Anche quest’anno va in scena il pietismo di Sanremo per le persone con disabilità
Nella serata di ieri a Sanremo si è esibito un gruppo di persone con disabilità, presentate come “speciali” e non semplicemente come artisti. Un copione già visto che affonda le radici in un gap culturale.
Ieri, mercoledì 25 febbraio, è andata in scena la seconda serata del Festival di Sanremo. La scaletta ha previsto anche l’intervento di un gruppo di persone con e senza disabilità della sezione ligure di ANFFAS, l’Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con disabilità intellettive e disturbi del neurosviluppo. Una cinquantina di persone che hanno cantato in coro, con alcuni interventi solisti, “Si può dare di più”, successo dell’edizione di Sanremo del 1986.
Il conduttore Carlo Conti ha apostrofato questi artisti e artiste come “persone speciali”, mettendo in secondo piano l’aspetto canoro e la loro esibizione e sottolineando come il loro – salire sul palco di Sanremo – fosse un sogno che si era realizzato. Una narrazione aderente alla cultura della “favoletta strappalacrime”, del pietismo e dell’assistenzialismo che caratterizza ancora il modo in cui si parla di disabilità in Italia, dove la normalizzazione di una condizione che non è e non deve essere identitaria è ancora lontana.
“A un ragazzo è stato chiesto di fare imitazioni come fosse un numero da mostrare, quasi un burattino da muovere sul palco. Non un artista. Non una persona. Un momento da inserire nello spettacolo”, commenta la nostra collaboratrice Elena Rasia, attivista per i diritti delle persone con disabilità e fondatrice del progetto Indimates. Già in passato Elena aveva fatto notare il “trattamento speciale” che Sanremo riserva alle persone con disabilità, in particolare quando – durante l’edizione del 2022 – un gruppo di persone cieche aveva accompagnato l’attrice Maria Chiara Giannetta sul palco. Durante il suo intervento Giannetta aveva parlato praticamente solo del loro lavoro, ma nessuno di loro ha potuto parlare in prima persona.
“La disabilità continua a essere raccontata così: come una parentesi emotiva, come un momento edificante, come qualcosa che deve insegnare una lezione agli altri. Non siamo organismi da esporre sul palco. Non siamo una categoria da raccontare tutta insieme. Non siamo una favola da prima serata. Siamo persone. Persone con capacità. Persone con limiti. Persone con talento. Persone con dignità. La dignità significa non essere trattati come eterni ‘speciali’. Significa non essere accompagnati sul palco come se da soli non bastassimo. Significa non essere trasformati in simboli da applaudire”, denuncia Elena Rasia.
Dello stesso tenore anche l’intervento dell’attivista, formatrice e scrittrice Vale Tomirotti: “Ancora una volta la disabilità entra a Sanremo come parentesi emotiva. Come momento edificante. Come spazio di gratitudine reciproca tra persone non disabili che si ringraziano per aver dato voce a chi quella voce ce l’ha già. E prima che qualcuno scriva: ‘ma erano felici’, la felicità non è un criterio artistico. La felicità non è inclusione. La felicità non basta a rendere una rappresentazione giusta. Il punto non è se si sono divertiti. Il punto è perché in prima serata la disabilità viene mostrata quasi solo quando conferma l’idea rassicurante che abbiamo di lei. Mai competenza. Mai autonomia vera. Mai potere”.
Ciò che è successo ieri sul palco dell’Ariston è lo specchio dell’approccio alla disabilità in Italia, un approccio fondato sull’assistenzialismo, sulle economie di scala costruite con una gestione centralizzata delle persone con disabilità, che ha come obiettivo principale facilitare ed economizzare l’erogazione di servizi convogliandole in strutture dedicate, ma ostacola la creazione di autonomie. Culturalmente la persona con disabilità viene identificata con la sua disabilità, che prevale rispetto alle altre caratteristiche umane, compreso – ed è il caso di Sanremo – il talento artistico.
“Magari un giorno Sanremo – chiosa il consigliere regionale toscano Iacopo Melio – imparerà anche a ospitare (meglio ancora, a far partecipare) artiste e artisti con disabilità senza chiamarli ‘speciali’ ma soltanto ‘artisti’ e basta, senza magliette vistose con slogan pietistici e pure sbagliati, perché nessuna persona è come le altre e tutte le persone sono invece diverse: quando interiorizzeremo questo concetto avremo fatto inclusione davvero. Quel giorno, purtroppo, non è stato nemmeno oggi [ieri, ndr]”.
Eppure esiste un’infinità di progetti virtuosi in cui le persone con disabilità non sono una “categoria protetta” da tutelare – poiché si pensa che non abbiano le competenze per provvedere da sole a loro stesse – ma parte attiva di iniziative culturali, sociali e imprenditoriali di successo. Di molte abbiamo parlato sulle nostre pagine, dal progetto di coinquilinaggio solidale Indimates allo StraVagante Hostel – struttura ricettiva gestita da persone con la sindrome di Down –, fino a Radio Onde Corte, emittente radiofonica sarda la cui redazione è composta da persone che usufruiscono dei servizi di salute mentale, volontari e operatori della salute, in un contesto orizzontale, partecipato e comunitario.






Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi