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Agricoltura e alimentazione

“Una pianura coltivata con metodi di agroforestazione che combinano piante perenni e colture annuali, riducendo lavorazioni profonde del suolo e trattamenti chimici, incrementando la biodiversità e la protezione degli insetti impollinatori. Una montagna in cui i terreni sono coltivati e non solo lasciati a pascolo o abbandonati. Una collina che permette a boschi e a nuovi orti di intersecarsi alle vigne e ai noccioleti. Cittadini che collaborano, rompendo la divisione tra produttori e consumatori, dimostrando che l’agricoltura contadina produce cibo sano utilizzando le risorse in modo ottimale!”


Hanno partecipato al tavolo in qualità di esperti:
– Attilio Ianniello, Comizio Agrario di Mondovì
– Stefano Vegetabile, Organismo Agricolo Nuove Rotte
– Maria Luisa Gonella, Medico
– Giulia Jannelli e Maurizio Giraudo, Germinale Cooperativa Agricola di Comunità
– Claudio Naviglia, Humus Job
– Lorenza Borsarelli, Intrecci – rete di aziende agricole del monregalese

Ha facilitato: Pietro Cigna

Hanno dato vita al tavolo:
– Arianna Carmignano, Azienda Agricola Il vecchio gelso
– Denis Beoletto
– Giulia Minero, Mieleapi
– Guido Moraglio, MDF
– Lauro Manfrin, MDF
– Lorenza Borsarelli, Rete di Impresa Intrecci Solidali
– Lorenzo Barra, Azienda agricola Cresco
Marialuisa Gonella
– Marisa Lanzone, MDF
– Maurizio Pilone, Sgasà
– Noemi Boglione
– Paolo Montrucchio, MDF; La Fattoria del Risveglio
– Rita Brao


FOTOGRAFIA ATTUALE

Per scattare una fotografia dell’agricoltura cuneese al giorno d’oggi, riteniamo utile evidenziare alcuni elementi che a nostro parere ne hanno caratterizzato lo sviluppo negli ultimi decenni.

In ambito agricolo, il secondo dopoguerra è stato caratterizzato dalla diffusione dei dettami della “green revolution”, la quale ha portato con sé una forte dipendenza dai prodotti agro-chimici e dall’uso di varietà di piante selezionate sulla base di “ideotipi”; di conseguenza la produttività delle piante ha iniziato a dipendere sempre più dall’uso consistente di prodotti agrochimici e di risorse idriche. L’impatto sugli ecosistemi è stato disastroso: riduzione della biodiversità naturale e di quella delle piante coltivate, inquinamento delle acque superficiali e profonde, alti consumi idrici, danni agli ecosistemi e cambiamento climatici.

Possiamo portare ad esempio il mais, di cui sono state sviluppate varietà ibride che ne hanno permesso un controllo molto preciso attraverso i trattamenti chimici. Il suo aumento di superficie coltivata è andato principalmente a vantaggio della produzione di foraggio, con conseguente aumento della superficie agricola dedicata in primo luogo al consumo animale e solo indirettamente a quello umano, con perdite di efficienza notevoli. In generale, grazie alla meccanizzazione, finanziata anche con le risorse del Piano Marshall, si è avuto un significativo aumento della produzione a discapito della qualità.

Nell’ambito dell’alimentazione, si è verificato un cambiamento profondo nel modo in cui le persone scelgono ciò che mangiano e nel significato che questo ha per loro. La sempre più massiccia presenza di supermercati ha creato un’offerta di cibo industriale già pronto, lasciando da parte la sua “creazione” da parte delle persone. Consumiamo cibo sempre più preconfezionato, dedicando molto meno tempo a cucinare. Con la perdita della biodiversità di ciò che si coltiva, si è persa anche la biodiversità di ciò che si mangia; non c’è più un collegamento diretto tra ciò che si mangia quotidianamente ed il territorio in cui si vive.

La pubblicità e i nuovi format televisivi dedicati al mondo della cucina hanno ulteriormente distorto la nostra percezione di quali alimenti costituiscano un’alimentazione corretta. Siamo invitati a privilegiare come più sicuro il cibo “morto”, impacchettato e a basso costo oppure quello con valori nutrizionali bilanciati, certificazioni ben visibili e un prezzo più elevato, per il costo di certificazioni e marketing, a parità di qualità con prodotti acquistati tramite vendita diretta. Per ragioni commerciali, sono state create linee di prodotto con etichette accattivanti, che garantiscono di essere ad esempio “sostenibili”, “biologici”, “vegetariani/vegani”, “green”, “equi”, “locali”. 

