Terre rare e “cultura del limite”: in Groenlandia l’interesse di Trump ha riaperto una frattura sociale
In Sud Groenlandia l’attenzione degli Usa sui minerali critici riapre una ferita nella popolazione, divisa fra consenso e resistenze, e storicamente legata a una cultura del limite e dell’interconnessione.
Le nuove dichiarazioni di Donald Trump sull’idea di portare la Groenlandia nell’orbita statunitense hanno riacceso il dibattito sulle materie critiche dell’Artico e sul loro peso geopolitico. Il Presidente Usa ha ribadito più volte che l’isola sarebbe “vitale” per la sicurezza e non ha escluso opzioni militari, innescando reazioni dure in Europa e a Copenaghen. La Groenlandia infatti è un territorio autonomo dentro il Regno di Danimarca: governa la maggior parte degli affari interni con l’autogoverno (dal 2009), mentre difesa e gran parte della politica estera restano a Copenaghen.
In Groenlandia, però, il dibattito non verte solo sulla sovranità (qui la popolazione è molto unita nel condannare le mire espansionistiche Usa) ma sul modo in cui la corsa alle terre rare rischia di ridisegnare territori e relazioni tra economie locali e interessi esterni. Si tratta di un dibattito precedente ai recenti interessi statunitensi, che però le mire di Trump hanno riacceso.
Nel sud dell’isola, intorno a Qaqortoq, l’interesse per le terre rare è palpabile. Un video-reportage di Mongabay racconta una regione con alta disoccupazione e poche alternative, dove le miniere promettono lavoro e entrate, ma rischiano di distruggere cultura e tradizioni locali. Le comunità non appaiono monoliticamente contrarie all’estrazione; molti intervistati dicono di comprenderne la portata economica, ma temono che l’espansione industriale nei fiordi comporti restrizioni all’accesso e un costo troppo alto per chi vive di mare.
Gli inuit, i popoli indigeni dell’Artico che rappresentano circa il 90% della popolazione, vivono tradizionalmente di caccia e di pesca, visto la difficoltà di reperire altre forme di cibo in un territorio quasi perennemente coperto dalla neve. A differenza di quanto osserviamo da noi, però, caccia e pesca non sono hobby ma pratiche di sussistenza intrecciate a responsabilità, condivisione e rispetto degli ecosistemi. In molte comunità artiche è forte l’idea di “prendere solo ciò che serve” e di evitare lo spreco. Un’idea legata a una forma di stewardship: usare al meglio ciò che si preleva e mantenere l’equilibrio con animali e territorio. È una “cultura del limite”, in cui il benessere non dipende dalla sovrabbondanza ma dal non superare soglie che compromettono il futuro.
In questo contesto, le miniere rischiano di creare, oltre a una devastazione ambientale, una profonda frattura sociale. Il caso più emblematico è quello del progetto Tanbreez/Killavaat Alannguat. Si tratta di un grande progetto di estrazione di terre rare nel sud della Groenlandia, nell’area del fiordo di Kangerluarsuk tra Narsaq e Qaqortoq.
Negli ultimi anni il progetto è passato a una fase di sviluppo più avanzata: l’operazione è al centro dell’interesse della multinazionale Critical Metals Corp, che lo vede come possibile fonte alternativa di terre rare per filiere occidentali. Mongabay riporta timori di chiusure localizzate delle aree di pesca per motivi di sicurezza legati a porti e traffici, senza che siano state proposte soluzioni chiare per proteggere i mezzi di sussistenza tradizionali. Alcuni pescatori temono di diventare “inutili” nei fiordi dove oggi si pesca merluzzo ogni giorno.
Le terre rare rappresentano un paradosso ecologico. Servono anche alla transizione energetica, e proprio per questo la Groenlandia è finita al centro delle strategie occidentali per ridurre la dipendenza da filiere dominate dalla Cina. Al tempo stesso la loro estrazione è molto impattante e controversa. La transizione energetica, dentro un modello di crescita infinita, rischia di replicare gli stessi meccanismi estrattivi della società fossile: più rinnovabili, più batterie, più domanda di materiali, più pressione su territori periferici. Forse dai fiordi della Groenlandia dovremmo esportare, più che terre rare, una “cultura del limite” da applicare alle nostre società.






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