Anche la Toscana avrà la sua zona silenziosa: cosa e dove sono le aree in Italia dove a parlare è la natura
Fra Pontassieve e Borgo San Lorenzo nasce la prima zona silenziosa della Toscana. Un progetto che si inserisce in una rete crescente di aree protette dal rumore in tutta Italia.
Nel cuore del Mugello, tra Pontassieve e Borgo San Lorenzo, la Toscana inaugura la sua prima zona silenziosa. Un’area naturale dove il rumore antropico viene limitato e dove a prevalere è il paesaggio sonoro originario: fruscii di foglie, canti di uccelli, vento e acqua.
L’annuncio è arrivato da un gruppo di enti, tra cui l’Agenzia regionale per la protezione ambientale della Toscana (ARPAT), Regione Toscana, l’Unione dei Comuni del Mugello, i comuni coinvolti e la Città Metropolitana di Firenze, e rappresenta un passo simbolico ma concreto verso una diversa forma di tutela ambientale e benessere acustico.
Quella delle zone silenziose è una categoria ancora poco conosciuta ma destinata a diventare sempre più centrale nella pianificazione territoriale. Non si tratta semplicemente di parchi o riserve naturali, ma di aree specificamente scelte e normate per la loro bassa esposizione a rumori artificiali. In questi luoghi si favorisce l’ascolto del paesaggio sonoro naturale e si incentivano forme di fruizione lente e rispettose.
Il progetto toscano non nasce in un vuoto. In varie regioni italiane sono già attive o in via di attivazione altre “quiet areas”, in linea con quanto previsto dalla Direttiva europea 2002/49/CE sul rumore ambientale e recepito in Italia dal decreto ministeriale del 24 marzo 2022. Questo provvedimento definisce le zone silenziose come spazi accessibili al pubblico, interni o esterni agli agglomerati urbani, dove il rumore ambientale sia contenuto entro determinati limiti, e affida a Regioni e Comuni il compito di individuarle e tutelarle.
In Valle d’Aosta, ad esempio, l’ARPA ha già ufficializzato due zone silenziose in aperta campagna, selezionate per la qualità acustica e l’assenza di sorgenti disturbanti. In Emilia-Romagna è attivo un piano regionale per la mappatura e la tutela di queste aree, con diversi Comuni che hanno già avviato l’iter di classificazione. In Puglia, il Comune di Andria ha designato il Bosco Finizio come zona silenziosa, rendendolo un esempio pionieristico nel Mezzogiorno.
Anche in Liguria si sperimenta: a Genova è stato annunciato un progetto per istituire dieci “zone silenziose” urbane, pensate come micro-oasi acustiche in un contesto cittadino complesso. Un’idea che sfida l’idea comune secondo cui la quiete sia prerogativa esclusiva delle zone rurali. In realtà, anche le città possono ospitare luoghi protetti dal frastuono, se pianificati con attenzione.
Ma perché proteggere il silenzio? O meglio: perché proteggere l’ascolto del mondo naturale? Secondo numerosi studi, l’inquinamento acustico incide negativamente non solo sulla salute fisica, ma anche su quella mentale. L’eccesso di rumore altera il ritmo sonno-veglia, innalza i livelli di stress, compromette la concentrazione e riduce la biodiversità, disturbando la comunicazione tra le specie animali.
Riconoscere il valore del silenzio significa allora riscoprire una risorsa ambientale immateriale. È un atto culturale e politico, che sposta l’attenzione dalla quantità alla qualità della nostra presenza nei luoghi. Le zone silenziose rappresentano una nuova frontiera di ecologia, che integra salute, paesaggio, cultura e partecipazione.
Nel caso toscano, il percorso è solo all’inizio. Sarà necessario definire con precisione i confini, adottare misure di protezione, informare i cittadini, coinvolgere le comunità locali. Ma è già significativo che questo tema, finora relegato a nicchie tecniche, stia entrando nell’agenda pubblica.






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