La protesta indigena ha ferma la privatizzazione dei grandi fiumi dell’Amazzonia: il governo brasiliano revoca il decreto
Dopo settimane di mobilitazione e l’occupazione del terminal Cargill a Santarém, comunità indigene ottengono lo stop al piano di concessioni sui fiumi amazzonici Tapajós, Madeira e Tocantins.
Nell’Amazzonia brasiliana una mobilitazione indigena ha costretto il governo a fare marcia indietro su un provvedimento che apriva alla gestione privata di interventi e servizi di navigazione su alcuni grandi fiumi. A Santarém, nello stato del Pará, circa un migliaio di “difensori del fiume” – in prevalenza delle popolazioni indigene Munduruku, Arapiun e Apiaká – ha presidiato per settimane l’area portuale e, negli ultimi giorni, ha occupato il terminal cerealicolo di Cargill, bloccandone le attività.
L’esecutivo ha quindi annunciato la revoca del decreto che inseriva tratti dei fiumi Tapajós, Madeira e Tocantins nel programma di concessioni, dopo le preoccupazioni espresse dalle comunità su qualità dell’acqua, pesca e impatti sociali.
La questione verto soprattutto attorno alle sorti del fiume Tapajós, uno dei corsi d’acqua più importanti della regione, sempre più centrale nella logistica di soia e mais destinati all’export. La strategia di “sviluppo” sostenuta da amministrazioni locali, finanza e grandi trader punta a trasformare il fiume in una idrovia più trafficata, con lavori come il dragaggio e nuove infrastrutture terrestri di collegamento.
Il governo ha difeso l’idea di potenziare il trasporto fluviale come più efficiente e, in teoria, meno emissivo rispetto alle strade; dall’altra parte, organizzazioni indigene e alleati ambientalisti sottolineano che l’aumento della navigazione e delle opere di regolazione rischia di accelerare erosione, perdita di habitat, pressione su territori tradizionali e conflitti, in un’area già segnata da estrattivismo e illegalità.
Nelle testimonianze raccolte da media internazionali, le comunità ricordano un fiume un tempo noto per acque limpide e oggi esposto a inquinamento (anche legato a attività minerarie illegali) e a incidenti con carburanti lungo le rotte delle chiatte.
A questo si aggiunge la vulnerabilità climatica: siccità e livelli idrici eccezionalmente bassi hanno già reso difficile la navigazione e l’accesso a beni essenziali e cure, mostrando quanto la “modernizzazione” dei corridoi di export possa entrare in tensione con la sicurezza quotidiana delle popolazioni rivierasche.
La revoca del decreto non chiude la questione: restano i progetti di potenziamento logistico per l’agroindustria e la pressione internazionale della domanda di mangimi, mentre le imprese contestano le occupazioni come illegali e rivendicano la continuità operativa.
Secondo Our World in Data circa il 95% della soia brasiliana è usata come mangime per allevamenti (direttamente o come farina dopo la spremitura). Più in generale, in Europa la soia viene consumata quasi tutta indirettamente tramite carne, uova, latte e acquacoltura: WWF stima che circa il 90% della soia “consumata” dagli europei passi dai mangimi.
La vicenda mostra un punto chiave: l’azione collettiva locale può incidere direttamente su decisioni nazionali. Al tempo stesso ci spinge a interrogarci su quali filiere alimentari e zootecniche sosteniamo, e con quali garanzie. Diminuire il consumi di carne, informarsi su origine e certificazioni della stessa, chiedere trasparenza a marchi e distributori, sostenere reti e campagne che difendono diritti territoriali, e pretendere politiche commerciali coerenti con la tutela di foreste e acque sono azioni utili a diminuire il nostro impatto sui territori indigeni.






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