Buona festa del papà, ma….
Oggi, 19 marzo, è la festa del papà. Ma in Italia la paternità è un percorso a ostacoli, l’ultimo dei quali è la bocciatura del congedo parentale paritario.
Come da tradizione anche quest’anno di celebra la festa del papà. La scelta della data ha origini religiose: il 19 marzo infatti la Chiesa cattolica ricorda San Giuseppe, patrono di tutti i padri. Come per tutte le giornate dedicate, riflessioni e azioni sui temi che di volta in volta vengono celebrati – pensiamo alla giornata contro la violenza sulle donne oppure all’overshoot day – non possono ridursi a una sola occasione all’anno, ma l’eco mediatica di questi giorni consente di dare più forza e profondità a problemi e soluzioni.
Se infatti la festa del papà è generalmente considerata un evento familiare, da celebrare insieme ai propri figli e alle proprie figlie o con i propri padri, è anche il momento migliore per una cruciale e urgente riflessione sul ruolo della paternità in Italia. «Ho usato tutto il congedo parentale a mia disposizione e sono stato il primo padre nella mia azienda a usufruirne su circa 300 dipendenti. Ho dovuto sopportare episodi di mobbing e domande ironiche tipo “devi allattare?”», ci raccontava in un’intervista di qualche anno fa Marco Casalgrandi, fondatore delle Officine Recycle.
L’esperienza di Marco non è un unicum nell’Italia di oggi. Secondo un’analisi di Save The Children basata sui dati INPS, il 64% dei padri usufruisce del congedo di paternità, con variabili determinanti che sono la tipologia di impiego, la posizione lavorativa e soprattutto l’area geografica: solo il 19% degli utilizzatori del congedo risiede al Sud Italia. Sono numeri timidamente incoraggianti ma ancora troppo negativi per per uno strumento che, secondo Save The Children, è “fondamentale per il benessere dei bambini e dovrebbe avanzare verso una più equa ripartizione del lavoro di cura“.
In Italia il congedo di paternità obbligatorio è un periodo di astensione dal lavoro riconosciuto ai padri lavoratori della durata di 10 giorni, fruibili nell’arco temporale che va dai 2 mesi precedenti alla data presunta del parto ai 5 successivi ad esso, sia in caso di nascita che di morte perinatale del bambino. Il nostro paese è il fanalino di coda in Europa – a pari merito con altri 6 Paesi membri – con 10 giorni, il minimo individuato dalla direttiva UE Work-Life Balance 2019/1158. Un dato ben lontano da quelli di Stati come Olanda (42 giorni), Spagna (112 giorni) e la virtuosa Finlandia, prima con 160 giorni.
Queste riflessioni sono inevitabili oggi, in occasione della festa del papà, ma sono nell’aria da diverse settimane. A febbraio infatti la Commissione Bilancio della Camera ha bocciato la proposta di istituire il congedo parentale paritario ovvero l’estensione anche ai padri del congedo obbligatorio a 5 mesi retribuiti al 100% previsto per le madri. La proposta è stata respinta per questioni tecnico-economiche, segnatamente perché le fonti di finanziamento del budget richiesto – 3,7 miliardi nel primo decennio, che sarebbero dovuti salire poi a 4,5 nel 2035 – erano troppo vaghe per essere sostenibili.
Il tema del congedo parentale è strettamente legato a quello del divario di genere nel mondo lavorativo e non. Nel contesto culturale italiano è ancora ben radicata l’immagine della donna relegata in casa e deputata alla cura dei figli e dell’uomo dedicato alla carriera. «Quello che è necessario apportare è un cambiamento culturale che vada nella direzione di una revisione degli stereotipi di genere in grado di sovvertire l’immaginario tradizionale che vede inevitabilmente il femminile legato a determinati ruoli e il maschile ad altri», ci ha spiegato la sociologa Chiara Gius in proposito.
Allargando ancora la prospettiva, oggi è più che mai necessario decostruire il ruolo maschile e paterno fondato sul machismo e su quel continuo rifuggire una sensibilità e una profondità emotiva che, oltre a essere prerogative naturalmente insite in ogni essere umano, sono anche strumenti preziosissimi per crescere figlie e figli in maniera consapevole. “Negli ultimi decenni la paternità è cambiata molto: ci capita spesso di parlarne”, scrive Virginia Vitelli su UPPA – Un Pediatra Per Amico.
“Sempre più uomini infatti desiderano partecipare alla crescita dei figli ed essere presenti nelle decisioni educative. È un cambiamento che riguarda anche l’educazione affettiva: tra i compiti dei papà c’è quello di evitare di trasmettere stereotipi e aspettative diverse per maschi e femmine. Come? Per esempio approvando comportamenti improntati alla sensibilità e all’empatia, e anche scelte fuori dagli schemi, come uno zainetto rosa per andare a scuola“.





Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi