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8 Gennaio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Cosa ci aspetta nel 2026? Gli eventi più attesi dell’anno appena iniziato – 8/1/2026

Panoramica sugli appuntamenti politici e ambientali del 2026: elezioni in Italia, Bangladesh, Ungheria, Colombia, Israele, Brasile, USA; nuove misure UE su clima ed energia, summit internazionali e scenari geopolitici emergenti.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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Trascrizione episodio

Vediamo gli appuntamenti dell’agenda politica. In Italia, sorprese a parte, l’appuntamento più atteso dell’anno sarà il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Si tratta della riforma voluta e approvata dal governo Meloni che modifica l’assetto della magistratura, introducendo la famosa separazione delle carriere e ridisegnando gli organi di governo e disciplinari della magistratura. È una riforma che ha fatto e farà molto discutere, se ne parlerà molto via via che ci si avvicina al voto che è previsto per marzo. Preparatevi a polemiche, dibattiti social e in tv. Noi cercheremo di spiegare le cose nella maniera più oggettiva possibile e a darvi gli strumenti per un voto informato e non ideologico. poi vabbé, ci saranno delle elezioni amministrative in primavera, però direi che l’evento da tenere d’occhio quest’anno in italia è il referendum.

Sul panorama internazionale invece ci saranno alcune elezioni significative. Si inizia a febbraio con il Bangladesh, sono elezioni molto attese perché arrivano dopo la rimozione – nel 2024 – dell’ex premier Sheikh Hasina in seguito a enormi proteste, e dopo che il governo della leader era diventato via via più autoritario. In questo anno e mezzo il Paese è sttao guidato da un governo ad interim scelto in parte dai manifestanti stessi e presieduto dall’inventore del microcredito e Premio Nobel Muhammad Yunus, che ha escluso dalla prossima corsa elettorale l’Awami League, il partito della ex premier.

Gli elettori bangladesi saranno chiamati a esprimersi anche sulla “July Charter”, una proposta di revisione della Costituzione pensata per costruire argini istituzionali contro eventuali ritorni all’autoritarismo. E per la prima volta potranno votare anche i 10–15 milioni di cittadini bengalesi che vivono all’estero.

Poi, ad aprile ci saranno le elezioni in Ungheria, e c’è in gioco un pezzo di Europa, il posizionamento sulla guerra in Ucraina, se sarà ancora in corso. La sfida è tutta a destra, fra Orbàn, presidente uscente che guida il paese da anni in modo autoritario, uno dei massimi esponenti dell’ultradestra sovranista europea, e il suo ex alleato Peter Magyar, leader del partito Tisza, movimento sempre di destra ma pro-Europa. Al momento i sondaggi indicano un testa a testa se non un lieve vantaggio di Magyar su Orban.

A fine maggio invece si vota in Colombia (con l’ipotesi di un eventuale ballottaggio a giugno). Il presidente socialista Gustavo Petro per Costituzione non può cercare un secondo mandato consecutivo e la sua eredità è affidata al senatore del suo partito Ivan Cepeda, che sfiderà diversi avversari di centro e di centrodestra. Il voto arriva in un clima di instabilità per l’America Latina, e con un Paese in cui è ancora forte la presenza di gruppi armati capaci di colpire e condizionare territori e campagna elettorale. 

A Giugno sarà il turno di Etiopia e Armenia. In Etiopia, secondo paese più popoloso dell’Africa, l’esito appare al momento scontato, con l’attuale Presidente Abiy Ahmed, ex Premio Nobel per la Pace, ma anche molto controverso per i crimini commessi durante la guerra civile nella regione del Tigray fra il 2020 e il 2022, che è dato largamente favorito come nel 2021, quando vinse con il 96% delle preferenze. 

In Armenia invece la consultazione è interessante anche alla luce delle trattative di pace con l’Azerbaigian e dei rapporti con la Russia, con l’attuale governo che sta cercando di allontanarsi progressivamente da Mosca ma sta anche perdendo consensi. È una di quelle elezioni in cui sentiremo parlare di interferenze russe, vere o presunte che saranno.

