Italia sempre più dipendente dalle fonti fossili: 86 milioni tolti alla sanità per abbassare il costo della benzina
La guerra in Iran ha provocato un aumento del prezzo dei carburanti e il Governo ha predisposto un piano di 527 milioni per contenerlo. I fondi provengono da tagli a diversi ministeri.
Da ieri fino al 7 aprile fare benzina e gasolio costerà meno. È il risultato di una manovra da 527,4 milioni varata dal Governo Meloni per fronteggiare i vertiginosi aumenti dei carburanti derivanti dalla situazione politica in Medio Oriente. Ogni litro costerà 25 centesimi in meno per i prossimi 18 giorni in virtù di un taglio delle accise. Una decisione reputata come emergenziale e in quanto tale regolata da un decreto legge.
Se da un lato il provvedimento allevia le sofferenze economiche di imprese e singole persone, dall’altro pone tre questioni centrali. La prima è la provenienza degli ingenti fondi necessari per sostenere l’iniziativa. La parte più consistente (127 milioni) arriva com’è abbastanza logico che sia dal Ministero delle Finanze. I trasporti hanno subito un taglio di 96 milioni mentre la sanità di 86 milioni.
Decurtazioni importanti che colpiscono due settori chiave: la spesa sanitaria, dal 2022, ha perso 0,2% rispetto al PIL, mentre la finanziaria 2026 prevede un taglio di 115 milioni al trasporto pubblico locale, già fortemente provato. Altri ministeri colpiti sono quello dell’Interno (30 milioni), quello dell’istruzione (25 milioni) e quello dell’Ambiente che, in una manovra che sa di beffa, perde 16 milioni di euro per agevolare l’acquisto di carburanti fossili.
La seconda riguarda invece il ruolo geopolitico dell’Italia, sia nel mgrande mercato globale dei combustibili fossili, sia nello scacchiere politico-militare mediorientale. Il Governo Meloni infatti sembra essere tagliato fuori non solo da qualsiasi processo decisionale, ma anche dal normale confronto fra alleati. Questo accade a livello internazionale – emblematico in questo senso il grottesco episodio del Ministro della Difesa Crosetto bloccato a Dubai poiché non informato dell’inizio delle ostilità – ma anche a livello interno, per esempio con operazioni non autorizzate dell’esercito americano nel Parco delle Madonie, in Sicilia.
La terza questione è relativa all’ormai patologica dipendenza dell’Italia dai combustibili fossili. Dando comunque per scontato che una decarbonizzazione ben pianificata non può partire all’improvviso a causa di una crisi petrolifera, la guerra all’Iran ha posto ancora una volta l’accento sui problemi del mix delle fonti energetiche italiano, composto secondo i dati dell’International Energy Agency per più dell’80% da fonti fossili – gas naturale, petrolio e carbone –, delle quali quasi il 90% è importato dall’estero.
Una spiegazione chiara ed esaustiva che riassume i vari problemi sollevati dalla manovra salva-carburanti fossili – dalle carenze della politica energetica italiana al posizionamento del nostro Paese nel mercato globale dell’energia, fino alle questioni geopolitiche – è quella dell’analista Gabriel Catania, che potete trovare in questa puntata di Io non mi rassegno.





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