Kobane è sotto assedio: la città simbolo dei curdi stretta dall’offensiva di Damasco
Nel Nord-Est siriano Kobane denuncia bombardamenti e carenze di acqua, elettricità e cibo. La tregua tra governo e SDF è fragile, mentre torna in gioco il futuro dell’autonomia curda.
Nella notte tra il 20 e il 21 gennaio 2026 la città curda di Kobane, al confine con la Turchia, è tornata al centro dei combattimenti: residenti e autorità locali parlano di una situazione “terribile”, con la città di fatto circondata e senza rifornimenti regolari di carburante, acqua ed elettricità. Secondo la ricostruzione di The New Region, gli attacchi sono ripresi dopo la violazione della tregua annunciata nei giorni scorsi tra Damasco e le Forze democratiche siriane (SDF), con colpi di artiglieria e bombardamenti anche nei villaggi a sud della città.
Berivan Issa, co-presidente dell’Ufficio per gli Affari Umanitari di Kobane, ha detto a The New Region che i residenti sono «circondati da ogni lato, senza elettricità né acqua, senza cibo essenziale e senza rifornimenti». «Il tempo è molto freddo, di notte scende sotto zero. L’unico modo per scaldarsi è usare carburante e legna che al momento non arrivano in città. I bambini in città hanno molta paura», ha lamentato. Aggiungendo: «È importante ricordare che Kobane sta accogliendo e ospitando tutti gli sfollati interni (IDP) provenienti da Afrin, Tabqa, Raqqa, Aleppo e Tal Abyad, oltre che dai villaggi di Kobane. La città è ora molto affollata, con scorte di cibo e acqua molto basse». Issa ha inoltre avvertito che Kobane non è come altre città, perché «non c’è modo per i civili di andarsene».
La crisi di Kobane si inserisce nell’avanzata con cui il nuovo governo siriano guidato dal presidente Ahmed al-Sharaa sta ridisegnando gli equilibri nel Nord-Est. Reuters e il Guardian descrivono una pressione crescente su territori finora amministrati dalle SDF, accompagnata da negoziati per una loro integrazione negli apparati statali e da un cessate il fuoco a tempo, indicato come finestra di pochi giorni per definire i termini dell’accordo.
In questo contesto, gli Stati Uniti – storicamente alleati delle SDF contro l’Isis – hanno segnalato un netto cambio di linea: l’inviato USA per la Siria Tom Barrack ha sostenuto che la funzione originaria delle SDF “in larga parte” è esaurita, spingendo verso l’inserimento in uno Stato siriano unificato; la Turchia, dal canto suo, chiede il disarmo delle forze curde.
Kobane non è una città qualunque. Nel 2014 diventò un simbolo globale: l’assedio dell’Isis e la resistenza delle milizie curde – incluse le unità femminili – segnarono un passaggio chiave nella guerra contro il “califfato”, anche perché fu uno dei momenti in cui la coalizione a guida Usa impiegò in modo decisivo la propria potenza aerea a sostegno di forze di terra curde. In quelle settimane Kobane divenne una “bandiera” politica e mediatica, capace di attirare solidarietà transfrontaliera e di influenzare le scelte internazionali sulla lotta a Daesh.
Ma Kobane è anche un simbolo per un altro motivo: è stata una delle vetrine dell’esperimento politico nato nel Nord-Est siriano, chiamato anche Rojava o, più correttamente, Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Daanes). Il progetto si richiama al confederalismo democratico, pensiero politico del leader curdo Abdullah Ocalan basato su decentramento, assemblee locali, co-presidenza uomo-donna nelle istituzioni e un’idea di società pluralista per comunità diverse. Nei documenti dell’Amministrazione autonoma, l’impianto include esplicitamente una dimensione ecologica e di “società democratica ambientale”, accanto a libertà delle donne e partecipazione diretta.
Damasco ha concesso alle SDF quattro giorni di cessate il fuoco mentre proseguono i colloqui su una possibile integrazione. Tuttavia, i residenti lamentano che i combattimenti sono ancora in corso a Kobane e nei villaggi circostanti.





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