti, come ritorsione per l’attacco subito, ha chiuso lo Stretto di Hormuz, una via d’acqua attraverso la quale transitavano più di venti milioni di barili al giorno, diretti principalmente in Asia ma anche in Europa.
Questo ha innescato un effetto domino che ha colpito molti ambiti, primo fra tutti quello negoziale fra le superpotenze globali: gli Stati Uniti pretendono la riapertura dello stretto per scongiurare una crisi del petrolio – richiesta abbastanza grottesca se pensiamo che il traffico di Hormuz è stato bloccato proprio a causa del loro attacco. La Cina si prepara ad approfittare della situazione appoggiandosi alle riserve interne – circa 1,3 miliardi di barili – e soprattutto a un mix energetico in cui il petrolio pesa solo per il 18% – per fare un paragone, il 37% consumi italiani è soddisfatto dal petrolio.
A proposito di Italia, il nostro Governo sinora ha reagito unicamente attuando pesanti tagli a settori già in ginocchio – come sanità e istruzione – per calmierare i prezzi dei carburanti per qualche settimana: il taglio delle accise che ha consentito di applicare uno “sconto” di 20 centesimi al litro durerà fino al 7 aprile. C’è però un settore che ha ricevuto benefici molto ridotti da questa misura ed è quello dell’agricoltura: il gasolio agricolo infatti è calato meno rispetto a quello per automobili, senza contare che il petrolio serve anche per produrre prodotti chimici ancora abbondantemente utilizzati nei campi italiani.
Anche a livello comunitario si sta preparando un veloce peggioramento: il commissario europeo all’Energia Dan Jorgensen ha invitato i paesi membri a “prepararsi tempestivamente” a uno scenario critico. L’invito è quello di ridurre i consumi energetici e mettere in conto razionamenti e temporanee interruzioni delle forniture. La Banca Centrale Europea ritiene possibile un aumento permanente dei prezzi carburanti del 14%, che a sua volta innescherebbe una recessione del PIL e l’aumento dell’inflazione di circa mezzo punto percentuale. Secondo lo scenario prospettato da JP Morgan, la crisi avrà effetto a partire dal 10 aprile.
Come detto, buona parte del traffico attraverso lo Stretto di Hormuz – circa l’80% – è destinato al mercato asiatico. Qui la crisi del petrolio è già arrivata e diversi Stati hanno dovuto attuare misure emergenziali. Per esempio lo Sri Lanka ha eliminato un giorno lavorativo e iniziato a razionare la benzina. Anche le Filippine hanno eliminato un giorno lavorativo nel pubblico e reso obbligatorio lo smart working un secondo giorno a settimana, riducendo al contempo il traffico aereo interno.
Non contribuiscono a stemperare il clima già tesissimo le predizioni del premio Nobel per l’economia Paul Krugman, che su Substrack ha scritto: “Chi paga i prezzi più alti del gasolio, del carburante per aerei, dei fertilizzanti e della plastica? La risposta è che questi si presentano inizialmente come costi per i produttori, ma saranno rapidamente trasferiti ai consumatori sotto forma di prezzi più alti per le spedizioni e, indirettamente, per quasi tutto ciò che si acquista”.
Secondo Krugman il greggio potrebbe raggiungere il prezzo di 372 dollari al barile – oggi è intorno ai 110 dollari – e questo, nonostante i proclami di segno opposto di Trump, si tradurrebbe in un aumento dei prezzi dei carburanti negli Stati Uniti. Il Presidente americano infatti fa leva sul fatto che la chiusura dello Stretto di Hormuz non è un problema per gli USA, dotati di ingenti riserve di petrolio, ma Krugman lo smentisce sostenendo che “per quanto Trump vorrebbe dichiarare vittoria e insistere sul fatto che il blocco sia un problema di altri paesi, la realtà non gli darà ragione“.
Il Presidente ha promesso la fine della guerra in due settimane, più o meno il tempo di cui, secondo gli analisti, gli effetti concreti della crisi del petrolio hanno bisogno per intaccare i portafogli degli americani. La riapertura a pieno regime dello Stretto di Hormuz è un passaggio cruciale e da questo punto di vista la politica militare americana rischia l’effetto boomerang. Cosa possiamo fare noi nel frattempo? Sicuramente prepararci – sia nel micro, quindi a livello di piccole scelte quotidiane, sia nel macro, a livello politico – a uno stile di vita meno legato ai combustibili fossili, ancora fondamentali per l’Italia a causa degli ostacoli politici ed economici che vengono posti al necessario e sempre più urgente processo di decarbonizzazione.





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