Un importante studio sulla sicurezza del glifosato è stato ritirato: lo aveva scritto Monsanto
La rivista Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritirato lo studio del 2000 che difendeva la sicurezza del glifosato. Emerse gravi opacità su ghostwriting e conflitti d’interesse con Monsanto.
Dopo un quarto di secolo, uno dei pilastri su cui si è basata la difesa del glifosato crolla ufficialmente. La rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology ha ritirato l’articolo pubblicato nel 2000 da Gary M. Williams, Robert Kroes e Ian C. Munro, considerato per anni una review di riferimento sulla sicurezza dell’erbicida più usato al mondo e del suo corrispettivo commerciale, il Roundup.
La decisione, resa pubblica il 5 dicembre 2025, arriva dopo anni di critiche e dopo che, in varie cause legali negli Stati Uniti, sono emersi documenti interni di Monsanto – oggi di proprietà della multinazionale tedesca Bayer – che mostrano il coinvolgimento diretto dell’azienda nella preparazione e scrittura del testo. Un caso da manuale di ghostwriting scientifico, che mette in discussione l’indipendenza degli autori e la credibilità delle conclusioni.
Secondo la nota di ritrattazione pubblicata dalla rivista, l’articolo del 2000 basava la valutazione di rischio quasi esclusivamente su studi tossicologici non pubblicati forniti dall’azienda, ignorando diversi lavori già disponibili alla fine degli anni Novanta sulla possibile cancerogenicità a lungo termine del glifosato. Gli stessi autori ammettevano l’esistenza di altri studi non accessibili, senza chiarire perché non fossero stati inclusi. Questa selezione a monte delle evidenze ha permesso di concludere che il prodotto “non pone rischi per la salute umana”, presentando il glifosato come sostanzialmente sicuro.
La ritrattazione sottolinea inoltre “gravi preoccupazioni etiche” riguardo all’indipendenza degli autori e possibili compensi economici ricevuti da Monsanto, mai dichiarati nella pubblicazione. Le email interne rese pubbliche nei cosiddetti Monsanto Papers mostrano dirigenti che ringraziano gli scienziati interni all’azienda per il “duro lavoro” sul paper, scienziati il cui nome non compare tra gli autori né nei ringraziamenti dello studio.
Per un quarto di secolo, questo studio è stato tra i più citati nella letteratura sul glifosato, con oltre 1300 citazioni, e ha avuto un ruolo nelle valutazioni regolatorie in Europa e altrove. La review è stata richiamata, ad esempio, nei dossier che hanno sostenuto il rinnovo dell’autorizzazione al glifosato nell’Unione Europea. È difficile quantificare quanto abbia pesato sulle singole decisioni, e alcuni esperti invitano a non sovrastimare la sua influenza, ricordando che le agenzie considerano centinaia di studi. Resta il fatto che un lavoro presentato come indipendente era in realtà intrecciato con interessi industriali non dichiarati.
Le agenzie regolatorie, dal canto loro, provano a rassicurare l’opinione pubblica. L’Agenzia per la protezione ambientale statunitense (EPA) ha fatto sapere che la ritrattazione “non cambia” la sua valutazione, secondo cui è improbabile che il glifosato che sia cancerogeno alle condizioni d’uso autorizzate, affermando di basarsi su migliaia di studi complessivi. Bayer continua a difendere la sicurezza del suo erbicida, mentre in parallelo affronta migliaia di cause intentate da persone che attribuiscono al Roundup la comparsa di linfomi e altre patologie, con risarcimenti miliardari già riconosciuti negli anni scorsi.
Sul fronte opposto, organizzazioni indipendenti e parte della comunità scientifica sottolineano come la vicenda confermi la necessità di rivedere in profondità il modo in cui vengono valutati pesticidi e sostanze chimiche. Nel 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) dell’OMS aveva già classificato il glifosato come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”, arrivando a conclusioni molto diverse rispetto ad altre autorità. La ritrattazione non dimostra da sola che il glifosato sia certamente cancerogeno, ma mostra come il quadro delle evidenze sia stato per anni influenzato da studi non trasparenti. Inoltre alimenta dubbi leciti sul fatto che l’azienda in primis nutrisse sospetti sulla cancerogenicità del suo prodotto: altrimenti perché avrebbe cercato di pilotare uno studio importante?
Il glifosato è ancora oggi un pilastro dell’agricoltura industriale, usato ampiamente anche in Italia e in Europa. In Italia il suo utilizzo è limitato, specialmente prima del raccolto, e l’autorizzazione UE è stata rinnovata fino al 2033 con restrizioni, nonostante dibattiti sulla sua pericolosità. Diversi paesi stanno iniziando a limitarne fortemente l’utilizzo. Adesso questa nuova ritrattazione riapre inevitabilmente il dibattito sulle autorizzazioni, ma soprattutto su chi ha voce in capitolo quando si parla di salute pubblica e ambiente.






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