In questo modo si giustifica la vendita di prodotti che mantengono in forma, che rafforzano il sistema immunitario e che fanno bene all’ambiente, al di là della loro effettiva qualità e della quantità di risorse utilizzate per farli arrivare sullo scaffale di un supermercato. Ad esempio, un prodotto può essere certificato biologico ma dannoso per l’organismo se consumato in quantità eccessive, poco sostenibile se è stato trasportato per centinaia di chilometri, poco equo se sono stati sfruttati i lavoratori nelle diverse fasi di lavorazione. Il cibo non è più legato all’uomo che lo produce e lo mangia, ed è slegato dalla cultura locale che ha contribuito a plasmare per secoli.

Per molti aspetti la fotografia attuale dell’agricoltura e dell’alimentazione nella nostra provincia risente degli effetti di questi cambiamenti, con una maggior fragilità dovuta alla globalizzazione dei mercati accentuatasi negli anni Duemila. Analizzando i diversi territori della provincia di Cuneo possiamo comunque individuare alcuni punti di forza, quali il fatto che l’agricoltura garantisce una considerevole fonte di reddito, con il 29% delle imprese attive nel comparto agricolo, e che sta aumentando in modo importante il ruolo delle donne e dei giovani, oggi rispettivamente il 33% e il 22% degli agricoltori. E proprio da una buona parte delle contadine e dei giovani contadini cresce la spinta per andare verso un’agricoltura diversa, ad esempio aumentando il numero di varietà prodotte, recuperando quelle tradizionalmente coltivate in un territorio o adottando forme di allevamento non intensive, esplorando quindi le diverse declinazioni che il termine “sostenibilità” racchiude. Questo rinnovamento infatti, porta con sé un bagaglio di competenze ed esperienze più ampio rispetto al passato, ed è figlio di studi specifici in ambito agricolo, della digitalizzazione, dello scambio di conoscenze a livello globale, della possibilità di viaggiare e confrontarsi con altri contadini.

L’agricoltura provinciale vive quindi in una sorta di stallo. Da una parte, i fautori dell’agroindustria vecchio stile si rendono conto della crisi del sistema e della sua non sostenibilità, ma non intravedono ancora possibilità di cambiamento. Tra questi, i più dinamici rincorrono il finanziamento ad hoc o la produzione più redditizia del momento (si veda per esempio la moltiplicazione dei noccioleti anche in territori non vocati alla produzione), continuando però ad affidarsi completamente alla grande distribuzione. Dall’altra, vi sono aziende più piccole che coltivano il più possibile in armonia con gli ecosistemi e il paesaggio, e sono in grado di gestire una filiera completa raggiungendo direttamente le persone. Queste aziende sono più indipendenti nel fissare il valore finale dei loro prodotti, in quanto riescono ad emanciparsi dai prezzi di mercato e ad affidarsi ad un’analisi dei costi e dei benefici più in linea con la realtà.

Data la sua notevole estensione, la provincia di Cuneo presenta comunque una notevole differenziazione nelle tipologie di produzione e di aziende agricole presenti. Qui di seguito presentiamo una possibile suddivisione in quattro aree, con la descrizione delle relative caratteristiche.

Aree montane e pedemontane

Vi è una presenza di diverse aziende agricole di piccole e medie dimensioni molto legate al territorio e ai suoi prodotti tradizionali. Molte sono aziende a conduzione familiare (come la maggior parte nel panorama italiano) e alcune sono esperienze innovative di giovani “tornati” alla terra o che hanno deciso di dedicarsi al settore. Come anticipato, in queste ultime troviamo approcci all’agricoltura che mettono in discussione in maniera forte i metodi di coltivazione considerati “convenzionali” e che, anche sul fronte sociale, cercano di portare le proprie aziende ad avere un impatto positivo sul territorio in cui sono situate. Troviamo quindi diverse forme di collaborazione, quali ad esempio cooperative di comunità, reti di imprese, cooperative di conferimento, che permettono ai singoli di avere voce comune e peso più forte sui mercati di riferimento. 

Queste aziende sono inserite in circuiti commerciali di prossimità, quali mercati locali, GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) o piccoli grossisti, vendita diretta e alle volte si rivolgono alla vicina Francia (comunque un mercato secondario), dalla quale ricavano marginalità più elevate per i loro prodotti. Gli inserimenti lavorativi sono difficili in quanto richiedono dei costi di gestione molto elevati, laddove le marginalità sono basse e la crescita è lenta. Tuttavia c’è una certa attenzione a un lavoro che sia dignitoso e regolare, in particolare per quelle aziende più “innovative” appena presentate. Non sempre si riesce ad essere completamente in regola con la dichiarazione delle giornate, e si fa ricorso ancora all’informalità.

