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10:13 17 Novembre 2025 | Tempo lettura: 4 minuti

Oggi inizia la seconda decisiva settimana di negoziati sul clima a Belém

Dopo una prima settimana tecnica, si apre la fase politica della COP30. I nodi ancora aperti richiedono decisioni cruciali. Equilibrio, urgenza e cooperazione saranno le parole chiave.

Autore: Redazione
cop30 belém seconda settimana

È cominciata oggi la seconda settimana della COP30, in corso a Belém, in Brasile. Una settimana decisiva, in cui i Ministri e i rappresentanti di alto livello sono chiamati a trasformare le discussioni tecniche in scelte politiche concrete, capaci di tradursi in un documento finale condiviso e operativo. L’obiettivo è ambizioso: chiudere tutti i filoni negoziali con testi equilibrati entro venerdì. In caso contrario, alcune questioni potrebbero essere rimandate ai colloqui di Bonn nel giugno 2026 o alla prossima COP.

Come spiega un articolo su Italian Climate Network, la prima settimana ha visto avanzamenti irregolari e tensioni persistenti su più fronti. Alcuni temi sembrano pronti per il via libera politico, altri restano impantanati in divergenze profonde, che riflettono differenze strutturali tra i Paesi.

Uno dei nodi più complessi riguarda l’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che disciplina la possibilità per i Paesi di collaborare nella riduzione delle emissioni attraverso scambi internazionali di crediti di carbonio. In pratica, un Paese può acquistare crediti generati da progetti di riduzione o assorbimento di CO₂ realizzati in un altro Stato, contribuendo così indirettamente ai propri obiettivi climatici. Ma affinché questo sistema funzioni in modo equo ed efficace, servono regole condivise e trasparenti.

Alcuni Paesi, interessati a trarne vantaggio economico, hanno cercato di modificare standard tecnici già approvati, riaprendo discussioni che si pensavano concluse. Al centro della contesa c’è anche il futuro del Supervisory Body, l’organismo incaricato di vigilare sull’integrità del mercato del carbonio: una proposta di estensione illimitata del suo mandato ha sollevato preoccupazioni. In un ambito dove la fiducia tra le parti è essenziale, tentativi di forzare la mano o indebolire i controlli rischiano di minare la credibilità dell’intero impianto.

Sul fronte dell’adattamento, i negoziati proseguono a rilento. Il “Global Goal on Adaptation” ha ora una cornice generale, ma mancano ancora indicatori operativi condivisi per misurare i progressi. Il rischio è che il principio dell’adattamento resti confinato a dichiarazioni astratte, senza meccanismi per garantire l’efficacia delle politiche.

Più promettente l’andamento dei lavori sui Piani Nazionali di Adattamento. Dopo anni di impasse, la prima settimana ha mostrato segnali positivi grazie a un clima più collaborativo e a un focus sulle risorse tecniche e finanziarie. Il riconoscimento delle diverse capacità e dei bisogni dei Paesi in via di sviluppo sembra finalmente farsi strada come priorità condivisa.

Il Gender Action Plan, uno degli strumenti più avanzati per integrare la dimensione di genere nel processo climatico, resta invece al centro di forti tensioni. In particolare, termini legati ai diritti sessuali e riproduttivi, all’identità di genere e alla protezione delle donne ambientaliste suscitano resistenze da parte di alcune delegazioni. Tuttavia, la società civile continua a spingere per un testo tecnico, inclusivo e ancorato ai diritti umani.

Un elemento di novità è rappresentato dal Belém Action Mechanism (BAM), proposto come infrastruttura globale per la giusta transizione. L’idea è ambiziosa: un punto di riferimento che coordini conoscenze, strumenti e risorse. Ma la sua implementazione non è scontata: alcuni Paesi temono che il BAM possa interferire con i propri modelli nazionali di sviluppo.

Altri dossier chiave restano bloccati. Tra questi, il Dialogo UAE, uno spazio di confronto istituito per dare seguito al Global Stocktake del 2023, il primo bilancio globale sull’attuazione dell’Accordo di Parigi. Il Global Stocktake è un processo periodico, previsto ogni cinque anni, che serve a valutare collettivamente se il mondo sta facendo abbastanza per limitare il riscaldamento globale, e a indicare come rafforzare l’ambizione climatica. Il Dialogo UAE, concepito per tradurre i risultati di quel bilancio in azioni concrete, fatica però a decollare: le delegazioni restano divise tra chi vorrebbe che questo spazio producesse indicazioni operative e chi invece lo interpreta come un momento di riflessione senza impegni vincolanti.

In parallelo, anche i negoziati sul secondo ciclo del Global Stocktake (GST2) sono fermi: i disaccordi riguardano tempi, modalità e in particolare il ruolo da attribuire al capitolo sulle perdite e i danni, ovvero gli impatti climatici già in atto. La mancanza di chiarezza rischia di rallentare l’intero processo di monitoraggio e miglioramento dell’azione climatica globale.

La mitigazione, ovvero i piani per ridurre le emissioni, attende ora una spinta politica. Il “Mitigation Work Programme” non è mai decollato realmente e la seconda settimana dovrà stabilire se e come potrà essere rilanciato. Mancano ancora chiarezza sugli obiettivi e strumenti efficaci per accrescere l’ambizione climatica.

Una nota più positiva arriva invece dal fronte delle perdite e danni. Il fondo è stato finalmente reso operativo, e nella prima settimana è stato pubblicato il primo bando per la presentazione delle richieste di finanziamento. La seconda settimana parte da un documento avanzato, con solo due paragrafi ancora in discussione: un segnale che il dialogo, almeno su questo fronte, sta producendo risultati.

I prossimi giorni saranno determinanti.

Vuoi approfondire?

Ascolta il podcast COPCONNECTION.

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