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9:05 11 Agosto 2025 | Tempo lettura: 4 minuti

Trattato Onu sulla plastica: a Ginevra il summit parte in salita, accordo ancora lontano

I negoziati per arrivare a un accordo globale vincolante sulla plastica sono partiti male, fra lobbysti, geopolitica e posizioni molto distanti.

Autore: Redazione
trattato onu plastica ginevra

È iniziata piuttosto male l’ultima fase dei colloqui per il Trattato globale sulla plastica delle Nazioni Unite, in corso a Ginevra fino al 14 agosto, fra veti incrociati, pressioni delle lobby e contrapposizioni geopolitiche. In teoria, i rappresentanti di 184 Paesi dovrebbero redigere un testo legalmente vincolante per affrontare l’inquinamento da plastica lungo l’intero ciclo di vita, dalla produzione allo smaltimento. In pratica, secondo quanto riportano molti osservatori, il tavolo assomiglia più a un muro contro muro.

Secondo le Nazioni Unite, oggi il mondo produce oltre 460 milioni di tonnellate di plastica l’anno: tre quarti finiscono direttamente tra i rifiuti, invadendo mari ed ecosistemi. E se non si interviene, la produzione potrebbe raddoppiare entro il 2050 e addirittura triplicare nel 2060. Ma dietro le cifre c’è un paradosso strutturale: il 99% della plastica deriva dai combustibili fossili. Ridurne la produzione significherebbe ridurre anche la domanda di petrolio e gas — scenario che per molti governi e per l’industria oil&gas è inaccettabile.

Il negoziato è figlio della Risoluzione UNEA-5.2, adottata nel 2022, che chiedeva un trattato capace di coprire “l’intero ciclo di vita della plastica”. La sessione di dicembre 2024 a Busan, in Corea del Sud, avrebbe dovuto chiudere l’accordo. Invece, si è conclusa in stallo per l’opposizione di un blocco di Paesi produttori di petrolio, contrari a qualsiasi limite alla produzione.

Da allora, la “seconda parte” del quinto round negoziale (INC-5.2) è ripartita da un “Testo del Presidente” che raccoglie circa 300 punti ancora senza consenso.

Come rivela un’analisi del Centre for International Environmental Law citata dal Guardian, 234 lobbisti dell’industria petrolifera, petrolchimica e della plastica sono presenti ai colloqui di Ginevra — più numerosi della somma di tutti i delegati dei 27 Paesi dell’Ue.

Diciannove di loro siedono addirittura all’interno delle delegazioni ufficiali di Stati come Egitto, Kazakistan, Cina, Iran, Cile e Repubblica Dominicana, con la possibilità concreta di intervenire direttamente sulla stesura del testo. «Dopo decenni di ostruzionismo nei negoziati sul clima, perché dovremmo pensare che ora agiscano in buona fede nei colloqui sulla plastica?», ha dichiarato Ximena Banegas, responsabile della campagna globale di Ciel.

Il Guardian sottolinea anche che, due giorni prima della pubblicazione di questi dati, l’International Council of Chemical Associations aveva rivendicato la presenza di 136 propri rappresentanti, sostenendo di essere “ampiamente superati” dai 1.500 membri delle ONG presenti. Una tesi che le associazioni ambientaliste contestano: il potere d’influenza dei lobbisti, specie quando inseriti nelle delegazioni ufficiali o attivi negli eventi paralleli sponsorizzati dall’industria, non è comparabile a quello della società civile.

Sul tavolo ci sono due visioni inconciliabili: il blocco ambizioso, con oltre 100 Paesi (inclusa l’High Ambition Coalition To End Plastic Pollution, con Ue, Rwanda, Norvegia, Canada, Giappone, Corea del Sud) vogliono limiti vincolanti alla produzione e all’uso di additivi chimici, con l’obiettivo di azzerare l’inquinamento entro il 2040. Il fronte conservativo: il “like-minded group” guidato da Russia, Arabia Saudita e Iran, con cui gli Usa sembrano ora allinearsi, rifiuta qualsiasi limite “a monte” e vuole concentrarsi su gestione e riciclaggio dei rifiuti.

Secondo fonti citate dal Guardian, Washington «sta andando a tutta velocità in modalità Maga», coordinandosi con i Paesi più legati all’industria fossile e arrivando a incontrare soltanto rappresentanti del settore prima dell’avvio dei colloqui, escludendo ONG e scienziati.

Con il calendario che corre verso il 14 agosto e oltre 300 punti ancora in sospeso, la prospettiva di un patto globale ambizioso si allontana. Il pericolo concreto, avvertono ONG e scienziati, è un accordo ridotto a un insieme di misure sul “fine vita” dei rifiuti, senza toccare produzione e consumo — ovvero le cause strutturali del problema.

E come ricorda Jo Banner, attivista di Cancer Alley in Louisiana, «per loro è un lavoro, per noi è questione di vita o di morte. Non voglio che il mio necrologio diventi parte del loro curriculum».

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