A fianco a queste aziende più dinamiche, ne sussistono altre con livelli di innovazione intermedi e alcune che portano avanti un’agricoltura più convenzionale, sia sul fronte dei metodi di coltivazione, che dei rapporti di lavoro (caratterizzati da forte informalità), che di apertura a forme di collaborazione e al territorio.

In questi territori, sono comunque poche le realtà che producono frutta (anche se questa sta aumentando), ortaggi, legumi e cereali per la vendita. Vi sono numerose e fiorenti aziende dedite all’allevamento di tipo bovino da carne, ovino da carne e in piccoli numeri da formaggio, caprino da formaggio e all’apicoltura. Sono inoltre abbastanza numerose le persone che coltivano un orto per autoproduzione, ma c’è scarsa conoscenza di tecniche agricole più sostenibili e diffuse più di recente.

Infine, nelle aree montane è da segnalare la difficoltà di reperire terreni a causa del frazionamento fondiario e della diffidenza di alcuni proprietari ad affittare i loro campi, anche se questi non vengono utilizzati.

La pianura

Vi sono qui aziende di dimensioni più elevate, con disponibilità di terra più ampie e di facile accesso. Nonostante la maggioranza di queste pratichi monocoltura e agroindustria, sono anche presenti aziende di dimensioni più ridotte che puntano maggiormente sulla qualità e cercano di fare rete tra loro. In questo secondo caso, le richieste di manodopera sono ingenti durante il periodo di raccolta e sussistono meccanismi di informalità nelle assunzioni (lavoro grigio) e difficoltà nel reperire i lavoratori su canali istituzionalizzati. 

Nelle zone di pianura, i guadagni sono più elevati rispetto a quelli delle aree montane, ma sono meno presenti esperienze di innovazione sociale e c’è maggior reticenza a collaborare. Inoltre, questa agricoltura industriale crea problemi significativi in termini di reperimento delle risorse idriche, cementificazione  e inquinamento delle falde acquifere a causa dei pesticidi.

L’area saluzzese

In queste aree le aziende sono spesso di grandi dimensioni e principalmente dedite alla coltivazione di frutta, con cooperative di conferimento enormi e moli di prodotto altrettanto grandi. Il saluzzese è un comparto agroindustriale a tutti gli effetti, nel quale le aziende sono dotate di un alto livello tecnologico, praticano la monocoltura intensiva con ingenti applicazioni di pesticidi, e sono fortemente orientate all’export.

Ormai da diversi anni sussiste la problematica dei lavoratori stagionali, principalmente stranieri di origini africane che giungono in massa all’inizio della stagione di raccolta e che, faticando a trovare soluzioni abitative dignitose, costituiscono un elemento divisivo sul fronte politico e sociale. Gli attori in campo sono numerosi, tra i quali sindacati, amministrazioni, associazioni datoriali, realtà del terzo settore, e cercano da vario tempo di trovare soluzioni concertate. 

Si è arrivati all’allestimento per due annualità consecutive del PAS, un accampamento gestito da una cordata di Enti, su mandato della Regione, che ha in parte dato alcune risposte. Secondo le realtà del Terzo settore che seguono questa situazione, l’esperienza più di successo è l’accoglienza diffusa e quella in azienda. Entrambe però non godono di appoggio da parte delle associazioni datoriali e dei Comuni della frutta, e rimangono dunque sotto-utilizzate.

Da questo lavoro sociale e politico di lungo periodo, che ha portato ad accendere i riflettori sulle centinaia di lavoratori che affollano il saluzzese in stagione di raccolta, si è visto un aumento dei contratti di lavoro registrati. Sembra quindi esserci qualche risultato sul fronte del contrasto al lavoro nero. Permangono però ancora enormi sacche di lavoro grigio e sono in corso indagini e processi per fenomeni di caporalato.

Le Langhe e l’area albese

La zona delle Langhe vede realtà principalmente caratterizzate dalla coltivazione vitivinicola e della nocciola, con marginalità elevate e metodi di coltivazione variegati. 