Poi facciamo un salto in avanti a settembre, quando si vota in Svezia, in elezioni politiche che saranno incentrate – sembra – sul tema dell’energia, dell’immigrazione e della sicurezza interna. Sul tema energetico il governo di centrodestra ha puntato molto sul rilancio del nucleare e sull’idea di garantire elettricità “fossil-free” stabile nel lungo periodo. Sarà un modo per testare il consenso sul nucleare in un paese europeo.

Nello stesso mese, poi, sono previste anche le elezioni legislative in Russia, con una finestra indicata entro il 20 settembre. Al momento il partito di governo Russia Unita, il partito di Putin, è nettamente favorito e dovrebbe comodamente raggiungere la maggioranza assoluta: oggi controlla oltre il 70% dell’aula e i sondaggi puntano su una riconferma con numeri simili. Il tutto però in uno scenario non propriamente democratico.

Ottobre sarà un mese fra i più importanti del calendario 2026, perché si vota in Brasile e in Israele. In Brasile l’attuale presidente Lula, di sinistra, ha già sciolto detto che correrà e punterà a un quarto mandato (non consecutivo) e, a oggi, parte in vantaggio nei sondaggi. Sul fronte opposto pesa l’assenza di Jair Bolsonaro, che sta scontando una condanna per aver organoizzato un colpo di stato proprio contro Lula dopo le elezioni del 2022. Quindi ci sarà da capire chi sarà l’avversario di Lula. Per mesi il nome più “spendibile” è sembrato quello del governatore di San Paolo Tarcísio de Freitas, ma Bolsonaro ha spiazzato molti sponsorizzando la candidatura del figlio, Flavio Bolsonaro.

In Israele, invece, le elezioni parlamentari dovrebbero tenersi entro il 27 ottobre. Netanyahu ovviamente punta a ripresentarsi e a ricomporre (o allargare) il suo governo che abbraccia l’area di destra ed estrema destra religiosa, che negli ultimi anni ha mostrato però molte fragilità e tensioni interne, mentre sul fronte progressista si profila come rivale l’ex premier Naftali Bennett. I sondaggi al momento danno un risultato in bilico. Ma vista la situazione del Paese conterà anche quello che succederà da qui a ottobre. Netanyahu si è aggrappato lal’invasione, allo spauracchio del nemico palestinese, al genocidio, anche per proteggersi dalla debolezza interna e dai supoi guai giudiziari, dalle enormi proteste contro la sua riforma della giustizia. Da qui a ottobre potrà succedere di tutto. 

E infine a novembre ci saranno le elezioni di midterm negli Usa, che sono un banco di prova importantissimo per le amministrazioni statunitensi e che determinano il controllo del Congresso (tutta la Camera e una parte del Senato) e, di conseguenza, la forza legislativa della Casa Bianca nella seconda parte del mandato. Quindi ecco, ce ne saranno di appuntamenti.

Veniamo all’agenda ambientale e climatica. Innanzitutto sappiate che anche solo con lo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre e l’arrivo del nuovo anno, sono cambiate delle cose, in Europa. 

Dal 1 gennaio infatti è partito il regime definitivo del meccanismo europeo sul carbonio alle frontiere (spesso indicato con la sigla CBAM). Già dallo scorso anno per importare in Europa beni ad alte emissioni (in particolare parliamo di acciaio/ferro, cemento, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno), un’azienda deve raccogliere e dichiarare tutti i dati sulle emissioni legate alla produzione di quei beni. Dal 1 gennaio deve anche pagare una sorta di tassa proporzionale alla quantità di emissioni legate ai beni che importa. 

