Crollo del ponte sul Trigno: perché le nostre infrastrutture non reggono alla crisi climatica?
Il cedimento del ponte sulla SS16 tra Abruzzo e Molise riapre una domanda che va oltre l’emergenza: quanto sono preparate le infrastrutture italiane a reggere eventi estremi?
Una parte del ponte sul fiume Trigno, lungo la Statale 16 Adriatica al confine tra Abruzzo e Molise, è crollata oggi, 2 aprile 2026, dopo ore di pioggia molto forte e con il corso d’acqua ingrossato dalla piena. Fortunatamente il traffico era già stato interrotto in via precauzionale. Le cause precise del crollo dovranno essere accertate dai controlli tecnici, ma l’episodio si inserisce in una giornata segnata da piogge abbondanti, criticità idrogeologiche e allerta rossa in diverse aree del Centro-Sud.
Per attribuire le cause del collasso serviranno verifiche tecniche sul ponte, sulle fondazioni, sull’erosione dell’alveo e sulle condizioni strutturali precedenti al cedimento. Tuttavia, è un fatto che oggi eventi meteo estremi sempre più frequenti per via della crisi climatica colpiscono infrastrutture spesso progettate per un clima diverso e inserite in territori resi più vulnerabili da urbanizzazione, erosione, mancata manutenzione e frammentazione delle competenze.
L’Agenzia europea dell’ambiente segnala che i rischi da alluvioni fluviali, piogge intense e altri estremi per le infrastrutture di trasporto terrestri sono già considerati particolarmente urgenti in Europa. In Italia, il problema è aggravato dal fatto che la rete è vasta, eterogenea e ancora poco monitorata. E che buona parte dell’infrastruttura viaria risale a oltre 50 anni fa.
Un documento del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (MIT) spiega che, ad esempio, la rete autostradale italiana attuale risale prevalentemente agli anni Sessanta e Settanta, e che solo il 10% è stato sviluppato negli ultimi 25 anni. Per la rete delle strade extraurbane di interesse nazionale il quadro è ancora più “maturo”: il MIT scrive che è stata realizzata, nella maggior parte, prima della rete autostradale, e che meno del 13% ha un’età inferiore ai 25 anni.
Se si considera che molti ponti sono realizzati in calcestruzzo armato e in calcestruzzo armato precompresso, materiali che rischiano un forte deterioramento dopo circa 50 anni, si capisce che il rischio a cui sono esposte le nostre infrastrutture è notevole, soprattutto in tempi di crisi climatica.
Nel caso dei ponti sui fiumi, poi, c’è poi una vulnerabilità specifica: lo scalzamento delle pile e delle spalle, cioè l’erosione del terreno attorno alle fondazioni causata dalla corrente e dalla piena. Le linee guida del MIT lo definiscono una delle più frequenti cause di dissesto e collasso dei ponti con pile o spalle in alveo non adeguatamente protette.
Crolli come quello del ponte sul Trigno dovrebbe dunque spingerci ad osservare non solo l’evento eccezionale e l’emergenza del momento, ma anche l’importanza dell’adattamento climatico: dalla manutenzione ordinaria, al monitoraggio continuo, dal rinforzo delle opere più esposte alla gestione dei corsi d’acqua, dal consumo di suolo alla revisione degli standard di progetto in un clima che cambia. In un Paese fragile come l’Italia, la sicurezza dipende anche dalla capacità di leggere insieme crisi climatica, manutenzione e territorio.





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