Il mondo del vino è molto vivace, supportato dal turismo, da ristoranti, agriturismi e caratterizzato dall’export, mentre la coltivazione della nocciola, fino a qualche anno fa per molti considerata come un secondo lavoro, negli ultimi tempi è diventata risorsa economica di aree più marginali o aree per nulla vocate a questa coltura. Dato che il resto delle coltivazioni è davvero marginale, ci troviamo quindi di fronte a due monocolture economicamente vantaggiose ma allo stesso tempo biodiversamente sempre più povere. 

Negli ultimi anni molte aziende del vino hanno iniziato un’inversione di tendenza, ad esempio adottando tecniche di coltivazione biologica e l’uso di sovesci, gestendo il sottofila in modo meno intrusivo e abbandonando o limitando il diserbo. Naturalmente la situazione è embrionale ma sembra indicare un’inversione di tendenza, incentivata anche dalla pressione di un turismo giovane e green. 

Per quanto riguarda la coltivazione del nocciolo la situazione è ben diversa. In primo luogo per ragioni legate alla raccolta meccanizzata, che richiede un terreno molto pulito e quindi incentiva il diserbo, e in secondo luogo in quanto la maggior parte delle vendite è ancora gestita dai grossisti, quindi il contadino per “ignoranza” si occupa solo della resa in kg/ha. Negli ultimi anni sono nate diverse aziende che vendono trasformati con la Tonda gentile, la varietà locale più diffusa, ma queste sono ancora una minoranza.

Per quanto riguarda il lavoro, in questo territorio, si spalma su tutto l’anno e necessita di esperienza e formazione nel settore. Per le attività che richiedono una notevole manodopera si fa ricorso prevalentemente alle cosiddette “cooperative senza terra”, tra le quali ve ne sono alcune che lavorano molto bene e altre meno trasparenti e corrette nei confronti dei lavoratori. La difficoltà sta anche nel fatto che in passato per l’azienda era più semplice assumere direttamente qualcuno, mentre oggi è burocraticamente più difficile.

Infine, il prezzo molto alto dei terreni sta attraendo l’interesse di investitori stranieri, e c’è il rischio che la ricchezza di questo territorio si trasferisca poco per volta all’estero.

Per riassumere…

In generale il Cuneese è fortemente a trazione agricola e ha dunque una varietà di situazioni enorme, sia in base alla storicità, che al territorio e al tipo di coltivazione. Tra le criticità riscontriamo la grande presenza di monocolture, figlia di un sistema agro-industriale che non rispetta i tempi e le esigenze naturali, in particolare in pianura, nel saluzzese e nelle Langhe. D’altra parte, rileviamo sempre più realtà interessanti e dinamiche tra le piccole e medie aziende della aree marginali… La biodiversità del territorio è notevole!


VISIONE 2040

RESPONSABILITÀ

Ogni azione avrà una conseguenza nell’immediato e nel futuro.

La parola chiave che abbiamo individuato per raccontare la nostra visione dell’agricoltura e dell’alimentazione in provincia di Cuneo tra vent’anni è proprio questa. Desideriamo che il nostro territorio ospiti individui che consapevolmente si prendano la responsabilità, ognuno con il proprio ruolo, di rendere la produzione e il consumo di cibo nel cuneese un’attività che migliora la vita delle persone, degli animali, delle piante e del suolo. Chi si occupa principalmente di produrre, chi di mangiare, chi di comunicare, chi di studiare, chi di regolamentare tutte queste azioni; nel futuro in cui aspiriamo a vivere, ognuno di questi attori adotterà un comportamento responsabile nei confronti di se stesso, degli altri e della terra che ci ospita. Questo segnerebbe il cambiamento di cui abbiamo bisogno per sovvertire gli elementi negativi individuati nella fotografia attuale.

Per semplificare il racconto della nostra visione, abbiamo quindi delineato quattro categorie elencate qui di seguito. Ciò che segue è quello che immaginiamo per il 2040.

1 – NUOVE TECNICHE AGRICOLE

L’agroecologia, come insieme di tecniche che rispettano l’inter-essere di tutti gli elementi e replicano i meccanismi che possiamo osservare in natura, è diffusa e applicata sia nelle aziende agricole che negli orti domestici. L’agricoltura e l’allevamento sono complementari e condotti insieme attraverso tecniche di agropastoralismo e agroforestazione, incrementando la biodiversità genetica e funzionale degli ecosistemi.

Vengono coltivate, riprodotte e diffuse specie e varietà locali o comunque adatte e adattate al territorio.

È prodotta, utilizzata e diffusa una piccola strumentazione manuale o elettrica, in grado di rispondere alle necessità di contadini che coltivano terreni in modo biointensivo, con il minimo utilizzo di trattori o macchinari pesanti, e in zone pendenti quali quelle collinari o di montagna.

