Prati in Marocco e desertificazione in Italia: cosa sta succedendo al clima mediterraneo?
I cambiamenti climatici stanno determinando un mutamento del quadro meteorologico. Gli ultimi dati del sistema di monitoraggio satellitare Copernicus lo confermano.
Nell’ambito di un più ampio programma europeo sul clima, Copernicus è un servizio di monitoraggio satellitare che opera per fornire costantemente rilevazioni utili per supportare politiche di mitigazione e adattamento climatico. Alcuni degli ultimi dati forniti confermano che ciò che sta avvenendo nei paesi del bacino mediterraneo – eventi apparentemente anomali come un diffuso inerbimento dell’area desertica del Marocco – è un effetto dei cambiamenti climatici. Questo perché il Mediterraneo si conferma un hotspot climatico ovvero un’area dove il riscaldamento globale si diffonde a ritmi più veloci rispetto alla media.
L’inerbimento del deserto è una conseguenza delle piogge torrenziali e anomale che hanno colpito il Marocco e altre regioni mediterranee come la Spagna ma anche l’Italia. Nel nostro paese però l’effetto dei cambiamenti climatici che preoccupa di più è un altro, esattamente opposto: la desertificazione. Questi due fenomeni non sono indipendenti, ma sono entrambi figli dell’alternanza sempre più netta e frequente di eventi climatici estremi come prolungate siccità e piogge torrenziali.
Secondo l’ANBI – l’Associazione Nazionale dei Consorzi di Gestione e Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue, che ha elaborato gli ultimi dati forniti da Copernicus – dall’inizio del 2026 si sono verificati già 184 eventi climatici estremi, di cui il famigerato ciclone Harry, che ha colpito Sicilia, Calabria e Sardegna, è stato solo la punta dell’iceberg. A livello nazionale è stato calcolato un surplus di risorse idriche pari al 58% rispetto a quelle di cui ci sarebbe bisogno, con punte del 198% in più nelle aree della Sicilia colpite da Harry e addirittura del 252% in Sardegna.
Questi eventi non integrati in un ciclo sistemico non risolvono il problema della desertificazione, anzi, aggiungono ulteriori criticità poiché suoli sempre più impermeabilizzati dalla desertificazione stessa – ma anche dalla cementificazione, che in Italia avanza al ritmo di 23 ettari al giorno, in continuo aumento – non sono in grado di assorbire quantità di acqua abbondanti che si riversano in un lasso di tempo breve, come accade in occasione di eventi climatici estremi. Al contrario, siccità prolungate, unitamente a problemi strutturali come le carenze della rete idrica – in Italia il 42% di tutta l’acqua immessa nella rete idrica viene sprecata a causa dello stato obsoleto delle infrastrutture – incidono fortemente sul processo di desertificazione.
Una crisi sistemica a cui la politica non sa o non vuole rispondere, come denuncia il WWF: “Nonostante il Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica si fosse adoperato per far approvare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici nel 2023, da allora nulla è stato fatto per attuarlo e nell’ultima Legge di Bilancio non si trova menzione né impegni di spesa. La complessità del rischio di siccità richiede invece politiche intersettoriali che tengano conto innanzitutto del bilancio idrico almeno a livello di bacino idrografico, che deve essere aggiornato secondo i dati più recenti: la disponibilità d’acqua, infatti, si è ridotta del 19% nell’ultimo trentennio rispetto al precedente (ISPRA, 2022) e i consumi su molti settori sono aumentati”.
Ambientenonsolo accompagna l’analisi dei dati con alcuni aspetti su cui lavorare prioritariamente per approntare soluzioni alla desertificazione e alla crisi climatica in generale: “La gestione della crisi climatica non può limitarsi alla mitigazione delle emissioni, pur fondamentale, ma deve integrare strategie di adattamento territoriale. Significa pianificare sistemi di accumulo e distribuzione dell’acqua, proteggere suoli e bacini idrografici, integrare politiche agricole e idriche, ridurre l’impermeabilizzazione del suolo e rafforzare la governance multilivello delle risorse idriche. Le sequenze meteo estreme non sono più anomalie, ma parte di una nuova normalità climatica. Comprenderle e governarle è una delle sfide decisive per il futuro ambientale, economico e sociale del Mediterraneo”.





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