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news
12:29 1 Aprile 2026 | Tempo lettura: 3 minuti

Da settembre le aziende italiane non potranno più definirsi “eco” e “sostenibili” se non lo sono

Dal 27 settembre 2026 entrano in vigore in Italia le nuove regole contro il greenwashing e a favore di prodotti più durevoli e riparabili. Più trasparenza per consumatori e imprese.

Autore: Redazione
stop greenwashing

Dal 27 settembre entreranno in vigore in Italia le nuove norme che recepiscono la direttiva europea la direttiva Ue 2024/825, pensata per contrastare il greenwashing e rafforzare il diritto a scegliere prodotti più durevoli e riparabili.

Il Parlamento italiano ha approvato infatti il d.lgs. 20 febbraio 2026, n. 30, traducendo nel diritto nazionale una serie di misure che puntano a rendere più trasparenti le dichiarazioni ambientali delle imprese e a valorizzare aspetti come durata, manutenzione, aggiornamenti software e disponibilità dei pezzi di ricambio.

Il greenwashing è una strategia di comunicazione con cui un’azienda, un prodotto o un’organizzazione si presenta come più ecologico o sostenibile di quanto sia davvero. E il cambiamento più immediato riguarda proprio il linguaggio con cui molti prodotti vengono presentati.

Fino a oggi parole come “eco”, “verde”, “sostenibile” o “amico dell’ambiente” sono state spesso usate in modo molto libero, senza criteri chiari e senza che il si potesse verificare se dietro quelle formule ci fossero davvero pratiche coerenti. Con le nuove disposizioni, questo spazio si restringe: le aziende non potranno più usare claim ambientali generici se non saranno in grado di dimostrare una prestazione ambientale riconosciuta.

Nello specifico, la legge modifica la disciplina delle pratiche commerciali scorrette contenuta nel Codice del consumo e amplia il catalogo delle pratiche considerate ingannevoli. Saranno vietate le etichette di sostenibilità che non si basano su sistemi di certificazione o su autorità pubbliche.

Inoltre non sarà più possibile far apparire come “green” l’intero prodotto, o addirittura l’intera impresa, quando il beneficio riguarda soltanto un aspetto limitato e non si potrà neppure suggerire che un bene abbia un impatto climatico neutro, ridotto o positivo se questa affermazione si fonda soltanto sulla compensazione delle emissioni, per esempio attraverso l’acquisto di crediti di carbonio.

Un altro passaggio rilevante riguarda le promesse sul futuro. Se un’azienda annuncia obiettivi ambientali da raggiungere nei prossimi anni, non basterà una dichiarazione di principio. Serviranno impegni verificabili, un piano concreto, scadenze precise e controlli periodici affidati a soggetti terzi indipendenti.

Accanto al contrasto del greenwashing, il provvedimento interviene anche sulla durata del ciclo di vita utile dei prodotti, per migliorarne la comunicazione. Le nuove regole rafforzano le informazioni che devono essere fornite alle persone sulla durata, sulla riparabilità e sugli aggiornamenti software.

La norma chiede più trasparenza su quanto un prodotto dura, quanto si ripara e per quanto resta aggiornato. In pratica, deve essere chiaro sia se il produttore offre una garanzia più lunga dei due anni minimi, sia quali sono i diritti base dell’acquirente. Inoltre, chi compra deve poter capire meglio se il prodotto è riparabile, con informazioni su pezzi di ricambio, costi e istruzioni, e per i dispositivi digitali anche per quanto tempo riceverà aggiornamenti software. L’obiettivo è evitare acquisti poco consapevoli e contrastare forme di obsolescenza programmata o percepita.

La vigilanza in Italia resterà affidata all’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcom), che potrà applicare le sanzioni previste per le pratiche commerciali scorrette.

Il tema del greenwashing, tuttavia, potrebbe essere meno scontato di quanto non appaia. Uno studio teorico recente firmato da Piersilvio De Bortoli, Andrea Nicolodi e Federico Boffa suggerisce che il rapporto tra comunicazione ambientale ingannevole e investimenti reali in sostenibilità possa essere più complesso di quanto sembri. Secondo gli autori, in alcuni casi il greenwashing non sostituisce gli investimenti ecologici, ma li accompagna: le imprese migliorano davvero alcuni processi e insieme tendono a gonfiare il racconto.

Lo studio invita quindi a riflettere su regole capaci di alzare il costo della menzogna senza scoraggiare gli investimenti autentici.

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