Queste tecniche vengono insegnate anche negli istituti di formazione agraria (ma non solo), affinché le nuove generazioni di contadini e contadine siano sempre più aggiornati sui modi migliori per produrre cibo curandosi dell’intero ecosistema.

Vengono formati contadini che non sono solo tecnici, ma sono in grado di osservare il loro ecosistema e far evolvere le proprie tecniche per adattarle al territorio in cui operano.

2 – VERSO UNA CO-PRODUZIONE

Sono sempre più diffusi modelli di cooperazione stabile tra produttori e consumatori, che colmano il divario tra queste due categorie fittizie rendendo tutti co-produttori, ognuno con il suo ruolo. Il numero delle Comunità a Supporto dell’Agricoltura (CSA) e dei negozi a gestione collettiva (Food Coop) è sufficientemente alto da offrire la possibilità di partecipare a queste iniziative in tutte le zone della provincia.

Le aziende che praticano un’agricoltura veramente rispettosa della natura e degli ecosistemi collaborano tra loro per fornire alle comunità un’offerta quanto più variegata e completa possibile, anche partecipando a forme innovative di cooperazione (es. contratti di rete). La filiera del cibo, dal seme alla tavola, è gestita principalmente a livello locale tra aziende che operano con una visione comune.

Queste reti di aziende comunicano il valore aggiunto, in termini ambientali e sociali, della loro produzione agricola, evidenziando anche la solidarietà interna alla filiera che permette ai contadini e alle contadine di prendersi cura del paesaggio e del territorio in cui vivono.

Prendendo ispirazione dai modelli di commercializzazione convenzionali, le reti di aziende sostenibili sono più efficienti nei loro meccanismi di collaborazione e distribuzione dei prodotti, non avendo nulla da invidiare in questo alla Grande Distribuzione Organizzata (GDO).

I prezzi di prodotti di qualità sono accessibili a tutte le fasce della popolazione, anche comunicando nelle scuole l’importanza di spendere il giusto per il cibo, non relegandolo ad una semplice voce di spesa.

3 – UN RUOLO PER I CONTADINI

La società e le istituzioni pubbliche, sia a livello nazionale che a livello europeo, hanno riconosciuto il ruolo dei contadini come custodi del suolo e della sua fertilità, nonché degli ecosistemi nella loro interezza. Questo riconoscimento si è espresso sia in termini economici, alla stregua di un servizio di pubblica utilità quale ad es. la cura delle aree verdi, sia a livello culturale, con la terra considerata come bene comune riguardo al quale tutti sono chiamati a esprimere la loro opinione.

I ricercatori (universitari) collaborano con i contadini in un processo di apprendimento condiviso, forte di analisi in laboratorio come in campo; queste due figure sono riconosciute come egualmente importanti nell’evoluzione delle tecniche agricole.

Le pratiche di certificazione, ad es. quelle per il biologico, sono snelle e aderenti alla realtà, evitando un sovraccarico burocratico delle aziende agricole e favorendo un’effettiva conformità con gli obiettivi condivisi di tutela degli ecosistemi e della salute.

L’etichettatura dei prodotti alimentari è chiara, trasparente in tutti i suoi aspetti, descrive da dove proviene quel cibo, da chi è stato prodotto e in che modo. L’attenzione è posta non sono sul valore nutrizionale, ma anche su quello energetico.

4 – CAMPAGNE POPOLATE

Le aree rurali, di pianura, collina e montagna, sono popolate di persone che amano vivere a più stretto contatto con la natura; queste aree sono state valorizzate anche agli occhi delle nuove generazioni come luoghi in cui vivere con un’impronta ecologica più leggera. In particolare, le scuole sono luogo dove educare a riconoscere e apprezzare la bellezza e la complessità del territorio in cui viviamo.

Sono presenti in gran numero nuove aziende e cooperative agricole, che coinvolgono attivamente i lavoratori in qualità di soci e non solo di dipendenti. Lo stesso concetto di dipendente è poco utilizzato, mentre molto più valorizzato il ruolo che ciascun lavoratore può ricoprire nel realizzare un progetto.

Nelle aziende sono scomparse forme di lavoro grigio e nero, a favore di forme di collaborazione tra imprese che garantiscono la giusta remunerazione per i lavoratori.

La qualità, la stagionalità e l’eticità della produzione agricola sono considerati elementi imprescindibili da chi vive e lavora specialmente nelle aree rurali della provincia.

La gestione forestale è considerata in modo complementare all’agricoltura.


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