PFAS nella Pedemontana Veneta: 12 indagati per inquinamento
La Procura di Vicenza indaga 12 persone per inquinamento da PFAS nei cantieri della Pedemontana Veneta. Accuse gravi, legate alla contaminazione delle falde potabili e alla mancata bonifica.
La Superstrada Pedemontana Veneta è al centro di un’inchiesta giudiziaria per inquinamento ambientale e omessa bonifica. Sono dodici gli indagati — tra cui membri degli organi di amministrazione, direttori tecnici e responsabili di cantiere — che dovranno rispondere di reati legati all’uso illecito di sostanze tossiche nei materiali da costruzione.
La Superstrada Pedemontana Veneta è una nuova superstrada terminata nel 2023 e lunga circa 94 chilometri, che collega Montecchio Maggiore (in provincia di Vicenza) a Spresiano (Treviso), attraversando una fascia pedemontana del Veneto. Progettata per alleggerire il traffico sull’A4 e sull’A27, è una delle opere più imponenti realizzate nella regione negli ultimi decenni e ha già sollevato critiche per l’impatto su falde e acque sotterranee, sulla qualità dell’aria, la fauna, la biodiversità del territorio attraversato.
In questo caso, secondo le recenti accuse della Procura di Vicenza, gli indagati avrebbero violato prescrizioni tecniche nella composizione del calcestruzzo proiettato impiegato nei tunnel della superstrada, utilizzando un accelerante chiamato Mapequick AF1000 contenente PFBA, uno dei cosiddetti PFAS, sostanze perfluoroalchiliche resistenti alla degradazione naturale (chiamate non a caso “inquinanti eterni”). Il risultato sarebbe stato un rilascio prolungato e pericoloso di agenti inquinanti nelle acque di scolo e nelle falde acquifere dei comuni di Castelgomberto, Malo e Montecchio Maggiore, tra il 2021 e il 2024.
Il PFBA — acido perfluorobutanoico — è stato rilevato in concentrazioni superiori ai limiti suggeriti dall’Istituto Superiore di Sanità. Le analisi hanno evidenziato un impatto significativo su acque superficiali e sotterranee, in parte destinate a usi potabili. Eppure, secondo gli inquirenti, i responsabili avrebbero consapevolmente evitato ogni bonifica, lasciando che la contaminazione proseguisse.
L’indagine è stata innescata da un esposto presentato nel 2023 dal Comitato Veneto Pedemontana Alternativa (Covepa), che aveva denunciato la presenza di scarichi sospetti provenienti dalle gallerie. Il successivo intervento del ministero dell’Ambiente ha portato a una verifica tecnico-scientifica. Le relazioni di ISPRA hanno confermato che le acque di drenaggio delle gallerie di Malo e Sant’Urbano sono ancora oggi fonti attive di inquinamento da PFBA, con possibili effetti sulla qualità delle acque e sugli ecosistemi idrici.
Parallelamente, il consigliere regionale Andrea Zanoni ha portato il caso in Consiglio Regionale, segnalando che oltre 3 milioni di metri cubi di terre contaminate da PFAS sono state depositate in 20 siti. Le concentrazioni di PFBA hanno toccato i 2000 ng/litro nelle acque di ruscellamento. A Castelgomberto, rilevati picchi da 263.000 ng/litro, una cifra definita “spaventosa” che ha portato alla chiusura di 7 pozzi idropotabili su 31 nel vicino comune di Caldogno.
Il caso Pedemontana si inserisce in un contesto più ampio: quello della crisi da PFAS che colpisce il Veneto da oltre un decennio. Dal 2013, una vasta area tra Vicenza, Verona e Padova è classificata “zona rossa” per la contaminazione delle falde, che ha coinvolto circa 350 mila persone e portato a restrizioni sull’uso dell’acqua potabile. Il processo contro la Miteni di Trissino si è concluso in primo grado con condanne fino a 17 anni per 11 imputati, evidenziando una responsabilità sistemica nella gestione delle sostanze chimiche persistenti.
La vicenda della Pedemontana non riguarda solo l’ambiente, ma anche la gestione economica dell’opera. I costi, inizialmente stimati, sono lievitati fino a generare un buco di 47 milioni di euro in nove mesi nelle casse della Regione. La Corte dei Conti ha già puntato l’attenzione su ritardi e criticità, mentre si discute della possibile riclassificazione della superstrada per aumentarne la velocità massima da 110 a 130 km/h. Una scelta controversa, specie alla luce delle carenze ambientali e della sicurezza del tracciato.
La questione PFAS, in questo contesto, diventa simbolo di un modello infrastrutturale che sacrifica salute e ambiente in nome dello sviluppo. Ma la consapevolezza pubblica cresce. L’azione dei comitati, il lavoro degli enti scientifici e l’attenzione di alcuni rappresentanti politici mostrano che un’altra gestione è possibile: più trasparente, più partecipata, più attenta alla salute collettiva.





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