Sempre da inizio anno è partito ufficialmente anche il Social Climate Fund europeo per sostenere famiglie e micro-imprese vulnerabili nella transizione energetica e nella mobilità. Si tratta di un fondo creato per attutire l’impatto sociale delle politiche clmatiche europee. Il Insomma per limitare l’aumento dei prezzi dovuto al fattoi che in Europa le aziende pagano per la Co2 emessa in alcuni settori. Quindi dovremo aspettarci a partire da quest’anno o forse più probabilmente dal prossimo una serie di misure dei governi europei per come sostegni temporanei al reddito per le famiglie più vulnerabili e per le piccole imprese, per compensare bollette o costi di mobilità, e investimenti strutturali che riducono le spese nel tempo (es. isolamento e riqualificazione energetica delle case, sostituzione caldaie con soluzioni più pulite, e misure per una mobilità più accessibile come trasporto pubblico, infrastrutture e opzioni a basse emissioni). 

Poi, poi. Sempre in Europa, sarà il momento per gli stati di presentare i National Restoration Plans. Sono i piani nazionali di ripristino della natura, ovvero i “piani operativi” che ogni Stato membro deve scrivere in ottemperanza alla legge sul ripristino della natura europea. Ogni piano deve indicare dove la natura è più degradata e dire cosa farà per ripristinarla (in concreto, quindi rinaturalizzazioni, rimozione di pressioni artificiali, ricostruzione di ecosistemi, ecc), con quali tappe e scadenze (fino al 2050), come misurerà i risultati e chi coinvolgerà in questo processo. Questo piano deve essere inviato alla Commissione europea presumibilmente entro il 1 settembre 2026 e a quel punto la Commissione lo validerà e verificherà che sia in linea con la traiettoria e gli obiettivi della Nature Restoration Law.

Il 2026 presenta anche alcune scadenze chiave per chiudere riforme e cantieri finanziati dal PNRR quindi a un certo punto vedremo un po’ di corse da questo punto di vista e possiamo aspettarci polemiche sull’utilizzo dei fondi. 

Venendo ai summit globali ci sarà a ottobre in Armenia la COP17 biodiversity, la conferenza ONU sulla biodiverisità,  che segue l’attuazione del Global Biodiversity Framework. A novembre la conferenza delle parti sul Clima, COP31, che questa volta si terrà in Turchia, anche se verrà co-organizzata anche dall’Australia. 

Fra l’altro, a proposito di clima, a aprile ci sarà anche il primo incontro della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, ovvero quel gruppo di circa 80 paesi guidato dalla Colombia e formatosi alla COP30 di Belèm in Brasile che spinge per una roadmap di uscita dai combustibili fossili. Il primo incontro di questa coalizione sarà co-ospitato da Colombia e Paesi Bassi ed è in programma 28–29 aprile 2026 a Santa Marta (Colombia). 

Infine a dicembre ci sarà la UN Water Conference 2026 negli Emirati Arabi Uniti, co-host, anche qui con una co-organizzazione del Senegal, in cui i paesi cercheranno accordi sul tema dell’acqua (accesso, stress idrico, resilienza).

Oltre a questi appuntamenti che già conosciamo, ci saranno degli armoneti che possiamo già dire che seguiremo. Al solito racconteremo la transizione energetica ed ecologica in Italia e nel mondo, la corsa delle rinnovabili, i progetti di rinaturazione e così via.

Osserveremo l’evoluzione della situazione geopolitica: dalla guerra in Ucraina, se e come cambia, se si stabilizza, si risolve o se si allarga, e Taiwan come punto di massima frizione fra Cina e Stati Uniti, e poi il Venezuela, la Groenlandia che sono le nuove mire dell’imperialismo sempre più evidente degli Usa. Senza scordarci della Palestina, del Sudan, del Myanmar e delle altre decine di conflitti meno raccontati, se non palesemente dimenticati.Poi parleremo di IA, e dei tanti temi ad essa collegati, fra cui il cambiamento profondo del senso del lavoro. E chissà che non arrivino sorprese anche da lì. Leggevo giusto qualche giorno fa che ci sono alcuni segnali che stanno arrivando in parallelo dai principali modelli di training di Ai, su comportamento che, mettiamoci tutto il condizionale del mondo, potrebberoi forse indicare l’inizio dell’emersione di una sorta di autoconsapevolezza. Una robetta da niente insomma. Che sia questa la grande novità del 2026? Non lo so, non lo so.

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