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10:28 5 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 4 minuti

La giornalista che ha raccontato un’altra versione sui fatti di Torino sta subendo una campagna di odio online

La giornalista freelance Rita Rapisardi è finita nel mirino per aver raccontato con rigore gli scontri di Torino. Ma i commenti d’odio sono frutto di una piccola minoranza, anche se molto numerosa.

Autore: Redazione
rita rapisardi giornalista odio online
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Rita Rapisardi è la giornalista freelance, collaboratrice di Radio Popolare e Domani, che qualche giorno fa, sul suo prifilo Facebook, ha raccontato da un punto di vista diverso ciò che è avvenuto a Torino durante il corteo a sostegno del centro sociale Askatasuna. In particolare ha contestualizzato la scena diventata virale di un poliziotto picchiato da manifestanti a volto coperto, all’interno di una violenza collettiva, fomentata anche dalle forze dell’ordine.

Il suo è stato un tentativo di fare cronaca basandosi su ciò che ha visto con i propri occhi, contestualizzando gli eventi e offrendo dettagli spesso assenti nelle narrazioni ufficiali.

Per questo suo lavoro, tuttavia, è diventata bersaglio di una violenta campagna di odio online. Il Comitato di redazione di Radio Popolare ha denunciato in un comunicato che la giornalista è stata oggetto di insulti e minacce non solo via web, ma anche attraverso altri canali. Minacce personali, attacchi sessisti, invettive e accuse infondate: un’escalation che ha costretto la giornalista a blindare i propri profili social, una scelta difficile per chi lavora nell’informazione, spesso anche attraverso i canali digitali.

E non si tratta solo di minacce generiche. Le Commissioni pari opportunità (Usigrai, Cnog, Fnsi) e il collettivo Giulia Giornaliste parlano apertamente di una “tempesta di odio” fatta di minacce di stupro, insulti misogini e volgari, minacce di morte. Un linguaggio che mira non solo a delegittimare il lavoro professionale, ma anche a colpire la persona in quanto donna. La dinamica è tristemente nota: quando si vuole colpire una giornalista, si scelgono quasi sempre modalità sessiste e violente, strumenti precisi per ottenere un obiettivo: silenziare.

Alla giornalista Rita Rapisardi va la piena solidarietà da parte di tutta la redazione di Italia che Cambia. A sottolineare la gravità di quanto avvenuto ed esprimere solidarietà alla giornalista sono intervenuti anche anche la Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) e il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnodg). La segretaria della Fnsi Alessandra Costante ha espresso piena solidarietà alla collega, evidenziando come sia inaccettabile che l’attività di verifica e racconto dei fatti venga trasformata in un pretesto per attacchi personali, soprattutto se provenienti da altri operatori dell’informazione. Il Cnodg ha aggiunto in una nota: “che la descrizione della verità sostanziale dei fatti possa scatenare una campagna di odio è un segnale preoccupante dello stato della libertà d’informazione in Italia”.

Sebbene episodi come questo siano molto gravi, è importante ricordare che secondo recenti analisi, i messaggi di odio online provengono da una piccola minoranza molto rumorosa. Uno studio recente su dati di piattaforme varie indica che la gran parte dell’hate speech non è distribuita uniformemente tra gli utenti, ma è concentrata in una piccola minoranza di persone molto attive. In alcuni campioni di Twitter, per esempio, circa l’1% degli utenti sono responsabili di quasi la metà di tutti i contenuti d’odio, e il 5% degli utenti produce oltre tre quarti dello hate speech complessivo. Nel frattempo oltre il 70% degli utenti che commentano non scrivono mai post d’odio.

Queste evidenze suggeriscono che, sebbene il fenomeno sia percepito come molto diffuso perché molto visibile e spesso amplificato dagli algoritmi, in termini numerici la maggioranza dei commentatori non contribuisce attivamente ai discorsi d’odio. Ma visto che i contributi offensivi e ostili tendono a propagarsi rapidamente e attirare attenzione, la percezione pubblica li fa sembrare più “dominanti” di quanto non siano in proporzione rispetto al volume totale di contenuti generati dagli utenti.

Sapere che i commenti d’odio provengono da una minoranza rumorosa, e non rappresentano la maggior parte del pubblico, è un elemento fondamentale per chi fa informazione. Aiuta a rimettere in prospettiva il peso reale di quelle voci e a non cadere nella trappola dell’autocensura. Se si pensa che “tanto tutti odiano”, è facile scoraggiarsi e chiedersi: chi me lo fa fare? Ma la realtà è diversa: la maggioranza silenziosa, spesso rispettosa e interessata, non fa notizia né rumore, ma c’è. E ha bisogno, più che mai, di giornalisti che abbiano il coraggio di raccontare i fatti con rigore, onestà e complessità.

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